Pompei, i calchi raccontano gli ultimi istanti della città
Il Mattino

Pompei, i calchi raccontano gli ultimi istanti della città

Giovedì 12 marzo 2026
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Non è pulp fiction. Ma un cartello, nella Palestra grande a Pompei, invita a non entrare, «se pensate che possa causarvi disagio»; chiede «rispetto e silenzio durante la...

Non è pulp fiction. Ma un cartello, nella Palestra grande a Pompei, invita a non entrare, «se pensate che possa causarvi disagio»; chiede «rispetto e silenzio durante la visita». E, oltre quel pannello, si capisce perché: si vede subito la sagoma di un bimbo di tre anni con le labbra tumefatte, la vestina sollevata e le gambe, piccole e magre, tese a causa dello choc termico subito durante l’eruzione. «Negli ultimi istanti di vita vagava da solo in un corridoio nella casa del Bracciale d’oro; mentre altre vittime sono state ritrovate rinchiuse in un pianerottolo, in minuscolo sottoscala» dice Tiziana Rocco con Silvia Martina Bertesago (responsabile del progetto) e Serena Guidone tra le curatrici dell’allestimento permanente negli scavi, arricchito da foto d’epoca, plastici e video ideati per raccontare, con i calchi, uno dei momenti più drammatici del 79 d.C.

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«Gli abitanti scappavano dalle loro case e rimasero intrappolati nel secondo giorno dell'eruzione, dopo la caduta dei lapilli, in una nube ardente di cenere vulcanica, la cosiddetta corrente piroclastica, che si solidificò intorno ai loro corpi» spiega il direttore del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel. Più di tutti, in una teca trasparente, colpisce la posizione assunta da un uomo con la testa rannicchiata tra braccia e ginocchia, nel tentativo disperato di proteggersi dai gas: «Era nascosto nella latrina proprio qui, nella Palestra grande, dove è stato ritrovato assieme a 75 abitanti».

Poi c’è la dolcezza amara di una coppia abbracciata dissepolta dalla casa del Criptoportico: un uomo certamente, stando al test del Dna, l’altro non si sa. «Forse sono due amanti» ipotizza il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, in occasione dell’inaugurazione del percorso, attraversando quella che definisce «una galleria del dolore di rara potenza visiva», ed evitando qualsiasi domanda dei cronisti, dalla Biennale di Venezia alla Fenice e Cinecittà.

Dalla stessa domus, con le porte sbarrate, arriva l’eco di altre storie: «All’alba gli inquilini tentarono di uscire dalle finestre, pensavano di avercela fatta, a un pericolo scampato, portavano con loro alcune mazze per farsi strada, nel giardino...».

Pompei, esposizione nella Palestra grande degli scavi con i corpi in gesso delle vittime dell'eruzione del 79 d.c.

Il profilo di un ragazzo con le mani sulla bocca è accanto a un altro corpo disteso, pancia a terra, un ventenne alto meno di un metro e cinquanta. Poi c’è la silhouette scomposta di una donna «probabilmente caduta da un albero, mentre cercava di arrampicarsi e mettersi in salvo: sul suo abito è rimasta traccia del fogliame...» fa notare Rocco, spiegando di aver radunato i calchi di 22 vittime di diversi luoghi, tra Porta Nolana e Porta Stabia, in vicoli e strade di uscita dalla città, nelle domus e negli spazi pubblici. Tutti sono originali, in gesso, anche se spesso confusi, ritenuti erroneamente corpi pietrificati, e rientrano tra gli oltre cento calchi realizzati a partire dal 1865 con la tecnica sperimentata, per primo, dall’archeologo Giuseppe Fiorelli, leggermente affinata: da poco restaurati, ma già da tempo sono disseminati negli scavi (i più numerosi, nell’Orto dei fuggiaschi, lì dove sono stati recuperati, sotto due metri di cenere) o custoditi nei depositi.

Alle mostre vengono inviate esclusivamente copie stampate in 3D: «La scienza ci restituisce i volti, i gesti e l'umanità degli abitanti» afferma Zuchtriegel, precisando l’intenzione di evitare la spettacolarizzazione, facendo apparire la visita «un divertimento», per questo rinunciando alle decorazioni e riducendo l’uso del colore. Ai calchi si aggiungono le riproduzioni di mobili, cibi antichi, animali di compagnia, dai cani alle tartarughe, piante e alberi (tra cui il tronco di un cipresso), oggetti della vita quotidiana, letti carbonizzati, persino un cestino pressoché intatto. Utile, per ricostruire l’accaduto, è iniziare il tour dalla colonna stratigrafica, di 4 metri (nel Braccio Sud), e solo alla fine dirigersi verso i calchi, per guardare in faccia la morte.

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