Francesco Ferrari: "Io, Bologna, il sogno Nba, il 24 di Kobe e l'oro con l'Under 20"
La Gazzetta dello Sport

Francesco Ferrari: "Io, Bologna, il sogno Nba, il 24 di Kobe e l'oro con l'Under 20"

Sabato 18 aprile 2026
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“Essere considerato uno destinato a sfondare è un privilegio, e la pressione non è un problema, anzi è un vantaggio”, dice l'ala della Virtus. “Il discorso davanti a Mattarella dopo l’oro con l’Under 20? Tremavo. L’ho saputo il giorno stesso, se no non avrei dormito”

“Essere considerato uno destinato a sfondare è un privilegio, e la pressione non è un problema, anzi è un vantaggio”, dice l'ala della Virtus. “Il discorso davanti a Mattarella dopo l’oro con l’Under 20? Tremavo. L’ho saputo il giorno stesso, se no non avrei dormito”

Giorgio Burreddu Collaboratore 18 aprile 2026 (modifica alle 16:41) - BOLOGNA

Fermi tutti: Francesco Ferrari smentisce perfino Lucio Dalla. A Bologna, incredibile, ci si può perdere. “È una città magica, qui sto benissimo”. Te ne accorgi mentre scivola verso San Luca, lungo i portici, e abbraccia la gente, il basket, la vita. Questo gigante dai capelli mossi, 20 anni, un’ala di 204 centimetri, arrivata in inverno alla Virtus, non ha l’aria del bambino di Piazza Grande, quello della canzone. Ma i sogni, invece, quelli sì. “Quando si parla di Nba ancora non ci credo. È veramente tanto. Ma aver visto draftato uno di un anno più grande di me mi ha spinto a dire: ‘Ok, ce l’ha fatta Niang, voglio farcela anch’io’. Saliou è un esempio”. Tutto in Ferrari riconduce alla grandezza. Perché se non pensi così a vent’anni, allora quando? Un tatuaggio sul polso (un pianeta a forma di palla da basket, “poi magari me ne farò un altro”), qualche catenella di brillanti al collo, l’aria giocosa. Vive nel college bianconero, fa le pulizie, cucina, va a fare la spesa. “Stasera patate dolci e pollo”. Toda vida, eh? Ma quando lo vedi azzannare un piatto di tagliatelle al ragù da Pepperoni, sui colli, il locale del suo amico Aldo Martini, Ferrari mostra il suo lato allegro. Poi c’è anche quello da leader. “Penso di esserlo, sì. Con il mio migliore amico, Andrea, ci scherziamo su. ‘Andiamo di qua, sono io il leader’. E lui: ‘No, di qua, il leader sono io’. Però un leader deve essere umile e non montarsi la testa. Questo me lo hanno insegnato i miei genitori”. 

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Da che famiglia arrivi? 

“Padre dirigente ed ex giocatore di basket, mamma consulente finanziaria. Vedere papà è stato un esempio per me e i miei fratelli Alessandro e Matteo. Dopo le partite, mentre lo aspettavamo, andavamo in campo e cercavamo di imitarlo. Anche mia mamma da ragazzina giocava a basket. Lei è quella delle statistiche. Dice sempre: ‘Devo stare sul pezzo, altrimenti mi tagliate fuori’. Perché in famiglia si parla tanto di basket. Anche mio nonno era un dirigente. Mario, si chiama. È il mio primo fan. In cameretta ovviamente avevamo il canestro. E quando si rompeva lo riattaccavamo subito, ma durava un giorno. Eravamo delle bestie”. 

È stata dura andare via di casa? 

“Avevo diciotto anni, non era una cosa scontata. Ma quando sono andato a Cividale i miei genitori mi hanno detto: ‘Se hai bisogno, se non stai bene, se ti senti solo, facciamo una chiamata o magari veniamo noi. Non preoccuparti’. Sono frasi che mi sono portato dentro e mi hanno fatto bene”. 

E te le sei portate anche alla Virtus? 

“Mi spaventava venire qui e essere un pesce fuor d’acqua, che cosa c’entravo io, comunque ci sono giocatori americani, gente che ha fatto l’Nba. E italiani di altissimo livello. Però una volta arrivato qui, dai primi allenamenti, vedevo che riuscivo a stare al loro ritmo e al loro passo. Quindi sicuramente ho guadagnato la loro fiducia e penso di essermi inserito rapidamente nella squadra”. 

Quando è scattato il clic nella testa? 

“Sapevo che nelle prime partite il minutaggio sarebbe stato zero, magari non convocato, perché è normale. Però io, a essere onesto, non sono mai stato un uomo da allenamento. Prima sapevo che avrei comunque giocato, che sarei stato protagonista, e quindi l’allenamento tendeva un po’ a limitarmi. Poi, in Nazionale, dopo due tribune, ho capito che dovevo dare qualcosa in più. Questo nella mia testa è stato un cambiamento importante, che mi spinge ogni giorno a dare tutto quello che ho”. 

