"Torna a Resita, visita la tomba del padre e se ne va": alle origini di Chivu nella sua Romania
La Gazzetta dello Sport

"Torna a Resita, visita la tomba del padre e se ne va": alle origini di Chivu nella sua Romania

Martedì 5 maggio 2026
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Dalla tripletta segnata con la mano rotta al rigore trasformato nemmeno 24 ore dopo la scomparsa del papà: così il tecnico dell'Inter si è formato

Dalla tripletta segnata con la mano rotta al rigore trasformato nemmeno 24 ore dopo la scomparsa del papà: così il tecnico dell'Inter si è formato

Dal nostro inviato  Francesco Pietrella 5 maggio 2026 (modifica alle 09:39) - RESITA (ROMANIA)

La piazza larga e ariosa di Resita è un cesto di vimini dove s’intrecciano bisbigli e leggende. Tende la mano ai pochi stranieri che passano avvolgendoli con gentilezza e senso di ospitalità. Gli anziani del posto, vecchi operai di fabbrica cresciuti tenendo le antenne dritte e la bocca chiusa durante gli anni bui della dittatura di Nicolae Ceausescu, tirano fuori dalle tasche foto sgranate dove spiccano magliette rosso porpora. "Vede? Questi sono Mircea e Cristian, suo figlio, qualche mese prima della morte del padre". Il giorno in cui “Cristi” - come lo chiamano a Resita, città di 60 mila abitanti incastonata tra le montagne della Romania centro occidentale - s’è fatto uomo di colpo.

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papà mircea

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Dietro il primo scudetto da allenatore dell’Inter - e a una finale di Coppa Italia da giocare per centrare il double - c’è una storia legata a filo doppio con la scomparsa del padre. La promessa che un giovane Chivu, 17 anni, capelli scuri e occhi profondi, gli fece sul letto di morte il giorno prima di segnare il suo primo gol da professionista su rigore. "Diventerò un calciatore e mi prenderò cura della nostra famiglia", gli disse. Era il 1° aprile 1998. Mircea Chivu, bandiera del Resita, prima allenatore e poi giocatore, se n’era andato da meno di 24 ore. Al funerale parteciparono migliaia di persone, e chi c’era quel giorno ci ha raccontato che "alcune persone salirono persino sui palazzi in costruzione per poterlo salutare".

a casa di chivu

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"Non ci sono foto, né filmati, né niente, vive nei ricordi di chi l’ha visto da vivo". Ce l’ha raccontato Alex Horvath, 30 anni, tifoso del Resita, il ragazzo che ci ha fatto da guida, da autista e anche da traduttore, parlandoci del contesto dov’è cresciuto Cristian. Uno che a nove anni, quando il regime di Ceausescu collassò sotto il peso dei proiettili, non aveva una televisione dove guardare le partite. "Il regime è stato duro - ha spiegato Alex - mia nonna infilava i fili d’erba nella zuppa per far mangiare mia madre. Mio nonno provò a scappare a nuoto attraversando il Danubio. E in tv trasmettevano solo discorsi di Ceausescu". Resita è stata la terza città del paese a imbracciare i fucili per ribellarsi. I resti di quei quarant’anni e passa di comunismo si vedono a occhio nudo, passeggiando lungo il fiume Barzava: case diroccate, una funicolare arrugginita e pericolante che taglia in due tutta la città, palazzoni brutalisti. Chivu è cresciuto in uno dei condomini “sovietizzanti” nella zona nord della città. Ha frequentato la “Scoala Gimnaziala 8”, a un centinaio di metri dal suo appartamento, in un quartiere residenziale costruito per i lavoratori, e nel pomeriggio giocava in cortile. "Una volta si ruppe la mano, ma scese in campo e segnò una tripletta", dicono qui. Raccontano di "caramelle portate a scuola dopo le partite" e di volontariato. A dieci anni Cristian faceva parte di un pugno di ragazzi che raccoglievano donazioni per le famiglie che avevano perso qualcuno durante la rivoluzione. Questione di educazione. "Il padre - racconta Alex - era così severo che lo faceva tornare a casa in tram dagli allenamenti. Il bello è che a quei tempi era lui l’allenatore. Non andavano mai insieme".

gol e lacrime

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La prima squadra di Cristian è stata a strisce rosse e nere: il CSM Resita, oggi in seconda divisione, ha i colori del Milan e vanta un campo in erba sintetica donato da lui un decennio fa, ma ciò che colpisce appena varchi i cancelli - anche questi rossi e neri - è un busto di marmo all’ingresso del tunnel che porta al campo. Lo stadio si chiama Mircea Chivu, e i baffoni d’ordinanza scolpiti sono i suoi. La statua fu inaugurata nel 2010 alla presenza del figlio e della madre, la signora Mariana, che nei giorni in cui siamo stati in città era in vacanza in Spagna. Vive tra Resita e Timisoara. Attraverso Alex, traduttore d’ordinanza, s’è detta "orgogliosa e commossa per il percorso di Cristi". Che quasi trent’anni fa mostrò subito personalità. Ce l’ha ricordato Leontin Doana, ex compagno e oggi allenatore del Resita. "Suo padre ci disse di scendere in campo e di vincere per lui. E chiese lo stesso anche al figlio. Il giorno successivo, battemmo 5-1 in casa il Ceahlul Piatra Neamt. Cristian segnò su rigore e alzò le braccia al cielo, in lacrime, sdraiandosi a terra, sommerso da tutti noi. Lo stadio cantò il suo nome".

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miti e leggende

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Chivu è l’orgoglio di Resita. Valentin Ciucur, il team manager, ci dice che a quei tempi era "rispettoso, timidissimo e silenzioso". Cristian Bobar, il presidente, ci ha svelato di averlo incontrato un paio di anni fa davanti a un caffè. "Aveva offerte da diversi club: Ajax, Arabia Saudita, Dinamo e Rapid Bucarest, ma rifiutò tutto. Puntava soltanto alla Serie A". Raggiunta col lavoro, la fatica e anche col silenzio. L’arma affilata di Cristian da quasi trent’anni. L’ultimo aneddoto, vicino alla leggenda, ce l’ha lasciato Bobar. E dice tutto: "Ho saputo che ogni tanto “Cristi” torna di nascosto a Resita, deposita un fiore sulla tomba del padre e poi se ne va. Solo loro due, in silenzio. Nessuno l’ha mai visto, ma qui ci crediamo tutti". Anche noi.

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