Camorra, la finta banca delle truffe telematiche: presi gli hacker del clan
Il Mattino

Camorra, la finta banca delle truffe telematiche: presi gli hacker del clan

Martedì 17 marzo 2026
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Carte di credito rubate al centro smistamento delle Poste di Milano, numeri verdi clonati, mail bancarie riprodotte al bacio. E telefonate ai correntisti con un accento meneghino, di quelli...

Carte di credito rubate al centro smistamento delle Poste di Milano, numeri verdi clonati, mail bancarie riprodotte al bacio. E telefonate ai correntisti con un accento meneghino, di quelli rassicuranti, almeno nell’ottica di chi immagina che truffe e frodi non siano radicate in alta Italia. Sono solo alcuni dei tasselli che emergono dall’inchiesta sulle truffe telematiche a decine di correntisti bancari, messe a segno dal clan Mazzarella. Inchiesta culminata nell’esecuzione di dodici arresti in cella, quattro divieti di dimora in Campania, che ha consentito di svelare una trama illegale gestita con metodi e strategie decisamente innovativi. Niente omicidi, niente stese, niente armi fa fuoco. Niente ronde sulle piazze di spaccio, né soldi macchiati di sangue e cocaina. Qui siamo alla camorra che si affida allo spoofing: letteralmente falsificazione del numero di telefono usato per contattare un cliente, ma anche di una interfaccia grafica di mail e di schermate di home page.

APPROFONDIMENTI «Così hanno portato via i risparmi di una vita»

Le parole della vittima
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Il blitz

Inchiesta condotta dai pm Maria Sofia Cozza, Simona Rossi, Maria Sepe e dall’aggiunto Sergio Amato, decisivo il lavoro dei carabinieri del comandante provinciale, il generale Biagio Storniolo. Ordine di arresto in cella firmato dal gip Luca Della Ragione a carico del boss Michele Mazzarella (già detenuto), del genero Gennaro Brusco (ha sposato Carmela Mazzarella), per Emanuele Brusco, gli ultimi due indicati come capaci di allestire una sorta di centrale operativa della truffa. Dove? Prima in via Ferrante Imparato, poi a Forcella, dove operavano dei veri e propri turnisti. Contattavano correntisti, convincendoli a spostare i loro risparmi su una postpay per motivi di sicurezza, mostrando una serie di credenziali: il numero verde, le mail, i link perfettamente identici agli originali. Ma restiamo agli altri indagati di questa storia: in cella finiscono anche Ferdinando Coronella, Umberto Costagliola, Ernesto De Carlo, Giuseppe Messina, Antonio Pisanti, Marco Ostroschi, Valerio Rispoli, ma anche di altri soggetti ritenuti ai vertici del clan Mazzarella.

Parliamo di Ciro e Alberto Mazzarella, cugini del boss Michele, che alcuni anni fa hanno fiutato il business delle truffe telematiche. Una frontiera che negli anni scorsi ha visto primeggiare i rivali dei Mazzarella, quelli del clan Licciardi, in uno scenario in cui sembra si sia raggiunta una sorta di accordo all’insegna degli affari. Ma in cosa consiste la truffa svelata ieri dal blitz coordinato dalla Procura di Nicola Gratteri? Da un lato si parte dal furto delle carte di credito avvenuto grazie a una talpa all’interno dell’ufficio di smistamento delle Poste a Milano; dall’altro, viene usata una lista di clienti, sempre grazie a contatti clandestini all’interno di banche e istituti di credito. C’è un espediente utilizzato dal clan Mazzarella, per accendere nuove carte di credito o per far funzionare postpay posticce. A parlare due anni fa con i pm è il pentito Rosario La Monica: usavano tossicodipenti per creare nuove identità digitali in vista dei conti correnti. È il pentito che chiama in causa il cosiddetto “polacco”, indicato come una sorta di hacker della camorra regista delle truffe telematiche: «È la strategia di Salvatore Junior Mentone Del Sole (che non è tra i destinatari delle misure cautelari), che gira su una Mustang. Un business che va avanti dal 2020. Io stesso - aggiunge il pentito - mi occupavo di aprire dei conti correnti. In che modo? Ingaggiavamo dei tossici e poi li utilizzavamo per aprire conti correnti, partecipavamo alle procedure di riconoscimento facciale necessario per aprire i conti».

Il retroscena

È così che la camorra riusciva a realizzare incassi da capogiro, come ha spiegato il colonnello dei carabinieri Antonio Bagarolo: in un giorno hanno incassato fino a 400mila euro. Ci sono stati bonifici di quaranta o cinquantamila euro, che spesso venivano effettuati poco prima della mezzanotte e pochi minuti dopo l’inizio di un nuovo giorno, per poter sfruttare al massimo la disponibilità consentita. Ma come si arriva alla lista di clienti? In alcuni casi i dati sensibili da «alcuni soggetti che lavoravano in banca». Dunque delle talpe, che hanno fornito nomi da contattare per dare. In alcuni casi, i clienti venivano convinti della opportunità di spostare i propri soldi, perché all’interno della filiale c’era un dipendente infedele. Una precauzione che sembra aver convinto anche una funzionaria di banca, salvata in extremis da un collega. Tutto il corredo di numeri e di otp, di mail e di schermate era identico a quella della propria banda. È la camorra degli hacker, che non spara ma che distrugge i sacrifici di una vita.

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