Donatiello, dal linfoma all'esordio col Benevento: "Il calcio mi ha dato la forza di andare avanti"
La Gazzetta dello Sport

Donatiello, dal linfoma all'esordio col Benevento: "Il calcio mi ha dato la forza di andare avanti"

Sabato 18 aprile 2026
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In campo lunedì nella sfida con la Cavese dopo le cure per il linfoma di Hodkin: "Per me è solo l'inizio. Abbiamo una vita sola: se non inseguiamo le passioni la sprechiamo"

In campo lunedì nella sfida con la Cavese dopo le cure per il linfoma di Hodkin: "Per me è solo l'inizio. Abbiamo una vita sola: se non inseguiamo le passioni la sprechiamo"

Pellegrino Dell'Anno 18 aprile - 10:06 - MILANO

"Entra per il Benevento, con il numero 80, Matteo Donatiello". Dieci semplici parole, che possono nascondere il significato di una lotta ben più profonda. Che incarnano il lieto fine di una bella storia di calcio, di una grande impresa di vita. Matteo Donatiello è un ragazzo avellinese di 20 anni, compiuti a inizio marzo, che lunedì ha esordito tra i professionisti in Serie C, al minuto 74 di Benevento-Cavese con la maglia dei sanniti, già promossi in Serie B. Mister Antonio Floro Flores lo ha lanciato nella mischia in quella che è, contando anche la Primavera, la sua terza partita in più di un anno. Donatiello ha infatti lottato con un tumore, il linfoma di Hodgkin, per quasi tutto il 2025. Ne è uscito vincitore. Senza dimenticare che, solo sei mesi fa, doveva ancora sottoporsi alle sedute di chemioterapia. Ma con un sogno: "Non ho mai smesso un giorno di crederci, il calcio mi ha dato la forza di andare avanti, mi ha dato un motivo per sentirmi vivo". 

Matteo, partiamo dalla fine: lunedì l’esordio da professionista dopo un anno e mezzo fermo. Se lo aspettava? È tornato in campo solo due settimane fa con la Primavera… 

"Non me lo aspettavo. Certo, con la promozione del Benevento immaginavo di avere la fiducia per esordire, ma non così presto. Ho giocato in Primavera il 4 aprile, dopo un allenamento in prima squadra il giorno prima, nonostante non fossi ancora al top fisicamente. Ma volevo giocare le mie carte, quando i treni passano vanno presi al volo. Ho fatto un bell’allenamento, ricevendo anche i complimenti da mister Floro Flores e dalla prima squadra. Poi il giorno dopo sono tornato in campo in Primavera dopo 404 giorni: la combinazione di queste cose ha fatto capire alla società che ero tornato, ero pronto. E così è scattata la convocazione in prima squadra". 

Come le è arrivata la notizia? 

"Il pomeriggio stesso, dopo la partita in Primavera mio padre mi chiama per annunciarmi che avrei fatto parte soltanto della prima squadra da quel momento. Due giorni dopo il Benevento vince il campionato, e così mi rendo conto che ci sarebbe stata la convocazione". 

Però ancora non era ufficiale.

"No, a quel punto svolgo una settimana di allenamenti con la prima squadra. Sabato vado con la Primavera a Terni, e disputo 45 minuti buoni contro la Ternana. Al termine della gara mi vengono mostrate delle dichiarazioni di Floro Flores che mi citava nella conferenza pre partita, confermando che mi avrebbe convocato contro la Cavese, garantendo che mi avrebbe fatto esordire. Lì ho realizzato che era tutto vero, nel giro di una settimana la mia vita calcistica si è stravolta del tutto. Ero tornato pensando di procedere step by step, recuperare piano piano con la speranza di giocarmi il ritiro… invece c’è stata una magia". 

Com’è stato scendere in campo tra i professionisti? 

"L’emozione è stata infinita, anche perché in pratica è la terza partita che faccio dopo un anno. Ero emozionatissimo ma allo stesso tempo carico. Quando ti capita un’occasione del genere devi avere la lucidità e la personalità di giocarti bene le carte. Avevo paura, certo, ero teso. Ma allo stesso tempo ho fatto sì che il coraggio prevalesse su tutte le emozioni negative che possono esserci in un momento del genere. Cercavo di andare a prendere palla, di fare le giocate semplici così da prendere fiducia. Mi sono subito sentito sicuro, non potevo chiedere esordio migliore". 

Esordio che deve in ogni caso a mister Floro Flores. Che tipo di persona è? 

