Scariolo, assalto all'Eurolega: "Al Real non si scherza. Mourinho? Se tornasse qui sarebbe speciale"
La Gazzetta dello Sport

Scariolo, assalto all'Eurolega: "Al Real non si scherza. Mourinho? Se tornasse qui sarebbe speciale"

Giovedì 21 maggio 2026
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Da domani Final Four ad Atene, il coach bresciano insegue la coppa che gli manca: "Come quando giochi a briscola, servono i 'carichi'. E in questa squadra ci sono. In Italia campionato competitivo, ma impianti sconcertanti"

Da domani Final Four ad Atene, il coach bresciano insegue la coppa che gli manca: "Come quando giochi a briscola, servono i 'carichi'. E in questa squadra ci sono. In Italia campionato competitivo, ma impianti sconcertanti"

Giuseppe Nigro Giornalista 21 maggio - 09:20 - MILANO

L’ultima volta che Sergio Scariolo, tornato da quest’anno al Real Madrid, era arrivato a giocarsi il trono europeo, era nello stesso palazzo in cui ci torna domani: ad Atene, nel 2007 con Malaga. Riguardare alla prima volta invece, 35 anni fa con Pesaro quando ancora si chiamava Coppa Campioni, racconta un record di longevità. "Non so se sia record - aggiunge lui -, ma con Pedro Martinez, che avrò come avversario in semifinale col Valencia, l’anno prima di quella Final Four eravamo di fronte in finale di Coppa Korac: io debuttante alla Scavolini e lui alla Joventut presa a metà stagione". È solo l’ultima sfumatura di una carriera che arriva a questo weekend con l’ambizione di arricchirsi di una ciliegina: campione d’Europa col club, dopo esserlo stato quattro volte con la Spagna, portata anche sul trono mondiale e a due medaglie olimpiche, lungo un percorso partito con lo scudetto da esordiente a 29 anni e proseguito vincendo due volte la Liga.

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"A essere onesti, in carriera ho avuto la sensazione di avere una squadra da Final Four solo due volte: a Malaga, non l’anno che l’abbiamo fatta ma il precedente, e quest’anno, quando abbiamo cominciato a trovarci reciprocamente con la giusta chimica e siamo stati stabilmente tra le prime quattro. Sono contento di quanto fatto con tutte le mie squadre. Ma è come quando giochi a briscola, bisogna che ti arrivino l’asso e il tre…". Il riferimento non è casuale per uno che ha deciso di iniziare la settimana più importante dell’anno con una fuga veloce nella sua Brescia ("la mia isola felice, per rigenerarmi: le cose importanti non sono quelle che tutti pensano") per qualche ora con gli amici, tra una cena e una partita a carte. 

Già che era in Italia, ha festeggiato lo scudetto dell’Inter?

"Nel mio foro interno, molto. Come tutte le conquiste progressive, è qualcosa che ho gustato poco a poco: una sensazione di dominio gratificante per il lavoro fatto da Chivu, per cui sono molto contento, che raccoglieva un’eredità pesante, per la bellezza di quello che c’era stato prima ma anche perché c’era da riprendersi dalla batosta della finale di Champions". 

Nell’anno del triplete fece andata e ritorno dalla Russia in 24 ore per festeggiare la Champions. Dell’allenatore di quell’Inter, Mourinho, sarà adesso "compagno" e collega al Real Madrid. 

"Non posso fare commenti non essendo ufficiale, diciamo che se dovesse succedere sarebbe qualcosa di speciale". 

Com’è cambiato il Real Madrid, tornandoci dopo 23 anni? 

"Non cambia il livello di esigenza e la necessità di guardare sempre all’eccellenza, indipendentemente dalla logica, che quest’anno per budget netto ci pone come settima squadra di Eurolega: se non fossimo arrivati tra le prime quattro, e sarebbe stato il secondo anno di fila, sarebbe stato un colpo duro, qui non si scherza. E siccome non è un appuntamento a cui si arriva tutti gli anni, anche per chi come me qualcosina nel basket l’ha fatto, vogliamo giocarcela fino in fondo". 

Cos’ha significato lasciare la nazionale spagnola dopo più di dieci anni?

