"Razzismo, alcol, spaccio... Poi mi vedono durante una rissa alla stazione e la boxe mi cambia la vita"
Momo Elmaghraby, pugile, combatte sabato a Milano e ci racconta la sua straordinaria storia di redenzione: "Dall'Egitto all'Italia a 12 anni, pensavo fosse una vacanza ma non sono mai tornato indietro. A scuola mi dicevano di andare a vendere tappeti, sono finito in comunità, non avevo punti di riferimento. Poi sono entrato in palestra e ho capito che era casa mia
Momo Elmaghraby, pugile, combatte sabato a Milano e ci racconta la sua straordinaria storia di redenzione: "Dall'Egitto all'Italia a 12 anni, pensavo fosse una vacanza ma non sono mai tornato indietro. A scuola mi dicevano di andare a vendere tappeti, sono finito in comunità, non avevo punti di riferimento. Poi sono entrato in palestra e ho capito che era casa mia
Giulio Di Feo Giornalista 21 maggio - 12:18 - MILANOMomo sta tutto in un gesto. Mentre parla mangia un panino in una stanzetta della palestra dove si allena, appena finito si alza per andarsene, apre la porta, poi all'improvviso si gira e torna sui suoi passi, come una finta sul ring. Sul tavolo ci sono giusto due briciole, roba da nulla, ma lui prende un pezzo di carta e le tira via meticolosamente: ci mangeranno anche gli altri, non è giusto che le trovino. Stavolta la mano è stata piuma, spesso e volentieri è stata ferro, ed è un po' la parabola della sua vita: Momo di cognome fa Elmaghraby, ha 30 anni e fa il pugile, categoria mediomassimi. Si sta facendo strada nel complesso panorama italiano, forte di un record immacolato - 14 vittorie su 14 incontri, di cui la metà per ko -, sabato a Milano (Taf 13, all'Allianz) affronta Vittorio Lizzi e porta con sé una storia di forza e redenzione che parte dal Delta del Nilo e arriva fino a Milano. Ce la racconta partendo dal primo ricordo di se stesso, in Egitto: "Un bambino che passa tutto il giorno a giocare a pallone. Sono pure bravino".
Poi?
"Poi un giorno mia madre mi fa: 'Andiamo in Italia a trovare papà'. Ho 12 anni, lui stava qui in Lombardia da tanto tempo. È l'inizio dell'estate, penso che stiamo andando in vacanza. Mica me lo dicono che non saremmo più tornati in Egitto, mi hanno fregato (ride, ndr)"
L'impatto con l'Italia com'è?
"Come quello uno schiaffo. Piove sempre, in Egitto capita ogni morte di Papa. Ero abituato ad avere intorno a me persone sempre allegre, felici con poco, semplici... 'ignoranti' in senso buono, capisci cosa intendo? In Italia trovo gente più chiusa, precisina, fredda, che non da confidenza"
E come reagisci?
"Male, perché mi sento strano. A scuola provo sulla mia pelle il razzismo. Sbaglio a parlare perché conosco poco la lingua e mi prendono per il culo, mi dicono che devo tornare al mio paese a vendere i tappeti. Che faccio? Li picchio. Ma sono cose da ragazzini, a quell'età ci sta. Il problema vero è a casa, lì le cose non vanno bene. Mio padre e mia madre litigano, lei non si ambienta, le discussioni si fanno, come dire... movimentate. Finisce che lei torna in Egitto, e io mi ritrovo in comunità"
Non dev'essere semplice.
"Invece se ci pensi in questi casi è semplice: non hai intorno a te nessun punto di riferimento e ti lasci andare. I miei dovrebbero essere gli educatori dei servizi sociali: dimmi, come fa un ragazzino a fidarsi all'improvviso di gente estranea? Mi tengo tutto dentro e mi monta una rabbia assurda, non mi sarei mai aspettato di fare 'sta fine. In Italia manco ci volevo venire, doveva essere una vacanza, capisci?"
Come diventa la tua vita?
"Come vuoi che diventi? Compagnie sbagliate, vita da strada in cui devi farti rispettare, fumo, alcol, botte, spaccio, a 14-15 anni a Monza mi conoscono tutti. Dopo una rissa alla stazione un inserviente mi fa: 'Se veramente ti piace menare perché non parli col mio capo? Lui è stato campione europeo di boxe'. E inizia a raccontarmi tutta la pappardella della sua carriera... All'inizio gli rido in faccia: ti pare che mi metto a fare uno sport? Campo alla giornata, sai che me ne frega.."
E allora in palestra perché ci finisci?
"Perché rifletto, e capisco che mi sono stancato di quella vita, che ho bisogno di sentirmi realizzato. Vedo che intorno a me le persone si sistemano perché si appoggiano a sicurezze che a me mancano: una famiglia, per esempio, un lavoro... Io non ho nulla di tutto questo, inizio a pensare a quale può essere il punto d'inizio. L'ex campione europeo è Matteo Salvemini, ci parlo, in palestra per la prima volta mi porta lui. Ho voglia di farmi riconoscere da tutti per qualcosa di bello".