"Floro Flores è una persona speciale. Esprime parole positive su di me già dai tempi dell’Under 17. Quando allenava la Primavera manifestava quasi il bisogno di riavermi in campo, ha sempre messo in mostra una grande stima nei miei confronti. Poi mi ha definito un giocatore straordinario in conferenza stampa. Ma oltre a tutto questo ha raccontato anche la mia storia, le mie difficoltà, pubblicamente. E la fiducia: ha lanciato me, un ragazzo di 20 anni fermo da un anno, in Serie C. Per quanto la fiducia derivi anche dalla società e dal presidente". 

Il presidente Oreste Vigorito le è stato vicino nel periodo della riabilitazione. 

"Non ho mai incontrato una persona come lui. Mi ha ospitato a casa sua quando ha saputo del mio male. Mi ha scritto durante il periodo delle terapie, mi ha mostrato una vicinanza estrema. Ho la massima stima per lui. È un presidente presente, quasi fosse un giocatore: si mette al nostro livello, parla con tutti, ha massima confidenza con i calciatori, è dentro lo spogliatoio. Non so quanti presidenti si sarebbero comportati così con un ragazzo del settore giovanile". 

Riavvolgiamo il nastro: è tornato in campo con la Primavera il 4 aprile, dopo 404 giorni. Cosa era successo?

"404 giorni prima avevo giocato la mia ultima partita in Primavera. La settimana dopo mi sono reso conto che qualcosa non andava. Avevo un linfonodo di 2,4 cm nella zona sinistra del collo, sopra la clavicola. E avevo sudorazioni anomale durante la notte: mi saliva la febbre, avevo freddo, poi nel giro di due ore passava e la mattina dopo lasciavo chiazze di sudore sul letto. Sono andato a svolgere dei controlli, sotto consiglio anche di mia madre, pensando fosse una palla di grasso. Fatta l’ecografia, si è visto che il dottore era poco tranquillo. Con le analisi del sangue sono risultate delle anomalie". 

E lì ha iniziato a capire come la situazione fosse realmente delicata. 

"Sono stato visitato da un oncologo, mi ha consigliato di rimuovere il linfonodo e analizzare il liquido all’interno. Sono stato operato il 3 marzo 2025, due giorni dopo il mio compleanno, un regalo bruttissimo. Dall'esame istologico ho scoperto che si trattava di linfoma di Hodgkin. Fortunatamente è una patologia curabile". 

Ma si trattava, purtroppo, di tumore. 

"Sì, un tumore del sangue. Infatti appena l'ho scoperto avevo ovviamente mille ansie e paranoie, scrivevo di continuo alla mia ematologa: il 20 marzo mi ha spiegato tutto, dal percorso di cura alla riabilitazione. Un iter preciso, sei mesi di terapia. Mi ha detto: sei giovane, lo sconfiggerai, quando vieni a fare la terapia devi essere fiducioso, perché se tu sei forte i medicinali risponderanno bene. Io l’ho affrontata così, con tutte le ansie e i momenti di sconforto, ma con coraggio. Perché, per quanto possano dirti che devi affrontare sei mesi di cure, non ne hai la certezza fino alla fine". 

Ha mai smesso di credere di poter tornare in campo?

"Questa è la cosa che mi ha tenuto in piedi. Perché nella vita devi lottare per qualcosa, devi avere un obiettivo. Quando ti svegli la mattina hai bisogno di un motivo per affrontare la giornata. E questo vale per tutti, a chiunque affronti la vita, per darle un senso. Perché oggi spesso è faticoso farlo. Io per primo, in questa fase, non lo trovavo in molte cose. Mi sono fatto coraggio per uscirne, perché nella vita ho un obiettivo. E voglio affrontare ogni giorno con la consapevolezza di portarlo avanti. Perché altrimenti si fatica. Ed è anche noioso vivere senza un perché. Questa è stata la mia forza, insieme a mio padre Vito, che è sempre stato il mio primissimo tifoso da quando ero davvero piccolo, e a mia madre, Simona. Questa situazione mi ha fatto avvicinare ancora di più alla famiglia, risvegliando valori che troppo spesso nella quotidianità si finiscono per perdere. La vita riserva sorprese, il tempo non va sprecato. Ma non dovrebbero capitare queste cose per ricordarcelo". 

Non era ancora tempo di mollare il sogno di diventare calciatore. 

