Caruso: "Quanti palleggi con mio papà dal benzinaio... Ora il Mondiale. Poi allenerò i maschi"
L’azzurra, tra le più attese nella sfida di oggi con la Danimarca, si racconta tra la Nazionale, il Bayern Monaco e i progetti futuri: "Sentiamo grande responsabilità. Quando smetterò di giocare allenerò. Una donna a guidare gli uomini? Vorrei diventasse la normalità"
L’azzurra, tra le più attese nella sfida di oggi con la Danimarca, si racconta tra la Nazionale, il Bayern Monaco e i progetti futuri: "Sentiamo grande responsabilità. Quando smetterò di giocare allenerò. Una donna a guidare gli uomini? Vorrei diventasse la normalità"
Guendalina Galdi Giornalista 18 aprile - 09:25 - MILANOArianna Caruso ha sempre l’azzurro del mare di Ostia negli occhi, anche se dal febbraio del 2025 gioca in Germania, nel Bayern Monaco, e ha l’azzurro della Nazionale addosso come una seconda pelle. "Vogliamo la qualificazione diretta al Mondiale, quindi il primo posto nel girone". Tanto per mettere, ancora, le cose in chiaro. Oggi lei e la Nazionale di Andrea Soncin affrontano la Danimarca a distanza di quattro giorni dai 6 gol rifilati alla Serbia con l’obiettivo di strappare quell’ambitissimo primo posto nel gruppo proprio alle avversarie di Copenaghen, infatti assicura che "questa è una sfida ancora più importante della precedente".
Con che spirito vi siete preparate per la partita di Copenhagen?
"Abbiamo avuto una sessione pomeridiana giovedì in cui abbiamo analizzato tanti dettagli, anche perché il tempo tra una e l’altra gara è stato veramente poco. Praticamente abbiamo preparato due partite in una, prima della Serbia. Sappiamo l’importanza di questa partita, non ci nascondiamo".
Dei 6 gol alla Serbia, tre sono stati segnati da giocatrici attualmente in club esteri, tra cui lei. Come dobbiamo leggere questo dato?
"Non penso che conti il campionato di appartenenza. Siamo una squadra di alto livello e siamo tutte importanti allo stesso modo, a prescindere dai nostri singoli club. Poi, certo, penso che qualsiasi esperienza all’estero possa arricchire chiunque".
Arianna Caruso festeggia il gol in Serbia-Italia (Getty)
Qual è stata la prima cosa che vi siete dette in spogliatoio dopo quel 6-0?
"Che la vittoria è stata troppo importante. Mancava da 9 mesi e un periodo del genere è lunghissimo, soprattutto nel contesto Nazionale dove non puoi riscattarti a distanza di una settimana. Eravamo contente ma già con la testa alla Danimarca. È stato un nuovo punto di partenza, non certo di arrivo".
Come fa sentire lei, e tutto il gruppo, la consapevolezza di poter essere di nuovo l’unica Italia del pallone qualificata a un Mondiale?
"Abbiamo una grande responsabilità. Noi ragazze supportiamo i colleghi maschi quotidianamente e la loro è stata in qualche modo una sconfitta anche per noi. Non mi piace pensare però che un nostro momento positivo debba emergere perché veniamo dal loro momento negativo. Spero che potremo celebrare presto, alla prossima occasione utile, una qualificazione di entrambi. Non mi piace pensare che noi spicchiamo solo perché loro non ce l’hanno fatta. Nella mia visione siamo una Nazionale unica e vorrei sempre che riuscissimo a raggiungere insieme traguardi importanti".
Andrea Soncin, ct dell'Italia femminile (Getty)
Il suo gol alla Serbia è una perla: a chi va il primo pensiero quando segna ed esulta?
"La dedica va sempre alla mia famiglia, anche se adesso un pensiero speciale in più va a mio nipote Michele che è nato due mesi fa. E, sì, sono soddisfatta della mia prestazione ma fino a un certo punto, potevo fare meglio. Un mio limite è che non tiro tanto in porta e proprio per questo sono contenta che quel gol sia arrivato addirittura dalla distanza. Quando le mie compagne mi urlano “tira, tira” magari io preferisco fare un passaggio in più: martedì sono contenta di aver calciato visto il gol che è venuto fuori".
Qual è stato il momento di svolta nella sua vita da azzurra?
"La semifinale dell’Europeo dell’anno scorso. Forse finora è il ricordo e il momento più importante e intenso. E non solo per me ma per tutte. Siamo partite con un’aspettativa generale bassissima, nessuno immaginava che potessimo fare quel cammino quindi è stata una rivincita per me, per noi, per quello che si diceva sulla nostra Nazionale".
Come trova la sua pace lontano dal campo?
"Mi piace stare in compagnia. Qui a Coverciano ho rivisto compagne che non vedevo da tempo e nei momenti liberi o dopo le due ore di allenamento, tra qualche chiacchiera e qualche risata, il tempo vola".
Lei fu la prima, insieme a Boattin, a firmare un contratto con la Juventus Women nel 2017. Anche quello fu un punto di svolta, sia per lei sia per il calcio femminile in Italia, lo percepisce come tale?
"Mi ricordo tutto di quei giorni. Avevo 17 anni allora, per me era un’emozione enorme entrare nel centro sportivo di un club del genere. È stato l’inizio di un qualcosa di meraviglioso".
