Iran, Crosetto: «Niente navi da guerra nello Stretto. Serve una linea europea condivisa»
Il Mattino

Iran, Crosetto: «Niente navi da guerra nello Stretto. Serve una linea europea condivisa»

Venerdì 13 marzo 2026
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«La situazione? Di giorno è abbastanza tranquilla, è di notte che arrivano i problemi...». Il giorno dopo l?attacco alla base di Erbil, per Guido Crosetto, ministro...

«La situazione? Di giorno è abbastanza tranquilla, è di notte che arrivano i problemi...». Il giorno dopo l’attacco alla base di Erbil, per Guido Crosetto, ministro della Difesa, è quello del keep calm. Del resto, lo scenario di guerra basta e avanza ad imporre la cautela.

Ministro, che succede ad Erbil?

APPROFONDIMENTI

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«Al momento le cose sono sotto controllo e l’azione dell’altra sera, per fortuna, non ha avuto nessuna conseguenza. L’attacco c’è stato alle 00,40 ma già prima, alle 20,30, eravamo stati allertati del rischio, i militari erano tutti al riparo, ci sono stati danni solo ad infrastrutture e mezzi. E comunque avevamo già “alleggerito” la base con due trasferimenti: 102 soldati riportati in Italia, altri 75 spostati in Giordania, gli altri 141 si stanno organizzando per ri dislocarsi temporaneamente».

Lo avete fatto in via precauzionale o in base ad informazioni in vostro possesso?

«Lo abbiamo fatto in via precauzionale, visto che già dalla volta scorsa le basi Nato, dove sono di stanza gli americani, sono diventate degli obiettivi. E di certo Erbil, come il Kurdistan iracheno, non sono territori amici degli iraniani».

È stato un attacco deliberato?

«È stato un attacco deliberato alla Coalizione relativa all'Operazione Inherent Resolve, ritengo di no se si pensa che volessero colpire specificamente gli italiani. Già nei giorni scorsi Erbil, ma anche la base di Ali Al Salem In Kuwait, il CAOC in Qatar è la base della Marina americana in Bahrein erano stati attaccati. Io credo sia questa la chiave di lettura per inquadrare ciò che è avvenuto a Erbil».

E il contingente in altre zone? Iraq, Libano? Lo ritirerete?

«Abbiamo già spostato molte persone, dal Kuwait all’Arabia Saudita, in Giordania. Sul Libano, dove c’è una missione Onu e dove ieri c’era il segretario generale Guterres, si deciderà naturalmente tutti insieme. Abbiamo una nave già in zona, l’eventuale piano di evacuazione è pronto».

In generale, cosa può accadere in Iran? Quanto durerà la guerra?

«Nessuno al mondo sa quale scenario abbiamo davanti. Specie chi, come l’Italia e gli altri Paesi, non ha partecipato, preparato, organizzato e gestito questa guerra. La stiamo subendo, come tutti i Paesi del mondo. E persino i due Stati che hanno mosso guerra, Stati Uniti e Israele, danno risposte discordanti, come si è visto. Abbiamo parlato sia con il Pentagono che con lo Stato maggiore israeliano: da una parte si parla di quattro settimane, dall’altra di molto di più».

In quale direzione agire, allora?

«Bisogna continuare a cercare una soluzione diplomatica con l’Iran. Prima dello scoppio del conflitto, tutti eravamo d’accordo sul fatto che Teheran non potesse avere l’arma nucleare e una capacità balistica di migliaia di chilometri. Così come tutto il mondo condivideva la condanna al regime iraniano, che ha ucciso 30 mila giovani e che ha imprigionato tutti i dissidenti. Gli USA difendono la legittimità del loro intervento con la convinzione che l’Iran fosse a due mesi dalla realizzazione dell’arma atomica e non abbiamo elementi per sapere quale sia la verità».

Lei che previsioni si sente di fare sulla durata della guerra?

«Nessuna. Posso dire la mia speranza: che duri il meno possibile e che non più di due settimane, ancora. Del resto, alcuni, negli Stati Uniti, hanno detto che gli obiettivi sono stati raggiunti. Se dura di più diventa un guaio mondiale: per ora abbiamo frenato gli effetti del blocco di Hormuz con le scorte, ma poi ci sarà il buco delle navi che non sono potute partire».

Ecco Hormuz, nodo nevralgico. Qualcuno, come Francia e Inghilterra, sembra premere per l’invio di navi militari in difesa dei commerci. La posizione dell’Italia qual è?

«La nostra posizione, mia e del governo, è che non è il momento di mandare navi da guerra in più in una zona di guerra. Casomai sarebbe da toglierne qualcuna... Anche perché, dico a titolo di esempio, se viene colpita una fregata inglese o francese che facciamo, entriamo in guerra tutti?».

Cosa fare per Hormuz, allora?

«Ne ho parlato con i colleghi inglese, francese, tedesco, polacco con una linea che va condivisa con tutta l’Europa. Ma ad Hormuz passa il 20% del commercio mondiale, sono interessati paesi come la Cina, l’India, il Giappone. Serve un’azione collettiva per far sì che quella zona esca dal conflitto, che venga ‘sterilizzata’. Su questo ci stiamo muovendo per far sì che la guerra, con la crisi energetica che ne deriva, resti fuori il più possibile dalla vita reale delle persone, come delle famiglie, imprese, fabbriche».