E lì come ti senti?
"Felice, sento che ho qualcosa da fare, mi dico che finalmente sono a casa. Immediatamente smetto di fare la vita che facevo. Non bevo e non fumo più, taglio qualsiasi frequentazione con certa gente, soprattutto conosco delle persone che mi danno una mano. Grazie al loro aiuto prima prendo la patente, poi trovo lavoro in una ditta che consegna pasti nelle scuole e nelle aziende"
Elmaghraby si scalda sotto lo sguardo di SalveminiBello, ma da qui a combattere ce ne passa.
"Macché, dopo cinque mesi faccio già il primo incontro. Me lo ricordo ancora, uno schifo. Voglio picchiare e basta, non ragiono, sbraccio, tiro botte a caso invece che pugni, come in una rissa da strada. Finisce in pareggio perché becco tre richiami e Salvemini, che nel frattempo è diventato il mio maestro, mi fa un cazziatone che la metà basta. Lì imparo un'altra grande lezione: devo controllarmi, combattere col cervello. E infatti poi vinco tutti gli incontri che faccio, perdo solo la finale dei campionati italiani senior contro un tizio romano più alto di me. Match tiratissimo, hanno dato la vittoria a lui, mah..."
Da 4-5 anni combatti da pro'. Che hai fatto coi primi soldi guadagnati?
"Li ho messi da parte, magari un giorno mi serviranno per altre esigenze. Non penserai mica che me li ballo in giro..."
No, anche perché non ne avresti il tempo: lavori, ti alleni, hai messo su una famiglia, hai due bimbi. Come fai?
"Eh con la mia compagna ne parliamo spesso... Difficile gestire tutto, ma devo starci dentro per forza. Fare il pugile è molto più duro rispetto alla vita da strada"
Perché per forza? Chi te lo fa fare?
"Me lo chiedo ogni mattina quando mi guardo allo specchio. Penso che magari quel giorno sono distrutto e il peggio ce l'ho davanti, che tutti gli altri finiscono di lavorare e vanno a farsi gli aperitivi o a buttarsi su un divano, e che potrei fare lo stesso pure io invece di venire qui in palestra a farmi il mazzo dopo essermelo fatto al lavoro".
E cosa ti rispondi?
"Che sono felice della vita che mi sono costruito, perché non ne ho sprecato nemmeno un secondo. Si dice 'perdere tempo' quando ti rilassi, no? Ecco, io non ne perdo. Mi piace pensare di fare qualcosa che tra qualche anno potrò raccontare ai miei figli e ai miei nipoti".
Questo è il motore. Ma la benzina?
"La rabbia. La rabbia che mi porto dentro fin da ragazzino, che è aumentata con tutte le batoste che ho preso dalla vita. Una roba che non riesco nemmeno a descrivere, figuriamoci se riesco a spegnerla. La boxe mi ha insegnato a incanalarla, a sentirmela dentro incontro dopo incontro, allenamento dopo allenamento, ne ho bisogno perché mi aiuta a realizzarmi ma riesco a gestirla. In ogni cosa che faccio c'è tutto quello che ho passato".
Dove vuoi arrivare con la boxe?
"La verità? Non ho obiettivi che vanno oltre il prossimo match. Schiaccio il pedale e spingo al limite. Come si dice, finché la barca va..."
Intanto a ogni incontro ti porti dietro una vera curva da stadio. Striscioni, cori, magliette... mica tutti i pugili hanno un tifo così.
"Sono gli amici che mi sono fatto strada facendo, con cui ho passato momenti belli e brutti, per loro sono un esempio e la cosa mi dà una responsabilità enorme. L'idea nasce per caso, un giorno, al parchetto qua a Monza. Un amico mi fa: 'Ma quando combatti mica ti dà fastidio se veniamo tutti, cantiamo, facciamo i cori?'. 'E perché no?', rispondo. E faccio bene, danno una bella carica"
Cosa pensi quando sali sul ring?
"All'inizio ho le gambe rigide. Poi parlo con me stesso e mi dico: 'Ok, ora non si scherza più, devi andare lassù e diventare l'uomo più cattivo che sia mai esistito sulla faccia della terra'"
Se i tuoi figli ti chiedessero di fare pugilato cosa gli diresti?
"Il grande in pratica già la fa, è cresciuto in palestra con me, ha imparato prima i colpi e poi a gattonare (ride, ndr)". Poi si fa serio: "Sarei contento se volesse fare la boxe, ma se mi chiedesse un consiglio gli direi di non farla".
E perché?
"Perché io faccio tutto per dare alla mia famiglia una vita serena, tranquilla, senza pensieri. Però, come dice sempre il mio maestro, la boxe è uno sport per chi ha veramente fame, è quello a cui ti aggrappi se ti manca qualcosa nella vita com'è stato per me... Se non hai quella cattiveria, quella cazzimma, ti fai solo del male. E io non vorrei mai che mio figlio si facesse male"
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