E sul fisico? 

“In due mesi ho messo su sei chili. Io non sono uno che legge i commenti, però a volte mi escono e mi ci casca l’occhio. Appena arrivato mi dicevano: ‘Non è ancora pronto, è troppo magro’. Anche questo mi ha dato una motivazione in più. Però dico sempre che non devo essere un giocatore da 110 chili, perché sennò perdo le mie abilità. Sono un giocatore atletico, che corre per il campo. Ora mi sento al massimo della forma, fisicamente sto molto bene”. E dentro lo spogliatoio? 

“Ho legato abbastanza con tutti. Nelle prime settimane stavo un po’ di più con gli italiani, anche per una questione di timidezza, che è normale. Però adesso fraternizzo anche con gli americani. Siamo tutti bravi ragazzi. Siamo una squadra abbastanza giovane, ma anche i veterani sono ragazzi dentro. Edwards sul campo è illegale e nello spogliatoio è sempre lì che ride. E Dani, Hackett, è fantastico. È veramente un bel gruppo. E ho incontrato il presidente Zanetti. Lui ha grande rispetto per me nonostante la mia età. Avere il suo appoggio è bello”. 

Sai che lo scudetto è l’obiettivo, vero? 

“È l’obiettivo, certo. Sappiamo che è tosta. Il campionato è di alto livello, tra Milano, Brescia, Venezia. Dobbiamo essere bravi a conquistare il fattore campo, poi si vedrà. Ai playoff sarà una bella battaglia”. 

Battaglie ne hai giocate anche con l’Under20 azzurra. 

“Io ero il capitano della Nazionale che ha vinto l’Europeo. E c’era stato l’episodio dei commenti razzisti. C’erano miei compagni che volevano rispondere sui social, ma io ho detto: ‘Raga, se rispondiamo passiamo dalla parte del torto. Dopo rispondiamo’. Abbiamo risposto con un oro al collo. Quindi penso di aver fatto un buon lavoro”. 

Cosa avete provato davanti a quei commenti razzisti? 

“Quella roba lì ci ha unito molto, perché tra di noi eravamo un gruppo fantastico e lo siamo ancora oggi. Ci sentiamo quasi ogni giorno. Abbiamo anche un gruppo Whatsapp. Tenere botta tutti insieme ci ha aiutato veramente tanto”.

Poi c’è stato il discorso davanti al Presidente Mattarella. 

“Io l’ho saputo il giorno stesso. Mi hanno aiutato anche a prepararlo. Ero partito dicendo: ‘Oh, figata, andiamo da Mattarella, facciamo la foto, perfetto’. Non sapevo di dover pure parlare, davanti a lui, in Rai, sennò la notte non avrei dormito. È stato più difficile che giocare la finale dell’Europeo. Stavo tremando, ma me la sono cavata”. 

Che Italia vedi davanti a te? 

“Nel basket la vedo in alto in Europa. Così come in altri sport: pallavolo, calcio, tennis. In alcune discipline sta facendo risultati strepitosi. E penso che l’Italia sia un Paese per i giovani. Ma bisogna crederci di più, perché se ci si crede si può arrivare a tutto”. 

Hai paura del mondo intorno? 

“Si parla di guerra e la guerra c’è veramente. Non bisogna scherzarci come fanno certi sui social. Fa effetto, perché da un momento all’altro può succedere qualcosa anche nello sport. Ma soprattutto ai cittadini normali. Quindi è un argomento importante”. 

Hai un idolo? 

“Gallinari. Lui è il mio idolo italiano. Poi anche Kobe Bryant. E il 24 che porto è anche per lui. Dopo la partita contro Milano, dopo il mio primo derby d’Italia, Belinelli mi ha mandato un messaggio: ‘Bravo, continua così’. Ti fa capire che stai andando nella direzione giusta”. 

L’America resta un sogno o un’ossessione? 

“Mi vedo più un giocatore in stile europeo che americano, però l’idea dell’Nba c’è. Sarebbe stupido rifiutarla, anche solo per l’esperienza di vita e di basket. Non mi sono mai pentito di aver detto no ai college. Non mi sentivo pronto. Oggi sono qua, a Bologna, in un club importante, che era un sogno da bambino. E questo percorso mi sta piacendo”. 

Se non avessi fatto il giocatore? 

“Da piccolo dicevo il gelataio, perché sotto casa mia c’era una gelateria molto buona e l’avevo anche scritto in un tema alle elementari. E quindi ancora oggi, quando mi chiedono cosa avrei fatto se non avessi giocato a basket, rispondo così. Ma non so se l’avrei fatto davvero”. 

Essere un predestinato è un privilegio o una condanna? 

“Un privilegio, perché dentro ti senti qualcuno che ce la può fare. Però è anche una pressione, e bisogna essere bravi a gestirla. Io comunque sotto pressione riesco a dare il meglio di me. E spero di portarmi dietro sempre questa cosa, perché rappresenta un vantaggio pazzesco”.

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