Alessia Viola la donna accoltellata sul bus a Napoli: «Ho difeso la mia dignità la violenza non ha vinto»
Il Mattino

Alessia Viola la donna accoltellata sul bus a Napoli: «Ho difeso la mia dignità la violenza non ha vinto»

Sabato 7 marzo 2026
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«Alle donne dico di non arrendersi mai di fronte alla violenza». Le parole di Alessia Viola, aggredita brutalmente a colpi di fendenti mentre era su un autobus a Napoli, descrivono la...

«Alle donne dico di non arrendersi mai di fronte alla violenza». Le parole di Alessia Viola, aggredita brutalmente a colpi di fendenti mentre era su un autobus a Napoli, descrivono la sua grande forza d’animo e la lucidità nel voler trasmettere un messaggio positivo. La 32enne napoletana, di professione avvocato penalista, ha condiviso la sua testimonianza nonostante il dolore fisico ed emotivo che l’ha travolta. Una scelta intrapresa affinché «nessuno abbassi la testa di fronte a qualsiasi genere di violenza».

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Come è avvenuta l’aggressione?

«Ero a bordo del bus 132 per rincasare dopo il lavoro come tante altre sere. C’era gente e un via vai di passeggeri, come sempre. Intorno alle 20.45 all’altezza della fermata Quattro Giornate, si è avvicinato un uomo che pochi attimi prima aveva scrutato tutti quanti. Quando mi ha raggiunta ha detto la frase “questi sono tutti pazzi” e una serie di parole pronunciate con veemenza, proseguendo a lamentarsi. Quest’uomo, che io non conoscevo, si è seduto alle mie spalle e in pochi istanti è esploso in tutta la sua furia violenta».

Cosa ricorda di quei momenti?

«L’uomo che si era seduto dietro di me, mi ha colpito una decina di volte con un coltello. Ricordo le sue urla, gridava che se qualcuno si fosse avvicinato mi avrebbe uccisa. Ha cominciato a urlare sempre più forte. Ha imposto che venissero fatte scendere tutte le persone presenti, minacciandomi con il coltello puntato alla gola. Mentre stringeva il coltello in mano, diceva “sono vittima del sistema” e continuava a parlare di una sua denuncia che non era stata presa in considerazione. Nella mia testa ci sono esattamente tutte le sue parole: “Sono andato a denunciare ma loro non l’hanno voluta ricevere”».

Ha rischiato di morire.

«Sì. Avevo difficoltà a respirare. Dopo le coltellate al volto, al collo, su braccia e mani si è avventato su di me facendomi cadere a terra. Il bus ormai era vuoto. Ho cercato di strappagli il coltello dalle mani, ferendomi ancora di più. A quel punto, ha schiacciato la mia testa contro il pavimento del bus e mi bloccava premendo la sua gamba sul mio collo. Mi mancava l’aria e facevo sempre più fatica a respirare, per questo devo ringraziare l’autista del bus».

Perché è stato prezioso l’aiuto del conducente del bus?

«Il conducente era stato costretto a far scendere tutti i passeggeri. L’uomo che mi aveva colpita più volte col coltello gli aveva urlato: “Fai scendere tutti o la uccido”. Una volta richiuse le porte, l’autista è stato coraggioso, ha sfoderato toni e parole che ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso prima dell’arrivo dei carabinieri. È stato capace di intrattenere quell’uomo violento. Lo ringrazio con tutta me stessa».

Cosa ha pensato durante quegli istanti di pura violenza?

«Ho cercato, prima di tutto, di difendermi. Non riuscivo a capire il perché di tanta violenza. Non riuscivo a comprendere l’enormità di questa ingiustizia che mi era toccata. C’è stato un momento terribile. Ero a terra e ho creduto che stesse per ammazzarmi e che per me sarebbe stata la fine. È difficile spiegare che proprio allora ho reagito più che potevo. Non so dove ho trovato la forza di resistere fino alla fine».

Ha avuto paura?

«Quando ho visto il bus vuoto e tutti gli altri passeggeri fuori ho solo pensato a reagire. Ho cercato di strappargli quel coltello. Non mi importava di essermi ferita ancora di più perché quel gesto significava resistere. È stato importante per far capire che ero viva e non intendevo arrendermi. Ho il volto tagliato e mi ha colpita anche in altre parti del corpo. I medici mi hanno ricucito le ferite, ciò nonostante ho la fierezza di chi sa di aver speso ogni energia della propria anima per difendere la propria dignità».

La sua reazione è un messaggio?

«Il mio messaggio è soprattutto rivolto alle donne a cui dico di non arrendersi mai. Di non fare mai un passo indietro. Di non abbassare mai il capo di fronte a qualsiasi genere di violenza. Un messaggio universale che, però, nel mio caso di donna e persona di legge mi sento di rivolgere soprattutto a chi, spesso, è vittima di ogni tipo di abuso e violenza».

Cosa è più importante ora?

«In quei momenti ho rivisto il film della mia vita. Ho pensato ai miei parenti, ai colleghi, al mio prof e alle persone che mi vogliono bene. Per questo ora ho voglia di rimettermi. Il primo pensiero è stare bene, tornare a indossare la toga in un’aula di giustizia. Non si tratta semplicemente di lavoro: vivo la toga come la rimozione dell’arbitrio e la riaffermazione del diritto e della ragione».

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