Il Qatar infiamma i mercati: rischio blocco totale. Il petrolio a 90 dollari, balzo maggiore dal 1983
Lo spettro di un conflitto di lunga durata ha fatto scattare ieri il costo del petrolio e ha spaventato i mercati, con i listini europei e statunitensi in rosso. Il prezzo al barile ha sfondato...
Lo spettro di un conflitto di lunga durata ha fatto scattare ieri il costo del petrolio e ha spaventato i mercati, con i listini europei e statunitensi in rosso. Il prezzo al barile ha sfondato quota 90 dollari per il Wti ed è volato a oltre 92 dollari per il Brent. In rialzo anche il gas. I futures di aprile hanno chiuso in ulteriore rincaro a 52,8 euro (+4%). E mentre il prezzo sale, gli stoccaggi si riducono. In Europa sono sotto il 30%, in Italia al 46%. Al momento però le riserve sono in fase di svuotamento per la stagione invernale. A maggio e giugno riprenderà l’approvvigionamento e allora potrebbe innescarsi una competizione a trovare fornitori.
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LE CAUSE
Ad allarmare gli operatori è stato prima l’annuncio del Qatar sulla possibile interruzione delle esportazioni in caso di uno scontro prolungato, con il rischio di un balzo del petrolio a 150 dollari. Nel pomeriggio italiano è poi arrivata la richiesta del presidente statunitense all’Iran di «una resa incondizionata» che di fatto chiude la porta a una intesa negoziata. Doha ha affidato il messaggio a un colloquio con il Financial Times: poche settimane e i Paesi produttori potrebbero fermare le esportazioni. Prospettiva che si somma alle difficoltà per petroliere e navi gassiere ad attraversare lo snodo chiave dello Stretto di Hormuz , sotto la minaccia dei pasdaran della Repubblica islamica dopo l’attacco all’Iran sferrato sabato scorso da Stati Uniti e Israele. Minaccia tale a spingere Washington a ipotizzare una scorta militare. Lo stesso quotidiano della City non esclude neppure che il petrolio possa balzare fino a 200 dollari, dopo essere salito in una settimana del 35% il Wti e del 28% il Brent.
I resoconti dal Golfo dicono che la società di navigazione danese Maersk ha sospeso le spedizioni verso l’area. Fonti irachene riferiscono che le compagnie petrolifere europee hanno avviato l’evacuazione del loro personale straniero dal Paese. Tra queste viene citata l’Eni a Bassora. Trump ha poi incontrato i ceo delle aziende della difesa ricevendo l’assicurazione che la produzione di armi avanzate quadruplicherà.
I timori degli operatori si sono tradotti in una nuova giornata nera per i listini. Il bollettino della giornata di ieri ha visto Londra perdere il 1,24%, Milano l’1% a 44.152 punti, il Dax di Francoforte lo 0,94% e il Cac di Parigi lo 0,65%.
Sull’altra sponda dell’Atlantico i listini statunitensi hanno viaggiato tutti al ribasso: -0,95% per il Dow Jones, -1,36% per l’S&P 500, - 1,59% per il Nasdaq, mentre il Vix, che registra la volatilità dei mercati ha sfiorato i 30 punti, con un balzo del 25%.
Neppure l’annuncio dell’amministrazione Trump di un programma d riassicurazione da 20 miliardi di dollari per le petroliere è servito a far invertire la rotta alle borse Usa . In calo anche il Bitcoin, tornato ieri sotto i 70mila dollari e con gli investitori che si spostano verso beni rifugio come l’oro salito dell’1,82% a 5.170 dollari. Ad accentuare l’incertezza i dati sull’occupazione negli Stati Uniti hanno riportato una contrazione di 92mila posti di lavoro a febbraio e una crescita al 4,4% della disoccupazione.
«Per la Federal Reserve il problema, però, è tutt’altro che semplice. Da un lato, un mercato del lavoro che rallenta potrebbe giustificare nei prossimi mesi una linea più accomodante. Dall’altro, la banca centrale deve restare prudente perché l’escalation della guerra con l’Iran rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche attraverso l’aumento dei prezzi energetici, dei carburanti e dei costi di trasporto», spiega Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, «In questo contesto, la Fed si trova quindi in un forte dilemma: lavoro in calo e segnali di raffreddamento dell’economia da una parte, rischi di inflazione in rialzo dall’altra».
Le considerazioni cui si trova davanti la Fed sono quelle di altre banche centrali. «Nel breve periodo, il recente aumento dei prezzi dell’energia seguito alle tensioni in Iran rende più incerto il percorso dell’inflazione», ha detto Isabel Schnabel, membro del consiglio esecutivo Bce, intervenendo a New York allo US Monetary Policy Forum, «Tuttavia, finché gli scostamenti dal nostro obiettivo, in entrambe le direzioni, restano temporanei e limitati, con aspettative di inflazione ben ancorate, essi hanno un’importanza limitata per le decisioni di politica monetaria, poiché si verificano naturalmente quando un’economia è esposta a prezzi dell’energia volatili».
Secondo gli analisti di Pictet, lo scenario base è quello di una de-escalation delle tensioni, tuttavia, «le persistenti preoccupazioni per possibili interruzioni delle forniture energetiche potrebbero mantenere petrolio e gas su livelli elevati ancora per qualche tempo». Il quadro, aggiungono, non è però quello degli anni Settanta, quando ci fu il blocco di Suez dopo la Guerra dei sei giorni, né quello del 2022 con la guerra in Ucraina: «l’inflazione di fondo negli Stati Uniti è ancora sopra il target e il ricordo della pandemia mantiene elevata l’attenzione delle banche centrali».