Erbil, missile sulla base italiana: non ci sono feriti. Tajani: «Inaccettabile, decidiamo atti da compiere»
Troppo vicino al confine, troppo vicino al covo dei vecchi jihadisti che nel nord dell'Iraq si mescolano a quelle milizie sempre pronte a dare man forte ai pasdaran ea quelle che invece...
Troppo vicino al confine, troppo vicino al covo dei vecchi jihadisti che nel nord dell'Iraq si mescolano a quelle milizie sempre pronte a dare man forte ai pasdaran ea quelle che invece vorrebbero avanzare per rovesciare il regime. E l'attacco temuto dal giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno fatto scattare i raid contro l'Iran è arrivato ieri. Un ordigno potentissimo piombato nel compound di Camp Singara quando a Erbil era già buio: un drone, secondo le prime indagini, che ha centrato in pieno la base degli italiani. Un attacco diretto, non si sa se voluto o frutto di un errore nella scelta del bersaglio, che però trascina i nostri militari nel fronte più caldo del conflitto che sta infiammando il Medio Oriente. La notizia fa sobbalzare lo Stato Maggiore della Difesa, ma a rassicurare tutti ci pensa subito il ministro Guido Crosetto: «Ho parlato personalmente con il comandante della nostra base e posso dare conferma che nessuno dei nostri militari è rimasto ferito». La notte i soldati l'hanno trascorsa tutta nelle zone di sicurezza e di primo mattino il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti fa arrivare le sue rassicurazioni alle famiglie: «La base era in condizioni di preallarme per la situazione di crisi in atto e, verso le 20.30 locali, è stato attivato l'allarme della coalizione per una minaccia aerea. E tutti quanti, seguendo procedure già rodate tra tutto il personale, ci siamo recati in sicurezza nei bunker assegnati. E poco prima dell'una, c'è stata una minaccia aerea: è ancora è in fase di accertamento la tipologia della minaccia, sia un drone o un missile, e ha colpito la base italiana e ha provocato alcuni danni a infrastrutture e materiali della base. Il personale sta bene, era protetto all'interno dei bunker, stanno tutti bene».
Lo scenario
Il Capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, chiama subito a Erbil e fa il punto della situazione, mentre il caso fa arrivare ancora più vicino alle case degli italiani il conflitto che dall'Iran si è allargato giorno per giorno. A notte fonda anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani telefona in Iraq per accertarsi della gravità della situazione: «Ferma condanna per l'attacco che ha subito la base italiana di Erbil - dice - Ho appena parlato con l'ambasciatore d'Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria». Camp Singara è una base sterminata. Confina con l'aeroporto di Erbil e all'interno ospita i contingenti di varie nazioni. Lo spazio degli italiani è organizzato con grandi contenitori che ospitano gli alloggi, la mensa e gli uffici. Le misure di sicurezza sono state innalzate al massimo dal giorno in cui i caccia mandati in Medio Oriente da Trump iniziato hanno iniziato a colpire Teheran. E non a caso, visto che già poche ore dopo lo scoppio di questa nuova guerra i missili sono decollati in direzione Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. È vicina ma è anche un simbolo, lo spazio più ampio in cui l'esercito degli Stati Uniti ha schierato le sue truppe e rafforzato la sua collaborazione, non solo militare, con il governo di Baghdad. Anche se questa è una regione autonoma. E questo è un altro motivo per cui gli attacchi iraniani erano attesi con una certa precisione: le milizie curde sono proprio quelle che starebbero preparando un'avanzata di terra all'interno dell'Iran, con la collaborazione strategica e logistica degli 007 di Washington. La bandiera che svetta più in alto nella base di Camp Singara è quella degli Stati Uniti e proprio in quella struttura affinano le loro tecniche i poliziotti ei militari che dieci anni dopo impediscono che il califfato risorga dalle proprie ceneri.
La missione
Clima sempre sereno,militari ben accolti dalla popolazione, intesa perfetta tra la Difesa italiana e il governo di Baghdad, nonostante qualche ventata di antiamericanismo che per un certo periodo ha rischiato di far arrivare l'ordine di sgombero. Ma gli uomini della missione “Prima Parthica” sono rimasti qui, per continuare quell'impegno con il governo di Baghdad e il governatorato autonomo di Erbil. Ora il momento più difficile. Gli americani erano arrivati qui proprio nel 2014, ai tempi in cui i terroristi islamici avevano tentato di organizzarsi in uno stato autonomo, riattaccando il mondo con la minaccia di far esplodere la grande diga di Mossul. E in questo nuovo inferno sono schierati anche gli italiani: poco meno di 400 uomini che abitualmente addestrano i militari curdi e che ora vivono dentro ai bunker. Per l'Italia, la missione in Iraq resta una delle operazioni più importanti all'estero. Non solo per il numero di militari impiegati, ma per il ruolo che la nostra Difesa ha assunto nel coordinamento dell'addestramento delle forze locali. Erbil, in questo senso, è molto più di una base. È un avamposto operativo che racconta il modo in cui l'Italia prova a mantenere un ruolo nella stabilità del Medio Oriente.