Sofia morta a 15 anni, il padre: «Sarà sempre con me, ma ora voglio giustizia e sapere cosa è accaduto»
Il Mattino

Sofia morta a 15 anni, il padre: «Sarà sempre con me, ma ora voglio giustizia e sapere cosa è accaduto»

Martedì 7 aprile 2026
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Fabio Di Vico, come papà di Sofia sta vivendo ore difficili, quali sono le parole che sente di dire? «Le parole sono poche ma pesano tantissimo. Io e mia moglie, e tutta la nostra...

Fabio Di Vico, come papà di Sofia sta vivendo ore difficili, quali sono le parole che sente di dire?

«Le parole sono poche ma pesano tantissimo. Io e mia moglie, e tutta la nostra famiglia, vogliamo la verità e lo facciamo per il sacrificio di Sofia. Chi ha sbagliato ed è stato superficiale, deve pagare: non ci sono sconti. Vogliamo solo giustizia affinché tragedie del genere non accadano più. Devo avere delle risposte, e le devo a Sofia. Confido nella magistratura e negli investigatori. La verità deve emergere, per lei».

APPROFONDIMENTI

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Sofia che ragazza era?

«Una leader naturale, capace di unire, motivare, accendere entusiasmo. Aveva sogni semplici e grandi insieme, come quelli che si hanno a 15 anni, quando tutto sembra ancora possibile. L’ansia l’ha accompagnata per tutto il suo percorso di vita, ma allo stesso tempo l’ha rafforzata, resa sicura di sé e sempre disponibile ad aiutare gli altri. Si buttava a capofitto in tutto, non ultimo un progetto di basket per i bambini più fragili. Era una tutor eccezionale, dicevano i suoi allenatori».

Cosa le manca di più di lei?

«Tutto. Mi manca ogni istante, ogni sua risata. Mi manca persino qualche parolaccia che le scappava. Ogni gesto, ogni parola, anche i suoi silenzi che erano fatti comunque di tante attenzioni per me e sua mamma. Era la parte più bella di me. Resta un vuoto immenso ma soprattutto resta l’amore, quello non muore e non finirà mai».

Sofia come conviveva con la condizione delicata?

«Conosceva bene la sua allergia alle proteine del latte. Era attenta, prudente, abituata fin da bambina perché per via del basket ha fatto numerose trasferte. Era abituata a stare fuori, a pranzare e cenare con le amiche. Non avremmo mai potuto immaginare un epilogo così tragico».

Quella sera a Ostia, cosa è successo?

«Era una trasferta come tante, insieme alle compagne di squadra che per lei erano sorelle e con le quali condivideva questa grande passione per la pallacanestro. Poi, c’è stato il malore, improvviso, senza nessun preavviso. Uno shock allergico violento in un ristorante. Ho fatto tutto quello che potevo: adrenalina, la chiamata al 118. Ogni gesto, subito. Ma non è bastato. Le sono stato accanto fino alla fine, sono stati momenti che non si possono cancellare».

C’è stato l’ultimo saluto in una chiesa gremita ma composta.

«Non è stato solo un funerale. È stato l’abbraccio di una comunità intera, di tutta Maddaloni, soprattutto di chi non conosceva Sofia ma l’ha amato sin da subito, appena appresa la notizia della sua morte. Sofia avrebbe detto con la sua ironia, che è anche la mia: “Papà guarda come sono diventata famosa, quanta gente è venuta per me?”. Le sue compagne, la scuola, gli amici, erano tutti lì per lei. A loro dico di farsi forza, di farci forza insieme e di portare avanti il bene proprio come avrebbe voluto Sofia».

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