Ferreira Pinto: "Mollai il pallone per raccogliere arance. A 46 anni gioco ancora"
La Gazzetta dello Sport

Ferreira Pinto: "Mollai il pallone per raccogliere arance. A 46 anni gioco ancora"

Mercoledì 20 maggio 2026
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I ricordi del brasiliano: "Giocavo scalzo per strada in Brasile. Vendetti la macchina per comprare il biglietto per l’Italia. A Lanciano ho svoltato trovando un club e l’amore"

I ricordi del brasiliano: "Giocavo scalzo per strada in Brasile. Vendetti la macchina per comprare il biglietto per l’Italia. A Lanciano ho svoltato trovando un club e l’amore"

G.B. Olivero 20 maggio - 08:59 - MILANO

Il pallone e le arance hanno la stessa forma. Diego Maradona ci palleggiava con naturalezza, senza grosse distinzioni. Adriano Ferreira Pinto, a un certo punto, ha dovuto scegliere: “E ho scelto le arance. Avevo bisogno di lavorare e raccogliendo le arance riuscivo a guadagnare. Il sogno del calcio sembrava svanito. Poi, per fortuna, le cose sono cambiate”. A 46 anni il brasiliano gioca ancora in Promozione con l’Almé dopo aver lasciato la Serie A nel 2013 e aver disputato dieci stagioni in Serie D con il Ponte San Pietro. Il suo percorso è un messaggio per tutti i ragazzi: il futuro si costruisce giorno dopo giorno, dribblando gli imprevisti, inseguendo i propri sogni, ma confrontandosi con la realtà che spesso è diversa da come la si vorrebbe. La storia di Adri è unica. Vale la pena di partire dall’inizio. 

Com’è stata la sua infanzia in Brasile? 

“Dura. La mia famiglia era povera. Ogni tanto andavo con papà in campagna, portavo la sacca per raccogliere il cotone. Lui amava coltivare pomodori, fragole, verdure. Sperava di cambiare vita producendo quantità industriali. Nel weekend giocava a calcio e io andavo a vederlo: così mi innamorai del pallone. Papà, però, si ammalò a causa dei veleni che respirava nei campi. Penso che abbia retto fino a quando non fu convinto che io fossi pronto. Avevo 15 anni quando morì e cominciai a pensare alla famiglia. I miei fratelli cercarono lavoro in città, io restai in campagna a raccogliere arance e trovai un impiego pure in una fabbrica di mattoni. Giocavo il campionato dei quartieri di Porto Ferreira, una città non distante da San Paolo. Il mio rapporto con il calcio è iniziato così”. 

Non ha frequentato un settore giovanile? 

“Mai. Andavo per strada o in un campo di terra. Giocavo scalzo e quando iniziai a usare le scarpe, molto economiche, facevo una tremenda fatica perché la sensibilità era diversa”. 

Come fu scoperto dall’Uniao Sao Joao? 

“Nel torneo della città. In finale segnai due gol. Mi chiesero di fare un provino, ma io rifiutai perché avrei dovuto lasciare la ditta di mattoni. Il mio capo mi tranquillizzò: “Vai. Se non ti prendono puoi tornare da me”. Il provino durò una settimana, avevo già 19 anni. Mi presero e il primo anno in Serie C feci 27 gol in 30 gare. Lo Standard Liegi mi notò e mi acquistò. Così partii per il Belgio”. 

Sembrava la svolta. E invece... 

“La mia avventura a Liegi durò appena 23 giorni. All’inizio sembrava tutto perfetto, poi l’interprete mi mollò e io andai in crisi. Non parlavo con nessuno, non capivo nulla, non mangiavo. In Belgio vedevo solo buio. Rescissi il contratto e tornai in Brasile, ma l’Uniao non mi volle più e restai senza squadra. Così tornai in campagna a raccogliere arance. Avevo già sofferto abbastanza: non ero disposto a barattare la mia felicità. E in mezzo alle arance guadagnavo poco, ma ero felice. Mamma Giulia, che adesso ha 65 anni, non condivise la scelta. Il calcio era tornato a essere un hobby, ma un giorno feci un provino a Paranà. Segnai sei gol. Al campo c’era Adriano Mezavilla, un giocatore che conosceva qualcuno in Italia. Gli consegnai un dvd con alcuni miei gol. Poco tempo dopo mi chiamò Carlo Colacioppo, direttore sportivo del Lanciano. Per venire in Italia vendetti la macchina: mi servivano i soldi per il biglietto aereo. Il provino durò una settimana e mezzo. Il club non era convinto, ma si fecero male due attaccanti, io ero svincolato e potevano prendermi subito. Così iniziai a stagione quasi conclusa giocando i playoff di C contro il Taranto di Riganò. Era il 2002 e non ho più lasciato l’Italia”. 

A chi vuole dire grazie? 

“A Castori, che era mio allenatore a Lanciano e poi anche a Cesena e Varese. Mi cambiò ruolo trasformandomi da centravanti a esterno. All’inizio rosicai, perché mi piaceva segnare. Ma compresi in fretta che aveva ragione. Ho avuto un ottimo rapporto anche con Colantuono che mi ha guidato a Perugia e a Bergamo. Ma il tecnico che mi ha valorizzato di più è stato Delneri: mi insegnò a difendere, aiutandomi a svolgere bene le due fasi”. 

L’Atalanta è la squadra della vita. 

“E Bergamo la città della vita. Sono stato benissimo qui, fin dal primo giorno. Con la maglia nerazzurra mi sono regalato la Serie A, cosa che avevo promesso a mia madre. Ho scommesso su me stesso, ho lavorato sodo pedalando forte e sono orgoglioso di quello che ho fatto. Sono sempre uscito con la maglia sudata e i tifosi mi hanno voluto bene anche per questo. E così ho deciso di restare a vivere a Bergamo: abbiamo grandissimi amici, siano innamorati della gente e della città”. 

Dieci anni nel Ponte San Pietro in D. Adesso nell’Almè in Promozione. Cosa la spinge in campo a 46 anni?

“Non volevo smettere, ma l’idea era quella di restare in zona. Ho conosciuto il direttore sportivo del Ponte San Pietro e mi è piaciuto il progetto. E’ una società splendida, i miei figli giocano lì. La mia forza è stata la capacità di resettare ciò che ero stato prima, protagonista in una Serie A piena di campioni, e vivere il calcio con amore e passione cercando di trasmettere qualcosa ai ragazzi che giocano con me e che magari arrivano al campo stanchi dopo il lavoro e non hanno tanta voglia. Io non salto un allenamento e credo che giocherò ancora un anno prima di cominciare ad allenare. Alla fine di ogni stagione faccio un test su un percorso di 5 km per capire come sto. Pochi giorni fa ho tenuto il ritmo di 3’54” a chilometro. Sono ancora in forma”. 

Però sua moglie Marianna non è contenta perché dice che lei non sa ballare la samba. 

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“Le dico sempre che non si può avere tutto: ha il marito brasiliano, ma non ballerino... Marianna è una presenza fondamentale. Aveva 17 anni quando mi seguì da Lanciano a Perugia: fu un periodo difficile che ci fece crescere. Ci siamo sempre aggrappati l’uno all’altra e abbiamo costruito insieme il nostro futuro. Adesso facciamo... gli autisti dei ragazzi che sono sempre in giro per partite e tornei vari. José ha 16 anni ed è un terzino mancino con grandi qualità tecniche. Thiago ha 12 anni ed è un esterno offensivo pazzerello come me. Ciò che conta è che si divertano”.

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