"Il calcio mi ha chiesto di non mollare, e io l’ho fatto. È tutta la vita che faccio questo, che penso di voler diventare un calciatore professionista un domani… un domani che sta diventando oggi. E voglio che questo esordio sia un punto di partenza, non di arrivo. C’è ancora tanta strada da fare, ma è giusto fermarsi un attimo per vedere dove sono arrivato: fa comunque piacere ricordarlo. Con l’umiltà di capire che è solo il primo passo. Ho messo un punto a un percorso travagliato, sono pronto ad andare avanti”. 

Ha scelto di condividere la notizia della sua malattia quando tutto era già finito. Come mai? 

"Condividere una situazione del genere mentre era ancora in corso avrebbe potuto mettere anche in difficoltà le persone che non avrebbero saputo come comportarsi. Era giusto che rimanesse privata. Poi dopo averla superata, è pur sempre una vittoria importante, e mi faceva piacere condividerla". 

C’è oggi un Matteo diverso rispetto a prima?

"Sì, non so se dire purtroppo, ma sì. Guardo la vita in maniera diversa, sono maturato velocemente. Mamma mi ripeteva in continuazione di quanto fosse dispiaciuta che abbia dovuto affrontare una cosa del genere così presto, perché i ragazzi meritano di vivere la vita da ragazzi finché lo sono. Invece ho visto cose che un ragazzo di 19 anni non dovrebbe vedere. Non lo merita. Anche perché facevo le terapie soltanto con persone anziane e poi c’ero io, con la voglia di rincorrere la mia vita e i miei sogni. E la vita ti sbatte questo palo in faccia".

Eppure con personalità e coraggio è andato avanti.

"Sì, a fermarmi non ci pensavo proprio. Facevo le terapie ogni due settimane: durante la prima ero abbastanza a terra, ma avevo la seconda in cui il fisico tornava quasi alla normalità perché avevo smaltito il farmaco. E così il corpo si riprendeva, almeno parzialmente. Non al 100%, ma potevo ritagliarmi uno spazio settimanale per tenermi un po’ in attività. E quindi andavo sul tapis-roulant per una camminata veloce, nei limiti di quello che potevo fare. Perché la disciplina si vede sempre, anche quando non puoi, rimane sempre una certa mentalità: se puoi fare uno, fai uno, ma al massimo. Poi tornerai a fare cento. Non c’è stato un giorno in cui, avendo la possibilità di fare uno, ho scelto di fare zero". 

Il rientro in campo con la Primavera com’è stato? 

"Sapevano tutti della mia storia. C’è stato un applauso fortissimo, l’ho sentito sul corpo. Io non sono ancora al top, faccio fatica a spezzare il fiato e sulla resistenza pecco un po’. Ho finito le terapie sei mesi fa: ho sì smaltito il farmaco, ma il fisico può risentire di immunodepressione dai sei mesi a un anno e mezzo. Non sono ancora al massimo della mia forza e forma fisica. Già rispetto a un paio di settimane fa mi sento meglio, è una forma che sto acquisendo. È un percorso graduale, punto ad arrivare al ritiro, che farò con la prima squadra, al mio meglio. Mi godrò quest’altra opportunità, e vedremo: quello che verrà non lo sa nessuno. Puoi programmare quello che vuoi, ma non si avvererà nulla di quanto hai in testa, perché la vita è imprevedibile. È giusto viversi il momento". 

Se la sente di lanciare un messaggio a chi vive periodi come quello che ha passato?

"Sì, io ho vissuto in prima persona un’esperienza difficile, so benissimo quali sono le difficoltà. Perché queste terapie ti annientano fisicamente e mentalmente, ti fanno perdere la voglia di affrontare le giornate con piacere, sei debilitato. Qui si trova la vera forza. Se riesci a trovare nella tua vita qualcosa che ti spinga a vivere nonostante periodi difficili sei un vincitore vero. Il mio consiglio: trovare un senso alla vita. I giovani soprattutto devono appassionarsi e inseguire i sogni. Abbiamo una vita sola: se non inseguiamo le passioni, la sprechiamo. Siamo programmati per non mollare. Abbiamo una forza mentale infinita, anche quando il fisico non ci aiuta usiamo la testa, che funziona sempre". 

In ultimo, un sogno per il domani? 

"Il sogno è arrivare più in alto possibile, non mi accontento di una presenza tra i professionisti in Serie C. Voglio sfruttare al meglio le opportunità che mi verranno date. Perché fare il calciatore è il mio piano A, il mio carattere è quello di non accontentarmi. Questo è l’augurio che mi faccio, qualsiasi cosa la vita mi riservi".

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