Campania, chance in India: «Qui un mercato enorme»
Il Mattino

Campania, chance in India: «Qui un mercato enorme»

Domenica 15 marzo 2026
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Dell?accordo tra Unione Europea e India sulla riduzione (tendente alla cancellazione dei dazi) c?è solo il memorandum e ci vorranno almeno altri 18 mesi tra i passaggi tecnici e...

Dell’accordo tra Unione Europea e India sulla riduzione (tendente alla cancellazione dei dazi) c’è solo il memorandum e ci vorranno almeno altri 18 mesi tra i passaggi tecnici e poi quelli politici (ne servono 23 da una parte e dell’altra e poi la firma ufficiale degli atti definitivi), ma a chi già oggi opera in India quell’intesa appare come un’opportunità enorme. L’India è un paese giovane, con una vocazione internazionale che, in parte, le deriva dall’essere stata colonia britannica, e che con l’inglese lingua parlata in tutta la nazione (le lingue ufficiali sono 22, quelle parlate realmente si stima siano un centinaio) ha aperto ai suoi giovani le porte delle università inglesi e americane creando un ceto Stem all’avanguardia nel pianeta (basta vedere i nomi dei progettisti di Photoshop, il software più diffuso al mondo per la gestione delle immagini). Negli ultimi anni ha avviato un ambizioso programma di riforme e semplificazioni con l’obiettivo di attrarre investimenti e irrobustire la già forte crescita economica. Tutte condizioni - insieme all’essere un mercato da quasi un miliardo e mezzo di persone - che rendono l’accordo sui dazi di una rilevanza strategica per l’Europa (e l’Italia in prima fila). Nel 2025 l’Italia ha esportato in India beni per 5,7 miliardi di euro (lo 0,9% di tutto l’export) e ne ha importato per 592 milioni (l’1,44% di tutto l’import); la Campania ha esportato per 103 milioni (lo 0,5% del totale) e ne ha importato per 836 milioni (il 3,2 di tutto l’import). Numeri che spiegano come - una volta ridotte e in certi casi azzerate le barriere tariffarie - ci siano spazi enormi. Importiamo prodotti chimici, alimentari e abbigliamento. Esportiamo macchinari, prodotti alimentari e abbigliamento (a conferma che con il crescere dei ceti abbienti cresce la richiesta di made in Italy). Un assaggio - in tutti i sensi - si è avuto all’AAHAR, The International Food & Hospitality Fair che si è tenuta a Delhi in questi giorni, la più grande fiera dell’alimentare e dintorni dell’India: tra le aziende italiane in primo piano i marchi campani tra cui Caputo, Pastificio Liguori ed Elmeco, impresa napoletana nata nella Pignasecca (e ora sviluppata negli impianti di Casandrino) che da anni ha una sua presenza stabile in India con una controllata a Mumbai.

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La sfida

«Questi accordi - spiega Antonio Fasano, imprenditore di origine napoletane che vive da 15 anni a Mumbai, partner in India dell’Elmeco e proprietario di altre aziende che operano nel mercato dell’immenso paese asiatico - sicuramente porteranno un grande un aumento degli scambi, ma non ci sono dubbi perché soprattutto per tre categorie merceologiche, macchinari, chimica, soprattutto e acciaio, ci si aspetta quasi l'azzeramento dei dazi». Ma non sarà una passeggiata, perché l’India è già un mercato concorrenziale. «Chi sta già qui - spiega - sarà avvantaggiato perché già interagisce con il sistema economico locale. Però c’è tempo davanti a noi che si può sfruttare per prepararsi adeguatamente». «Qui - insiste - le dimensioni sono enormi: bisogna ragionare come se fosse l’Europa, con tanti stati, sensibilità a volte completamente diverse, e tradizioni diverse. Lo Stato sta lavorando molto alacremente per superare queste barriere, anche culturali, con riforme che puntano a standardizzare il mercato». Un miliardo e mezzo di persone è un numero quasi incalcolabile, sia pure con profonde differenze sociali ma che sta facendo grandi passi avanti. «Se la certificazione dei prodotti - spiega Umberto Cortese, amministratore delegato dell’Elmeco che alla fiera ha portato i suoi ultimi granitori, cioè le macchine che producono le granite - può essere vista come una barriera, con gli accordi diventa un’opportunità perché premia la qualità e questo è molto considerato in India, così come l’assistenza post vendita che produttori di altri stati non europei non assicurano». «Questo - continua Cortese - è un mercato che cresce apprezzando chi porta la qualità, magari si fa fatica all'inizio, ma poi gli indiani hanno una vocazione imprenditoriale e per gli affari che li avvicina come mentalità a noi italiani».

Le regole

L’India - a differenza della Cina che impone una serie di oneri agli investitori stranieri - è di impronta europea sia per l’ingresso dei capitali, sia per l’uscita degli utili. «Se si sta nelle regole - precisa Fasano - non ci sono problemi, il sistema contabile, quello legale è mutuato da quello inglese. E poi aiuta la lingua: l’inglese lo parlano tutti e comunicare è semplice, cosa che non avviene in Cina». «È uno stato che sta crescendo molto - aggiunge Cortese - e sta cercando di fare un salto avanti. L’Italia è presente non solo con il sostegno dell’ambasciata e c'è una comunità di italiani operosa. A Mumbai noi abbiamo assunto dei giovani selezionati tramite la Bocconi, che qui ha una sede. Questo mostra come quando l'Italia fa il sistema, poi le aziende si muovono».

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