VIDEO: Italia, da chi deve ripartire la nostra Nazionale? Esposito, Palestra e...Quando è andata al Bayern Monaco è successo tutto in una giornata…
"E aver avuto solo quelle 24 ore è stata la mia fortuna perché il cuore ha avuto poco spazio per reagire. Mi sono passate per la testa talmente tante cose… Un’esperienza fuori volevo farla e quando è arrivata questa occasione mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: “Ok, è il momento”. Ho lasciato un club come la Juventus che mi ha fatto sentire a casa per così tanto tempo e ho preso questa decisione che, sì, forse posso definirla coraggiosa".
Come va col tedesco?
"Sto facendo lezioni. Ci provo. Alla fine comunque in spogliatoio si parla per lo più inglese visto che siamo una squadra molto internazionale e il mister è spagnolo".
Si aspettava un inizio così vincente in Baviera?
"No anche perché mi sono ritrovata in un mondo calcistico con un’intensità elevatissima e i primi mesi ho fatto fatica, il periodo di adattamento non è stato rapido. Ma mi sono rimboccata le maniche quando esprimermi in campo non era semplice e oggi posso dire: “Ce l’ho fatta”. E anche lì è tornata l’Arianna di sempre".
Caruso (prima da destra) con la maglia del Bayern Monaco dopo la gara di Women's Champions League contro il Manchester Uniter (Getty)Cosa è migliorato per lei da quando ha lasciato l’Italia?
"A livello di campo lì ci sono tempi di gioco diversi, hai meno tempo per ragionare, è tutto più veloce e se ti fermi a pensare è il momento che ti tolgono la palla e non la vedi più. Da questo punto di vista ho imparato ad avere una migliore e più veloce capacità di pensiero. Il campionato tedesco mi sembra un mix tra quello inglese e quello spagnolo".
Lei è un’ulteriore dimostrazione del fatto che, come singole, siamo appetibili all’estero.
"E ne sono contenta. È importante ed è tutto frutto di quanto abbiamo mostrato in campo qui".
Qualcosa che ruberebbe al calcio femminile tedesco per regalarlo a quello italiano?
"Al Bayern mi ha sorpreso che, nonostante avessimo molti impegni, danno tanta importanza al recupero. In settimane in cui giocavamo tre partite, trovavano sempre il modo di dare un giorno libero. In Italia c’è più il concetto di lavorare, lavorare e lavorare e che più fai e più rendi. Qui la visione è diversa e ho capito che il riposo e il recupero soprattutto mentale del giocatore è fondamentale".
E cosa esporterebbe, invece, del nostro calcio in Germania?
"L’attenzione alla fase difensiva. Ma niente catenaccio, per carità".
Caruso in azione durante Italia-Svezia del 3 marzo 2026Lei ora gioca a Monaco ma a 9 anni ha iniziato con il mare accanto, a Ostia. Che ricordi ha di quella “casa”?
"Il primo cartellino che ho firmato con l’Ostiamare. All’inizio ero da sola, l’unica ragazza, poi ne è arrivata un’altra e condividevo lo spogliatoio con lei. Mi ricordo la felicità di giocare in una squadra vera. E se penso all’Ostiamare adesso penso anche a Daniele De Rossi, che lì ha iniziato a giocare e dall’anno scorso è il proprietario della società. Sembra un cerchio che si è chiuso con il suo ritorno lì. Poi io sono romana e romanista e il legame per questo è ancora più forte. Ritrovare qualcosa della mia Ostia in Baviera è praticamente impossibile tra il clima e la lontananza dal mare. La ritrovo solo quando viene a trovarmi la mia famiglia. Di viaggi se ne sono fatti parecchi in questo anno e mezzo…".
Due figure principali per la sua vita lavorativa e personale?
"I miei genitori e mia sorella. In modo diverso hanno sempre avuto un ruolo fondamentale per me e ci sono sempre stati. Sono le prime persone che chiamo se ho un problema o una bella notizia".
È una famiglia nel pallone?
"No, mia sorella faceva nuoto e un giorno, mentre aspettavo che finisse una gara, ero fuori dal palazzetto a giocare a calcio, ovviamente. Mi vide quello che poi è diventato il mio primo mister all’Ostiamare e disse ai miei: “Perché non la portate al campo?”. Immagina la gioia. Io sono sempre stata una che difficilmente si staccava dal pallone. Quando ero in macchina con mio papà e lui si fermava a fare benzina per me quello diventava il momento perfetto per scendere e iniziare a palleggiare. E finché non raggiungevo quel numero di palleggi che dicevo io non si ripartiva".
Quindi non si sono mai messi tra lei e il suo sogno di giocare a calcio?
"Mio papà ne è stato da subito felicissimo, mia mamma voleva che imparassi a nuotare. Avevamo fatto un patto: “Continua a fare nuoto e puoi andare anche a calcio” mi disse. È stato il compromesso perfetto".
Caruso all'Europeo del 2025, qui contro la Spagna l'11 luglio (Getty)Ha mai pensato a un’alternativa al pallone?
"Quando il calcio femminile ha iniziato a diventare un lavoro per colleghe con più anni di me io stavo finendo la scuola e, devo essere sincera, questo tempismo ha aiutato. Dopo gli studi infatti ho trovato una squadra. Ma mia madre mi ha sempre detto di avere un piano-b, quindi a luglio mi laureo in scienze motorie anche se nel futuro mi vedo in panchina. L’unica cosa che mi frena è pensare di non trovare una stabilità e di cambiare città, paese, squadra troppo spesso. Ma sto studiando per il patentino Uefa B perché davvero un giorno vorrei allenare".
Magari anche una squadra maschile, come accaduto a Marie-Louise Eta all’Union Berlino.
"Sì e spero che, tra tanti tanti anni, quando smetterò di giocare a calcio questa non sarà più una cosa di cui parlare per giorni perché sarà diventata la normalità".
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