E sul piano diplomatico?

«La vicenda di Hormuz, visto che come ho detto interessa Paesi non solo europei, può riattivare una riorganizzazione delle Nazioni Unite nel senso di una risposta corale a questo conflitto attraverso il multilateralismo dell’Onu».

Lei parla delle Nazioni Unite, ma anche l’Europa sembra assente.

«Ma l’Europa sono 27 Paesi diversi. Von der Leyen non è il vertice politico d’Europa, è al vertice di un’organizzazione di Stati autonomi con poteri di regolamentazione, quando, invece, l’autorità politica dei singoli è altrove. Certo, la risposta europea, di fronte ad una crisi come questa, non può essere di mantenere l’aumento del 40% del prezzo dell’energia per una tassa ecologica. Magari adesso la togli, come ha detto giustamente la presidente Meloni, e in un futuro la rimetti. Servono decisioni più veloci e meno ideologiche».

Che differenze vede tra l’Italia e la Spagna?

«Ne vedo poche, a dire la verità. Noi abbiamo mandato una nave in difesa di Cipro e la stessa cosa sta facendo la Spagna. Noi, in base agli accordi esistenti, abbiamo dato la disponibilità per l’uso logistico di basi Nato, come la Spagna. Da noi, come dalla Spagna, non partiranno attacchi diretti contro l’Iran. Noi, come loro, abbiamo detto che l’attacco di Usa e Israele è fuori dal diritto internazionale».

Tutto uguale, allora?

«No, una differenza c’è. Noi, visto che ci viene chiesto un ruolo di mediazione, non abbiamo deciso di tagliare i ponti con gli Stati Uniti, come invece sembra fare Sanchez. Anzi, per la verità, non tagliamo i ponti con nessuno, siamo tra i pochi che hanno continuato a mantenere rapporti con tutti. Ma soprattutto conserviamo l’idea che non si possano rinnegare alleanze decennali, dimenticare che la nostra libertà e la nostra ricchezza si basa sulla scelta occidentale e sull’aiuto degli Usa. Se un alleato così fondamentale sbaglia glielo dico, anche con ruvidezza, ma non cambio alleato. E lavoro sul dialogo».

Quella della diplomazia, non solo per posizione geopolitica, è del resto una vocazione dell’Italia.

«E aggiungo che il ruolo che ha la premier Meloni è molto utile, non solo in chiave europea. La sua rete di rapporti, anche con Giappone, India, paesi arabi, la sua autorevolezza, anche se alla sinistra queste parole non piacciono, verso l’Africa può aiutarci molto in questa situazione».

Lei è stato il primo, del governo italiano, a dire pubblicamente che Trump ha agito «fuori dal diritto internazionale». Parole ripetute ieri in Parlamento da Meloni. Una presa di distanza verso gli Usa?

«L’America è un alleato cui noi dobbiamo la nostra libertà, come dicevo. E, anche se ha sbagliato, sempre un nostro alleato rimane, l’unico che ci continua a garantire sicurezza e deterrenza. Un conto è essere critici, un altro è distruggere un ordine che è stato costruito e che ci fa essere quello che siamo ora. Gli Usa sono sempre una grande democrazia».

Lo sono anche con Trump alla Casa Bianca?

«Ma Trump mica ha preso il potere con le armi... Lo ha fatto con il voto. In un sistema democratico, sono i cittadini che scelgono i governanti e io ho sempre accettato il verdetto e le scelte dei cittadini. Sono altri a dire, a seconda di chi vince, che ha perso la democrazia... Secondo me la democrazia non vince se vivi in Iran, dove c’è un potere teocratico che viene mantenuto con uccisioni e prigionia».

Lei mercoledì ha assistito al dibattito parlamentare, che impressione si è fatto?

«Ero al Senato, dove c’è stato un dibattito di buon livello. E ho molto condiviso il messaggio di Giorgia Meloni di lanciare un tavolo con le opposizioni, che è l’unico modo per affrontare questa situazione. Litighiamo su tutto, sul Referendum, sulla Bartolozzi, su Crosetto, su quello che vogliamo... Ma in casi simili le soluzioni vanno condivise. Qui non c’entra il governo, va data un’idea di unione tra tutti i partiti. Bonelli ha citato un mio messaggio con cui li informavo tutti dell’andamento delle cose. Ma non l’ho mandato solo a lui: ho informato Conte, Schlein, Fratoianni e, ovviamente, Salvini e Tajani. Ho parlato con la premier. Credo sia giusto fare così. Discutiamo sul 95% delle questioni, ma lasciamo fuori la vicenda internazionale».

La proposta lanciata da Meloni di un tavolo condiviso è stata però rispedita al mittente dalle opposizioni...

«Ma sono certo che la riprenderanno e che, alla fine, prevarrà il senso delle istituzioni e dello Stato».

Dopo il Referendum, magari...

«Ma bisogna fare prima, la guerra non aspetta. Facciamo libero insulto su tutto, per dire, ma non sulla crisi internazionali. Io sto servendo le istituzioni e lo Stato, non vorrei dover constatare che ad altri invece non interessa...».

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