Domenico Caliendo, i genitori alla redazione de Il Mattino: «Ora mio figlio deve diventare simbolo della buona sanità»
«Domenico non c?è più. Ma continuerà a vivere nella buona sanità che, mi auguro, eviterà che si ripetano gli errori che me lo hanno portato...
«Domenico non c’è più. Ma continuerà a vivere nella buona sanità che, mi auguro, eviterà che si ripetano gli errori che me lo hanno portato via». Davanti alle telecamere della web tv del Mattino c’è Patrizia Mercolino Caliendo, la mamma del bambino morto all’ospedale Monaldi il 21 febbraio dopo un trapianto di cuore fallito.
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Patrizia, con oggi sono 19 giorni che Domenico non c’è più. Come state vivendo lei e suo marito questo momento?
«Quello che ci fa andare avanti è l’impegno a combattere affinché quello che è successo a Domenico non accada più a nessuno, e soprattutto a nessun altro bambino. Per questo servono regole ancora più stringenti, per questo è indispensabile migliorare la sanità: più controlli, più linee guida, maggiore rigore. Nel caso di Domenico c’è invece chi ha commesso degli errori».
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Il calvario di suo figlio si è consumato tra le mura di un ospedale che resta sempre un centro di eccellenza sanitaria, in Campania e in Italia.
«Ed io so che non è giusto generalizzare, fare d’ogni erba un fascio. Per questo ho sempre difeso il Monaldi e dico che di questa struttura ci si deve fidare. Quello che è successo al mio bambino non deve indurre nessuno a fare crociate contro la struttura in sé. Nei quasi tre anni durante i quali ho dovuto accompagnare il mio Domenico in ospedale ho conosciuto dottori, infermieri, impiegati, insomma tutti; e ho sempre detto che sono sempre stati tutti molto professionali».
Qualcuno si è fatto vivo dopo che il bambino è morto?
«Continuo a ricevere lettere, lettere piene d’amore e di affetto per Domenico: alcune firmate, altre anonime, ma so che vengono dall’interno dell’ospedale. In molti casi leggendo quelle parole colgo quasi un sentimento di dolore, è come se volessero chiedermi scusa per il finale di questa storia, per come sono andate le cose, per quello che è successo: ovviamente non perché loro siano stati responsabili di qualcosa, ma per come poi le cose sono andate».
Quindi sono “voci di dentro” al Monaldi?
«Ne sono certa. Alcuni di loro ricordano le corse che mio figlio faceva felice e sorridente nel corridoio del reparto Pediatrico. In una lettera c’è chi mi ha scritto: “Quel bambino ci ha insegnato ad essere prima di tutto umani e poi professionisti».
Che cosa rappresenta adesso Domenico?
«Domenico deve diventare un simbolo. Dev’essere immortale. Tanta tanta gente ci sta vicini. Tutto questo affetto ci dà la forza: però più passa il tempo e più cresce il dolore e si fa insopportabile»
Come fa ad essere così forte? Dove ha trovato il coraggio di andare avanti nei giorni più difficili, quelli dopo il 23 dicembre? Lei pure è già un simbolo: ha dato una immensa lezione morale a tanti, al senso sguaiato di tanti che si ritengono vittime della malasanità, di certa gente che per tanto, tanto meno sfascia i reparti di pronto soccorso.
«Ho assistito al calvario del mio piccolino in silenzio. Forse all’inizio il dolore si cerca di tenerlo dentro, eppure adesso più passa il tempo e più aumenta il dolore».
Lei e suo marito Antonio avete altri due figli. È ora di pensare a loro...
«Certo. E di stare vicino a loro, sono ancora piccoli».
Patrizia, che ruolo ha avuto il cardinale Battaglia nei giorni più terribili prima di quel 21 febbraio?
«Mi è stato vicino, sempre: è una persona eccezionale. Ogni giorno. Mi ha dato forza, coraggio, e di questo gli sarò grata tutta la vita. Anche oggi mi è molto vicino, e non posso che ringraziarlo».
Nei 60 giorni che ha trascorso accanto a Domenico, che cosa la ha ferita di più?
«Il silenzio. Il fatto che non mi hanno detto niente. I medici, invece, avrebbero dovuto dirmi quello che stava succedendo. Invece non mi hanno detto niente di quello che era realmente successo prima, durante e dopo l’intervento a Domenico. E anche quando - il 7 febbraio, quando Il Mattino pubblicò i retroscena dei fatti - chiesi di nuovo cosa fosse successo la dottoressa Farina mi rispose così: “Mi dispiace che lo avete scoperto così, signora, ma c’è un’indagine interna e quindi non ve lo potevo dire. Ma mai avrei potuto immaginare tutto questo. Ma questo non è tutto, perché poi poco dopo mi sono sentita anche tradita».
Da chi, e quando?
«La sera in cui giunse la notizia che si era reso disponibile un secondo cuore, due o tre giorni prima che Domenico morisse. Mi illusero, convocandomi di sera al Monaldi».
Oppido, dopo l’operazione fatta suo figlio, si fece vedere?
«No, mai più visto dopo l’intervento, ad eccezione del giorno in cui ci fu il consulto allargato ai medici specialisti convocati da diverse parti d’Italia al Monaldi per verificare le condizioni del bambino.
Adesso vi battete per la fondazione che porta il nome di Domenico.
«L’idea mi è venuta due giorni prima che morisse. Ero lì, sdraiata vicino a lui e sapevo che stava per morire, si trasformava giorno dopo giorno, cambiava aspetto. Quel giorno dissi a mio marito: “Prepara già le cose”.
Quali cose?
«Il funerale».