Il malore in India, il bacio al tatuaggio e... I 5 aneddoti che Darderi ha raccontato alla Gazzetta
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Il malore in India, il bacio al tatuaggio e... I 5 aneddoti che Darderi ha raccontato alla Gazzetta

Venerdì 15 maggio 2026
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Dalle scelte tecniche all’Australian Open al legame con la famiglia ai regali della nonna: emozioni, speranze e paure nel diario che Luciano scrive per noi

Dalle scelte tecniche all’Australian Open al legame con la famiglia ai regali della nonna: emozioni, speranze e paure nel diario che Luciano scrive per noi

Marco Iaria Giornalista 15 maggio - 12:31 - ROMA

Nel mondo ovattato dello sport d’élite, è ormai assai raro che gli attori protagonisti parlino senza filtri con i media tradizionali. Ecco perché siamo rimasti profondamente colpiti quando Luciano Darderi ha accettato di scrivere per la Gazzetta un diario raccontando il dietro le quinte del circuito, le sue emozioni, le sue speranze, le sue paure. Ormai da qualche mese stiamo accompagnando la cavalcata di “Luli” nel tennis mondiale. Una storia, la sua, bellissima, non soltanto per la grinta e la spinta a superare i propri limiti che mostra ogni volta che scende in campo. Per celebrare l’impresa del Foro Italico – la prima semifinale in carriera in un Masters 1000 (e non è ancora finita…) – abbiamo raccolto in questa sorta di collage alcuni degli aneddoti raccontati dal giocatore. Ve li proponiamo come un flusso, direttamente dal suo diario.

L’ESIBIZIONE IN INDIA (dicembre)

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“L’India mi colpisce subito. Un Paese affascinante e durissimo allo stesso tempo: tanta povertà, tanta miseria, ma anche tanto lusso. Un mondo che vive costantemente in contraddizione con se stesso. Ahmedabad, la città che mi ospita, è immensa. Non tutto, però, fila liscio. A pranzo commetto l’errore più classico: pollo tikka masala, piccantissimo. Risultato? Finisco steso in camera con un mal di pancia tremendo e un match da giocare poche ore dopo contro il francese Muller. Non mi reggo in piedi. Chiamo il mio manager, Luca Del Federico, che corre a portarmi un disinfettante intestinale per cercare di rimettermi in piedi. Entro in campo comunque, ma perdo. Da quella sera adotto una dieta ferrea fino alla fine del torneo: pollo ai ferri e riso”.

australian open (gennaio)

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“Mi assale un dubbio: in Nuova Zelanda ho giocato con una nuova racchetta, sempre la mia, però con una caratteristica diversa, decisamente più rigida. Cambiare o tornare indietro? Devo decidere subito. In aeroporto mi confronto con mio padre Gino e prendo la decisione definitiva di tornare alla vecchia racchetta, cioè quella meno rigida, che mi consente di avere potenza ma più controllo. Torno allo strumento che mi ha fatto vincere quattro titoli Atp, con l’idea di non abbandonarlo per i prossimi anni. Arrivo a Melbourne di giovedì. Il mio manager ha recuperato sei nuove racchette. Vanno customizzate tutte. Non passo nemmeno dall’appartamento che ho preso in affitto in centro città. Mi reco subito a Melbourne Park per parlare con gli incordatori e valutare tutte le specifiche delle racchette. I tempi sono strettissimi: devo riadattare il mio gioco e riequilibrare tutte le sensazioni alla vecchia racchetta”. 

in argentina (febbraio)

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“Tornare in Argentina è un vero salto nella mia infanzia, nei primi anni in cui ho cominciato a giocare a tennis. I primi campi erano a Villa Gesell, dove vivevo con la mia famiglia: i miei nonni, papà e mamma. Poi mi trasferii a Buenos Aires per potermi allenare meglio, e il pensiero va subito a mia nonna, una donna eccezionale. Sapeva del mio sogno di diventare un giocatore professionista e mi ha sempre aiutato, di nascosto da mio nonno. Prendeva tutta la pensione che riceveva e me la passava ogni mese in una busta: così avevo la possibilità di pagare la scuola, comprare racchette e farle incordare. Dopo ogni vittoria do un bacio al mio unico tatuaggio, con il nome di mia nonna, per ringraziarla in cielo di tutto ciò che ha fatto per me. Senza di lei non sarei qui”. 

papà gino (marzo)

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“Papà nelle ultime settimane era in Argentina, mentre io giocavo negli Stati Uniti. Quando siamo distanti fisicamente ci sentiamo tutti i giorni al telefono: mattina, pomeriggio e sera. Prima e dopo i match mi manda i suoi report e, durante le partite che segue sempre sul grande schermo allestito nella casa di Villa Gesell, si mette in contatto con il team per darmi consigli in tempo reale. Ho un rapporto splendido con papà Gino. Nella mia infanzia ha sostituito anche il ruolo di mia madre. È stato il mio coach, il mio mentore, colui che mi ha messo la racchetta in mano e che mi ha portato in giro per i tornei. Quando i soldi erano pochi, è capitato che dormissimo in auto per risparmiare, oppure che facessimo scorta a colazione negli hotel per avere qualcosa da mangiare a pranzo e cena. Ricordo quando da ragazzino giocavo due tornei contemporaneamente per accumulare più punti possibile nella classifica italiana: mio padre chiamava gli organizzatori per chiedere di programmare un incontro al mattino e uno al pomeriggio. Erano sacrifici che sostenevo volentieri, perché tu mi hai dato l’esempio”.

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italiano

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"La prima volta che sono stato in Italia avevo dieci anni: dovevo ritirare il passaporto italiano e giocare un torneo giovanile all’Aquila, che poi ho vinto battendo Cobolli in semifinale e Gigante in finale. Sono tornato in Italia a 13 anni. Ricordo ancora l’arrivo all’aeroporto di Fiumicino, da solo, in pantaloncini corti perché in Argentina era estate: faceva un freddo cane. Ad accogliermi c’era Marcello Macchione, un amico di mio padre che mi ha ospitato a casa sua e mi ha supportato in tutto. Ben presto ho stretto un forte legame con il figlio di Marcello, Simone. Ho trascorso a Roma tutta la mia adolescenza: non è stato facile ambientarmi in un Paese nuovo da solo, ma Marcello e la sua famiglia mi hanno accolto come un figlio. E poi il tennis era il mio chiodo fisso, non pensavo ad altro: nessuna distrazione. Mi sono allenato all’accademia di Vianello, da Max Giusti alla Pisana, a Villa York, poi, grazie a Marcello, è stato raggiunto un accordo con il Forum, che mi ha offerto l’alloggio nella foresteria del circolo. Dopo che papà Gino mi ha raggiunto, durante il Covid siamo rimasti praticamente bloccati dentro il Forum: vivevamo lì e sfruttavamo il lockdown per allenarci senza sosta”.

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