Mantiene il figlio da dodici anni: «Ma non me lo fanno conoscere»
Da dodici anni è padre di un ragazzino che non ha mai conosciuto ma che mantiene regolarmente versando un assegno alla madre. E non solo. Quando, nel 2014, il bambino è nato, ha...
Da dodici anni è padre di un ragazzino che non ha mai conosciuto ma che mantiene regolarmente versando un assegno alla madre. E non solo. Quando, nel 2014, il bambino è nato, ha dovuto anche rivolgersi al tribunale di Torre Annunziata per vedersi riconosciuta, tramite esame del Dna, la paternità. La moglie, difatti, lo ha dichiarato al Comune da sola, dandogli il cognome del marito deceduto, padre di altri suoi due figli, mettendolo poi fuori la porta di casa. C’è voluto quindi l’intervento dei giudici per «ordinare» che sul suo certificato di nascita fosse indicato il cognome del padre.
Una storia particolare al centro della quale c’è un ragazzino che avrebbe dovuto - nel corso degli ultimi due anni - sottoporsi a degli incontri psicologici per essere “abituato” alla presenza di una figura paterna nella sua vita. Due soli, però, i colloqui tenuti presso la Neuropsichiatria infantile dell’Asl distretto di Torre del Greco, comune nel quale il piccolo risiede con la mamma e i due fratellini.
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E così, nel corso dell’ultima udienza, appena qualche giorno fa, per verificare eventuali inadempienze dei Servizi sociali e dell’Asl di Torre del Greco (stesso Comune di Antonio, il bimbo sottratto alla famiglia due anni dopo una segnalazione per evasione scolastica) il giudice ha ritenuto di inviare il fascicolo alla procura di Torre Annunziata per verificare eventuali violazioni nel loro operato. Anna Coletti, magistrato della prima sezione civile del tribunale di Torre Annunziata, nella carte parla di una serie di «inadempienze dei Servizi sociali torresi, che non hanno mai attivato un percorso di genitorialità per la madre e di supporto psicologico per il minore».
La ricostruzione
Riavvolgiamo il filo del racconto e partiamo da dodici anni prima. Il ragazzino, nato su territorio italiano (a Massa di Somma, per l’esattezza), è figlio di due immigrati. La mamma Charity è nigeriana; il padre, Joseph è nato in Ghana e dopo la separazione dalla moglie si è trasferito a Caivano. Ed è qui che ora il giudice ha disposto di attivare i Servizi sociali anche per i percorsi del minore. Il dodicenne è stato concepito quando i due erano sposati. Un matrimonio difficile, peggiorato dopo nascita del bambino. Charity era arrivata anche a denunciare il marito per maltrattamenti, facendogli perdere il ruolo di pastore. Ma da tutti i procedimenti Joseph è sempre stato assolto con formula piena. Così come è stato assolto anche per mancato versamento degli alimenti che, invece, paga regolarmente.
L’iter
Una storia segnata da colpi di carta bollata e caratterizzata da ritardi, tempi lunghi della burocrazia, relazioni depositate con tempi lunghi. Quindi caratterizzata da un matrimonio naufragato ma, di fatto, legalmente ancora in piedi. Da una causa di riconoscimento della paternità durata anni dove l’unica vittima è un bambino che ancora oggi non sa di aver un padre. E questa situazione di disagio è emersa nel corso dei due incontri avuti con la neuropsichiatra infantile che ha rilevato una serie di criticità: dalla mancanza di affetto che il piccolo ha fatto emergere alle difficoltà di apprendimento e, finanche, una certa aggressività.
Anche per i genitori il giudice aveva disposto una presa in carico da parte dei Servizi Sociali di Torre del Greco e di Caivano. E se questi ultimi si sono attivati, i torresi secondo il giudice no, di qui l’invio degli atti in procura come chiesto anche dalle avvocatesse che seguono il padre (Rosanna D’Avino e Lucrezia Chierchia).
I legali
«Da una parte ci sono gli interessi del minore che dovrebbero essere meglio tutelati, dall’altra un padre che, come risulta nella relazione degli assistenti sociali di Caivano, protocollata nel dicembre del 2025, ha “un affaticamento emotivo rispetto alla complessità e alla durata della vicenda giudiziaria” in corso, desiderando che tutto ciò termini presto, per poter vedere suo figlio», spiegano le legali dell’uomo, le avvocatesse D’Avino e Chierchia.
«Tale circostanza è assolutamente comprensibile visto il lungo calvario del nostro assistito che dura da oltre 10 anni - proseguono - un calvario segnato da denunce da parte della ex moglie – tutte concluse con assoluzioni - e che hanno inciso su altri fattori, come quello religioso e culturale, comportando sia l’allontanamento dalla Chiesa Evangelica Pentecostale ove lui per diversi anni, in qualità di pastore ha celebrato matrimoni, battesimi ed altri riti religiosi, sia l’abbandono del suo interesse per l’insegnamento elementare essendo lo diplomato, in Ghana, sia come maestro che in Teologia». «Ancora una volta - proseguono - dobbiamo sottolineare le lungaggini burocratiche che impediscono ad un padre di vedere suo figlio, nonostante un pronunciamento del tribunale e l’attivazione di un percorso psicologico da parte del tribunale».