Bortolo Mutti: "Facevo il marmista. Con me Inzaghi è diventato SuperPippo"
La Gazzetta dello Sport

Bortolo Mutti: "Facevo il marmista. Con me Inzaghi è diventato SuperPippo"

Lunedì 13 aprile 2026
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Una vita in panchina, l'allenatore si racconta: "Iniziai per caso. Al Leffe avevo Filippo, che esplose. Era già conteso dalle ragazze. Calcioscommesse? Fui deferito ma mai saputo niente"

Una vita in panchina, l'allenatore si racconta: "Iniziai per caso. Al Leffe avevo Filippo, che esplose. Era già conteso dalle ragazze. Calcioscommesse? Fui deferito ma mai saputo niente"

Francesco Pietrella Giornalista 13 aprile - 07:42 - MILANO

Max Pezzali ne scandisce la via. "Devo dare un’altra occhiata al mondo, poi tornerò". Bortolo Mutti, 71 anni, ha vissuto così, sulle note di 'Torno subito'. È partito da Trescore Balneario, paesino in provincia di Bergamo, ha guidato squadre in tutta Italia – Atalanta, Palermo, Cosenza, Napoli, la favola Messina, Bari… — e alla fine è tornato a casa: "Il calcio resta il chiodo fisso, ma la A di oggi mi annoia". 

Cos’è che non sopporta?

"Il gioco lento. Preferisco la Premier e la campagna. La mattina mi dedico all’olio e al vino, poi pedalo con gli amici". 

Differenze tra il suo mondo e quello di oggi?

"I social. I giovani si sentono invincibili. Qualche sera fa ero a cena con un amico agente. Un suo giocatore l’ha chiamato dopo la partita insultando l’allenatore perché non l’aveva fatto giocare. Io ai miei ho sempre insegnato che fare le vittime non serve". 

Ma se dopo dieci anni chiamasse qualcuno?

"Ma va, dopo il Livorno ho smesso, deluso da certi atteggiamenti e da ds improvvisati. All’inizio avevo nostalgia, poi non me n’è più fregato nulla". 

Il deferimento per il calcioscommesse nel 2012 ha influito?

"No, gli scandali veri li fecero altri. Finii in mezzo senza fare niente". 

Cosa successe?

"Non l’ho mai capito. Ero l’allenatore del Bari retrocesso, fecero il mio nome per tirarsi fuori. Dissero che sapevo, ma non sapevo nulla. La gente ha sempre saputo chi fossi davvero: una persona seria". 

La chiamavano "allenatore gentiluomo". 

"Sono cresciuto in una famiglia umile. Ho fatto il saldatore, il marmista e ho consegnato lettere. Poi sono entrato nel settore giovanile dell’Inter e ho fatto la mia carriera: una punta niente male". 

Ho fatto il saldatore, il marmista e ho consegnato lettere. Poi sono entrato nel settore giovanile dell’Inter e ho fatto la mia carriera: una punta niente male".

Bortolo Mutti

Com’è stato, da bergamasco, giocare 3 anni a Brescia?

"Tosta. In paese mi prendevano in giro, segnai in un derby e qualcuno mi tolse il saluto. Per fortuna, nel 1981, sono tornato alla Dea ed è stato favoloso. Una cavalcata incredibile dalla C alla A. Da bambino facevo 20 km in bici per vedere l’Atalanta". 

Come nasce il Mutti allenatore?

"Per caso. Ero al Palazzolo, la società mandò via il tecnico e mi ritrovai a fare l’allenatore-giocatore. Ho fatto di tutto, dalla scuola calcio al settore giovanile, poi nell’estate del 1991 passai al Leffe".

E fece subito bene: promozione in Serie C1.

"E nell’estate ’92 arrivò Pippo Inzaghi, un cavallo pazzo da addestrare. I primi mesi non giocava mai, poi fece 13 gol. Quando andai a Verona, in B, lo portai con me insieme ad altri due. “Ma chi è questo che porta tutta ‘sta gente dalla C?”, dicevano. Ridevano, poi risi io. SuperPippo guidava un’auto scassata ed era già conteso dalle ragazze. Avrebbe meritato qualche multina, ma gliele ho sempre abbonate…"

Pippo Inzaghi, un cavallo pazzo da addestrare. I primi mesi non giocava mai, poi fece 13 gol. Quando andai a Verona, in B, lo portai con me"

Mutti su Filippo Inzaghi

Filippo era già superstizioso?

"Sì, ma io ero peggio. Una volta l’autista del pullman sbagliò strada e lo feci tornare indietro. Arrivammo tardi". 

Ha avuto presidenti iconici. Partiamo da Leonardo Garilli, Piacenza.

"Parlavamo di vita, mai di calcio. Mi tratteneva in ufficio ogni sabato mattina. “Domani giochiamo con la Juve. Cosa vuole sapere?”. “Chi se ne frega…”, diceva". 

Maurizio Zamparini, invece?

"Mai visto uno soffrire così tanto per il calcio. Non gli ho mai detto una formazione e lui s’incazzava. Faceva volare i piatti. Durante le partite girava la città in macchina senza ascoltare la radio. Mi telefonava alle 5 di mattina. Alla quarta volta gli dissi a brutto muso di non farlo più. Quell’anno ci salvammo, sono stato uno dei pochi a non essere esonerato da lui. Un altro che vorrei ricordare è Pagliuso a Cosenza, un signore". 

Uno di quel Palermo da ricordare?

"Ilicic. Introverso, ma forte. Dissi a Budan di farlo stare in compagnia perché già all’epoca si portava dietro quel malessere che sappiamo. Soffriva, stava per conto suo, ma quando voleva vinceva da solo". 

Lei è mai stato vicino a una big?

"Nel 2005 mi cercò la Roma, poi andò Spalletti. Avevo timore a passare da un contesto come Messina a quello romano. A Messina stavo da dio". 

Già, Messina. La favola più bella?

"Sì, grazie a mia moglie: nel 2003 avevo chiuso a Reggio in A e mi sentivo un tecnico di categoria. “Che ci vado a fare in B?”, dissi. Lei mi convinse. “Devi andare per rispetto”. Quando conobbi Franza, il presidente, firmai in 5 minuti. Arrivai con la classifica disastrata, a fine anno festeggiammo la promozione in A". 

Il primo flash?

"L’esordio con l’Avellino di Zeman. Vincemmo 1-0 sbagliando dozzine di gol. Un gruppo così unito non l’ho più trovato. I messinesi ancora mi fanno piangere. Al nord era come giocare in casa. Eravamo l’Atalanta di oggi, battemmo Milan e Roma mettendo paura alle altre grandi". 

Qualche aneddoto?

"Una volta Di Napoli esultò mimando un volante, solo dopo scoprii che aveva scommesso una macchina col presidente. Un’altra Zampagna mi invitò a cena con tutti e dissi di no. Volevo mantenere i ruoli distinti, ma ho voluto bene a tutti. Non me ne vogliano le altre, ma Messina è stata la piazza della vita per la vita. Ancora mi manca". 

E l’Atalanta, invece?

"La Dea è infanzia, casa. Messina è stata la realizzazione professionale: il 7º posto in A del 2005 non ce lo toglierà nessuno. Ci allenavamo al campo militare, in strada erano solo clacson e incitamenti". 

Cosa le manca del calcio?

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"Nulla, ho dato tutto. E mi sono divertito". 

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