Papà Alberto nel 1986, Giovanni nel 2026: i Binaghi agli Internazionali, qualcosa di speciale
La Gazzetta dello Sport

Papà Alberto nel 1986, Giovanni nel 2026: i Binaghi agli Internazionali, qualcosa di speciale

Lunedì 4 maggio 2026
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A 40 anni di distanza hanno vinto gli Internazionali d'Italia, sempre a Villa d'Este. In questa famiglia milanese il talento si tramanda e si coltiva ("Papà conosce a fondo ogni dettaglio del mio gioco, quasi più di me")

A 40 anni di distanza hanno vinto gli Internazionali d'Italia, sempre a Villa d'Este. In questa famiglia milanese il talento si tramanda e si coltiva ("Papà conosce a fondo ogni dettaglio del mio gioco, quasi più di me")

Silvia Audisio 4 maggio - 19:51 - MILANO Giovanni Binaghi a Villa d'Este

Papà Alberto vince nel 1986, il figlio Giovanni trionfa una settimana fa. Stessa gara (gli Internazionali d’Italia), stesso campo (quello centenario di Villa d’Este), stesso titolo conquistato quarant’anni dopo. Non succede spesso e certamente mai nelle 103 edizioni di questo torneo che mette in campo i talenti del golf amatoriale dal 1905. Ma la doppietta in casa Binaghi ha solide premesse, perché in questa famiglia milanese il talento si tramanda e si coltiva. Alberto oggi ha 61 anni, amateur d’élite (in nazionale già a 14 anni con in tasca diversi campionati italiani), dai 22 è professionista, prima giocatore (14 stagioni sul massimo circuito continentale) poi coach di molti giocatori italiani tra cui Matteo Manassero; da vent’anni è commissario tecnico della squadra azzurra maschile che nel 2022 a Parigi ha vinto i campionati del mondo a squadre, una prima assoluta per l’Italia. Chi meglio di lui poteva trasferire al figlio passione ed esperienza? Ma non è ancora detto. Pur mangiando pane e golf praticamente appena svezzato, Giovanni ci ha poi messo parecchio del suo. 

il bambino in bermuda

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A sei anni la prima intervista al golf di Monticello dove, in febbraio con pochi gradi sopra lo zero, all’appuntamento si presenta in bermuda ("Quando si mette in testa una cosa, difficile fargli cambiare idea", dice il padre). Sotto un caschetto di capelli biondi, c’è un bimbo che ha grinta da vendere e che sul campo da golf si muove come un navigato professionista. Con piglio, serio e determinato. Di certo tanto papà aiuta, ma la voglia di andare in campo e di giocare in continuazione è cresciuta con lui. "Ho anche rotto una lampada dentro la club house di un circolo - racconta - tirando un colpo con un bastone di plastica che avevo comprato a Disney World, ma avevo solo tre anni". A due già faceva danni in casa tirando palline ovunque. Sci, tennis, calcio e nuoto, uno sportivo nato, "ma il golf è meglio", diceva già da piccolo. Miti e amici sono stati a volte le stesse persone. Come Manassero, da cui allora Giovanni prendeva spunti. Vedeva allenarsi i ragazzi della nazionale, gli capitava di vivere qualche grande torneo dietro le quinte con i giocatori del tour, mentre assimilava come una spugna i loro colpi. Grinta e concentrazione, però, sono da sempre doti tutte sue. "Da grande voglio fare il lavoro di papà, il giocatore", diceva allora. 

Giovanni (a sinistra) con papà Alberto dopo la vittoria al Junior Invitational 2024, negli Stati Uniti

verso la california

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Ed eccolo, tredici anni e parecchi successi dopo, a Villa d’Este con in mano il trofeo più ambito d’Italia, lo stesso dove è inciso il nome del papà che per l’ultimo giro gli ha fatto da caddie e insieme hanno tagliato questo fantastico traguardo. Nel frattempo, tanto studio al liceo scientifico che durante la settimana non lascia spazio al golf, e l’imminente maturità. Poi si parte per il college in California, presso la blasonata università di Stanford (proprio quella di Tiger Woods) dove si entra con voti molti buoni e uno standard di gioco altrettanto eccellente. 

insegnamenti e carattere

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Quanta parte abbia avuto Alberto nei suoi successi fin qui è evidente ("Papà conosce a fondo ogni dettaglio del mio gioco, quasi più di me"). Punti di forza e debolezze? "In entrambi i casi è la testa a fare la differenza. Un pregio quando mi concentro su un obiettivo e lo perseguo fino all’ultimo, come a Villa d’Este, durante un playoff estenuante; ma anche un difetto quando, verso i 14 anni, mi arrabbiavo troppo in campo e per una buca fatta male rovinavo tutto il giro". L’atteggiamento da tenere in campo è la cosa su cui Alberto ha maggiormente insistito ("A volte ero assolutamente incontrollabile"). "C’è una parte del gioco in cui mi riconosco in papà quando era in campo: lui tirava fortissimo il drive (io meno), e molto bene i ferri lunghi che sono la parte migliore anche del mio gioco, faccio distanza (170 metri con il ferro 7) e sono regolare". "Del carattere di papà apprezzo soprattutto la pazienza infinita che ha avuto con me".

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