Omicidio Ylenia Musella, non fu una casualità. Il fratello voleva ucciderla: «Lama dritta nella schiena»
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Non è stata una fatalità e neppure l’esito imprevedibile di un gesto scomposto dettato dall’ira. Il coltello che, la sera del 3 febbraio scorso, ha ucciso a Ponticelli la ventiduenne Ylenia Musella non sarebbe stato scagliato da una distanza di alcuni metri mentre, scendendo le scale del palazzo, stava per raggiungere l’androne condominiale. Giuseppe, il fratello, avrebbe impugnato la lama al momento del delitto e l’avrebbe affondata deliberatamente nella sua schiena. Nessuna tragica casualità, dunque, stando a quanto emerso dagli accertamenti disposti dalla Procura.
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I fatti
Una ricostruzione che, in attesa degli esiti dell’autopsia, sembra collimare con quanto già emerso dai primi step delle indagini condotte dalla Squadra mobile. Resta invece ancora in parte avvolto da un alone di mistero il reale motivo di quella lite. Stando al racconto reso dal 25enne nella sua confessione in questura e poi ribadita anche davanti al giudice, la reazione violenta sarebbe stata innescata dall'alto volume della voce di Ylenia durante una conversazione telefonica - lui in quel frangente voleva riposare - e dalla reazione della ragazza la quale avrebbe preso a calci il cane pitbull di Giuseppe.
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L'animale, secondo gli accertamenti della polizia scientifica, non aveva ferite, ma tracce di sangue, probabilmente della ventiduenne. Il coltello infine venne trovato sotto un camioncino e non nella schiena della vittima, ma nessuna delle persone che hanno riferito di avere assistito alla scena ha mai fatto riferimento al fatto che qualcuno l'avesse estratto, prima della corsa in ospedale, rivelatasi inutile.
L’aggressione
Proprio questa circostanza, però, sta spingendo il pool investigativo coordinato dal sostituto Ciro Capasso e dall’aggiunto Alessandro Milita a ritenere che la lama possa essere stata impugnata al momento dell’aggressione e non, come sostenuto da Giuseppe Musella, lanciata da una distanza di circa dieci metri. Assistito dai penalisti Andrea Fabozzo e Leopoldo Perone, il 25enne reo confesso aveva provato a fornire una giustificazione all'orrore consumatosi quella sera al parco Conocal di Ponticelli.
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Durante l’interrogatorio di convalida, tra le lacrime, ha ripercorso gli istanti che hanno preceduto il delitto spiegando: «Avevo un brutto mal di testa, volevo dormire, ma mia sorella ascoltava musica e parlava al telefono ad alto volume», ha raccontato al gip Maria Rosaria Aufieri. Poi, la scintilla: un presunto calcio che Ylenia avrebbe sferrato al cane di famiglia, a cui Giuseppe era particolarmente legato. Secondo il racconto fornito, la rabbia sarebbe esplosa in un istante: avrebbe afferrato un coltello da cucina e lo avrebbe lanciato nel momento in cui la sorella, ormai uscita da casa, aveva quasi raggiunto l’androne. «Non volevo ucciderla, lei era la mia vita», ha ripetuto. Ma i rilievi e l'analisi della traiettoria hanno raccontato fino qui una storia ben diversa. Un coltello lanciato da quella distanza difficilmente avrebbe prodotto una ferita capace di arrivare fino al cuore.
Il fendente
Per gli inquirenti il fendente sarebbe stato infatti sferrato “di punta”, con una pressione costante e ravvicinata. Una tesi che trova conferma nel fatto che il coltello non sia rimasto conficcato nella schiena della vittima, ma sia stato poi ritrovato sotto un camioncino, lontano dal corpo, senza che nessuno dei testimoni ascoltati avesse riferito di averlo estratto prima della corsa disperata verso l'ospedale Villa Betania. Un elemento che ha orientato la decisione del giudice di convalidare il fermo è stata poi la condotta di Giuseppe Musella, che avrebbe provato a inquinare le prove e a ripulire la propria immagine digitale. La rimozione dei profili social è stata letta come la volontà di eliminare le tracce di un’estetica della violenza - pose da killer e riferimenti alla cultura delle armi - che potevano pesare come macigni sul giudizio. Il cane, sottoposto a esami specifici per verificare i maltrattamenti denunciati, non presentava inoltre segni di percosse o calci. Sullo sfondo il muro di omertà con cui il rione Conocal ha provato a coprire l'omicida.