Intervista al rettore Matteo Lorito: «Investiamo sui giovani così siamo diventati primi»
Il piano straordinario del Ministero dell?Università e della Ricerca assegna all?Università degli Studi di Napoli Federico II 117 nuovi ricercatori in tenure track....
Il piano straordinario del Ministero dell’Università e della Ricerca assegna all’Università degli Studi di Napoli Federico II 117 nuovi ricercatori in tenure track. È il numero più alto tra gli atenei italiani. Un risultato che, secondo il rettore Matteo Lorito, nasce da una scelta compiuta negli anni precedenti: investire in modo massiccio sul reclutamento dei giovani studiosi all’interno dei progetti del Pnrr. Una strategia che oggi produce effetti concreti, rafforzando la struttura scientifica dell’ateneo e aprendo nuove prospettive di stabilizzazione per molti ricercatori.
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Rettore Lorito, la Federico II guida la classifica nazionale con 117 ricercatori finanziati dal Mur. Come si spiega questo risultato?
«È la conseguenza di una scelta fatta a monte. Nei progetti del Pnrr abbiamo deciso di investire molto sul reclutamento dei ricercatori a tempo determinato di tipo A. È stato questo dato a trascinare il risultato finale. Oggi siamo l’ateneo che in Italia può esibire l’investimento più alto sui ricercatori finanziati con i fondi del Pnrr. Il piano del ministero prevede che una quota importante delle risorse sia destinata proprio a questo personale e quindi arriviamo a 117 posizioni, un numero davvero significativo se confrontato con quello degli altri atenei».
Una strategia che quindi risale alla fase di progettazione del Pnrr?
«Esatto. Quando si costruiscono i progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza si può scegliere quanto spazio dare al reclutamento dei ricercatori. Noi abbiamo deciso di puntare molto su questo. Nei progetti coordinati dall’ateneo abbiamo dato un ruolo centrale all’ingresso di giovani studiosi. È stata una scelta politica dell’università, una scelta di sviluppo».
Una scommessa che oggi sembra aver dato risultati.
«Direi proprio di sì. La manovra del ministero parte proprio da quei ricercatori e quindi ci vede in una posizione favorevole. In qualche modo è una scommessa vinta. Avremmo potuto fare scelte diverse, per esempio limitare molto il numero dei ricercatori nei progetti. Non lo abbiamo fatto. Al contrario, abbiamo incoraggiato i dipartimenti a investire su queste figure».
Quanti ricercatori di questo tipo lavorano oggi alla Federico II?
«Oggi ne abbiamo circa cinquecento. È un numero importante e rappresenta una parte significativa della nostra comunità scientifica. A questo si aggiunge la programmazione che abbiamo appena approvato. Nei prossimi due anni prevediamo almeno 150 posizioni di ricercatore in tenure track destinate proprio ai nostri ricercatori a tempo determinato di tipo A. È una programmazione sostenibile dal punto di vista finanziario e l’avremmo portata avanti anche senza questo intervento del ministero».
Le nuove posizioni riguardano la figura del ricercatore in tenure track. Che cosa significa concretamente?
«Significa introdurre una figura che ha già una prospettiva chiara di stabilizzazione. Il ricercatore in tenure track è di fatto un professore associato in percorso di valutazione. Dopo alcuni anni viene valutato per il lavoro scientifico e didattico svolto e, se l’esito è positivo, diventa professore associato senza dover affrontare un nuovo concorso».
È un modello diverso rispetto al passato.
«Sì, perché la carriera accademica è stata riformata. In precedenza esistevano altri tipi di contratto, con passaggi più complessi. Oggi il punto d’ingresso è questa figura, che ha un costo pieno fin dall’inizio ma garantisce un percorso più lineare. È un modello molto diffuso anche nei sistemi universitari internazionali».
Il piano ministeriale prevede che una parte rilevante delle risorse sia destinata ai ricercatori assunti con fondi Pnrr.
«È vero, ma per noi non esiste una distinzione tra ricercatori. I nostri ricercatori a tempo determinato di tipo A sono tutti uguali. Non facciamo differenze tra chi è stato reclutato con il Pnrr e chi è stato assunto con altri fondi. Questa misura aiuta soprattutto quelli finanziati dal Pnrr, ma liberando risorse consente di sostenere l’intero sistema».
Quindi l’effetto riguarda tutti i ricercatori dell’ateneo.
«Esattamente. Il provvedimento è mirato a una categoria specifica, ma di fatto rafforza le possibilità di stabilizzazione per molti giovani studiosi. In questo senso possiamo dire che è un intervento che contribuisce davvero a ridurre il precariato nella ricerca».
Restano ancora da definire le modalità operative delle assunzioni?
«Sì, i dettagli arriveranno con il decreto attuativo. Al momento abbiamo soprattutto i numeri e sono numeri molto rilevanti. Confermano che la politica adottata dall’ateneo negli ultimi anni era quella giusta».
Il distacco rispetto ad altri grandi atenei è evidente.
«C’è una differenza significativa. È il risultato di una strategia costruita nel tempo. Abbiamo scelto di investire sui giovani ricercatori e oggi vediamo gli effetti di quella scelta. Non soltanto in questo caso, ma in innumerevoli altri che portano in cima il nostro ateneo e la nostra comunità, e rendono merito ai suoi quasi 802 anni di storia (siamo il più antico tra quelli pubblici), e ai valori del fondatore, il sovrano Federico II di Svevia».