Salvitelle, il borgo senza un negozio: «Aiutateci a sopravvivere»
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C’è la fila davanti all’ambulante che vende frutta in piazza. Ed è così ogni mercoledì perché è l’unico lusso, sì proprio un lusso, qui a Salvitelle, paese arroccato nel vallo di Diano, ultimo della Campania che si affaccia sulla Basilicata. Solo un bar, un minuscolo emporio di 15 metri quadri gestito da una 87enne che vende minuterie, e una farmacia che pure rischia(va) di chiudere.
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La salumeria, invece, quella sì ha serrato per sempre le porte 5 mesi fa gettando nella disperazione i 441 abitanti di questo borgo: più di 30 chilometri in strade ripide e piene di tornanti per raggiungere i paesi vicini per fare la spesa. Per comprare generi di prima necessità che qui ormai sono un miraggio. E così, se metti che la maggior parte sono anziani, in molti almeno un paio di volte a settimana devono prendere un bus per fare una semplice spesa.
«Senza un negozio il paese muore», è il grido di dolore di Maria Antonietta Scelza, battagliera sindaca che ha deciso di non volersi arrendere, di non condannare il suo Municipio ad una lenta agonia. «Siamo disposti ad azzerare le tasse comunali e concedere in fitto gratuito locali del comune a chi voglia aprire un’attività del genere», premette. Poi aggiunge: «Che sia una famiglia, un singola partita iva o la grande distribuzione». Complicato. «Non credo: anche una società, un marchio, potrebbe decidere di aprire una rivendita. Anche per ragioni etiche e non solo per mero profitto o logica di mercato», evidenzia. «Altrimenti è la fine», aggiunge allargando le braccia.
Il paese
«Una sola cosa vogliamo». Cosa? «Vogliamo dove comprare da mangiare», quasi urla la signora Gina agitando il bastone come per farsi intendere meglio. «Non è possibile prendere il bus ogni volta che manca qualcosa», aggiunge. Nel centro storico le strade sono ordinate, pulite ma vuote. Destino di molti comuni italiani ma qui non c’è voglia di annunciare la resa. O aspettarla. «Piuttosto allestiamo una cooperativa e apriamo uno spaccio comunale. Insomma dobbiamo inventarci qualcosa», aggiunge sempre la sindaca che per evitare anche la fuga del farmacista, metterà a disposizione per lui dei locali comunali: «Il fitto risulta alto e minacciava di abbassare anche lui la saracinesca per sempre. E non ce lo possiamo permettere di stare senza medicine in un comune fatto per la maggior parte di anziani. Anche per il medico di base, che è qui due volte a settimana, i locali li ha messi il comune».
«Ad ogni decesso, penso che è andato via un altro cliente. Ma non chiudo finché campo: lo faccio per i miei compaesani», dice con orgoglio Antonia Gatti, 87 primavere, nel suo minuscolo negozio, mentre gioca a carte con la figlia venuta a farle compagnia. Sugli scaffali poche cose: lampadine, saponette, lampade votive, viterie e piccoli utensili buoni per piccole emergenze. O, meglio, un presidio per non scomparire. In Italia sono almeno 500 comuni senza più un negozio e continuano ad aumentare. «È un’emergenza a cui porre rimedio: senza nemmeno un’attività commerciale si velocizza lo spopolamento di questi borghi. Servono incentivi, defiscalizzazioni per le attività che sono in alcuni luoghi, altrimenti è la fine», spiega il presidente Anci Campania Francesco Morra che aggiunge: «Ma senza un ruolo diverso e più attivo dei privati, la strategia per le aree interne resta monca: non basta l’impegno delle istituzioni e dei primi cittadini costretti a fare tutto nelle piccole realtà». Li definisce i «sindaci-operai» Morra, che spera nella sensibilità per le aree interne del governatore Roberto Fico. «Ma dal Bilancio regionale che si sta per approvare non mi sembra si sia riuscito a trovare risorse per i piccoli Municipi», aggiunge sempre Morra.
Una lettera per il governatore intanto la sta mettendo a punto sempre il primo cittadino per avere un finanziamento e riadeguare alcuni immobili, già ristrutturati, che il comune ha ricevuto. L’elenco è sulla sua scrivania: un palazzo intero oltre ad una decina di case terra-cielo che alcune famiglie originarie di Salvitelle hanno donato gratuitamente al Municipio. Preferiscono disfarsene di queste vecchie dimore, tanto sul mercato non valgono certo molto. Anzi. Solo tasse e rogne varie senza che da anni, nemmeno d’estate, ci mettano più piede nel vecchio borgo: meglio darle via, allora. «L’unica soluzione è accedere a finanziamenti per riattarle e farne un albergo diffuso, strutture per l’ospitalità magari gestite da una cooperativa di giovani del posto», è il progetto della Scelza. Anche perché i trasporti per arrivare sino a qui sono buoni e c’è la rete per chi volesse fare smart working per qualche periodo: almeno si rivitalizza il borgo.
Arrendersi? «Mai. Abbiamo deriso l’esercito francese più di 200 anni fa. E ogni agosto c’è una maratona a piedi nudi in montagna per ricordare quando, alla fine del ‘700, i miei concittadini sconfissero in una corsa i granatieri francesi. Noi scalzi, loro con gli scarponi. Figuriamoci se ci arrendiamo», aggiunge sempre la sindaca. Ma per ripartire serve una sola cosa che qui è come l’acqua in un deserto: un negozio. Uno solo.