"Sono contento a titolo personale, era un po’ una sfida: avevo voluto uscire dalla zona di comfort della nazionale per tornare a un club per dimostrare a me stesso di poter guidare una squadra da Final Four di Eurolega, che è l’area di eccellenza a cui tutti guardano. Una dimensione in cui, anche in una stagione molto molto esigente, mi sono sentito davvero a mio agio, anche perché volevo provare a smentire questa cavolata che un allenatore da nazionale non sia un allenatore da club e viceversa: devi avere la situazione giusta per fare bene. Volevo dimostrare che potevo divertirmi e sentirmi utile su una stagione di dieci mesi come in una più corta con la nazionale". 

Com’è l’Italia vista da fuori? 

"Non voglio prendere le sculacciate dal presidente Petrucci che rimprovera sempre chi da fuori vede cosa non va. Ci sono cose buone e meno buone: il campionato è competitivo, un serbatoio per campionati di livello più alto e per l’Eurolega, con dirigenti capaci. Purtroppo la sensazione è di una mentalità che guarda al breve termine, si faticano a vedere realtà con la capacità e possibilità di programmare. Anche il livello dell’impiantistica è sconcertante. Ci sono buone energie, persone molto valide, forse manca questa capacità di guardare oltre la prossima partita". 

E invece la Acb? Il campionato più impegnativo di tutti per voi è una risorsa, perché è il più allenante, o un ostacolo, perché prosciuga energie? 

"È un campionato che fomenta la competitività e la crescita di squadre e giocatori, ma con 18 squadre ha un calendario imponente che porta via energie e che sommato a quello dell’Eurolega a 20 squadre ha raggiunto un livello di saturazione pericolosissimo, a danno anche della qualità nel medio termine, per gli infortuni e il bisogno di far riposare i giocatori. Allo stesso tempo se fai bene in un campionato del genere il prestigio è triplo". 

Al Real Madrid ha Procida, che abbiamo apprezzato in Nazionale e meno in Eurolega. Che valutazione dà della sua stagione? 

"Per me è una stagione positiva. È stato sempre in rotazione, se giochi in un campionato di alto livello come l’Acb, il migliore in Europa, 15 minuti in un ruolo in cui ci sono Hezonja e Deck è spazio preziosissimo che si è meritato, alla portata di pochi. In un contesto di miglioramento in cui resta da lavorare su certi aspetti difensivi, sul trattamento di palla, su qualche scelta. Arrivato da un sistema ottimo per il primo passo per la possibilità di giocare più facilmente, una realtà trampolino come l’Alba Berlino, arrivare in una squadra con la massima esigenza non è la stessa cosa: ha fatto lavoro fisico e tecnico individuale con grande impegno, perché a inizio anno era considerato un non tiratore e ora è un tiratore molto rispettabile. Poi essendo un ragazzo italiano sento di avere un legame speciale con lui, è anche interista: sono contento di lavoro e miglioramenti fatti, sono sicuro che in Nazionale li farà vedere, ha fatto molti passi avanti quest’anno anche se non li ha ancora potuti dimostrare nel massimo palcoscenico dell’Eurolega". 

Il Real sarà campione se… 

"Se riuscirà a competere coi migliori del continente inventandosi una maniera nuova di giocare, essendo scomparso dall’equazione il giocatore intorno a cui la squadra è stata costruita, Tavares, e il giocatore più simile a lui, Len. Abbiamo vissuto uno tsunami, con questi due infortuni che hanno sconvolto la nostra fisionomia. In attacco dovremo essere più sfrontati, in difesa dovremo evitare che la palla arrivi in area con facilità, sapendo che non c’è dietro il 'mastrolindo' che ci protegge. E poi andare forte a rimbalzo". 

Cosa farà il Real con Eurolega e Nba Europe? 

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"Il Real è una parte attivissima nel cercare di creare un ponte tra Eurolega e Nba Europe, non si è schierato ma ha capito dal primo momento che finché ci saranno possibilità di intesa bisogna lavorare e fare tutti uno sforzo per riuscire a fare qualcosa assieme. Poi arriverà un domani, nell’ordine di qualche settimana, in cui dovrà prendere una decisione definitiva, ma penso che ci siano i margini per poter mantenere una certa coesione sul bene del nostro basket, che è non disperdere il patrimonio dell’Eurolega e non perdere l’opportunità della massima istituzione del nostro sport che ha manifestato la volontà di entrare in Europa".

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