La dieta da seguire dopo un infortunio al crociato spiegata dal nutrizionista del PSG
La Gazzetta dello Sport

La dieta da seguire dopo un infortunio al crociato spiegata dal nutrizionista del PSG

Sabato 30 maggio 2026
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Juan Josè Morillas, responsabile dell’alimentazione dei parigini, ha raccontato all’International Summit on Sports and Longevity del Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano come mangiare bene faccia la differenza anche dal punto di vista fisico

Francesco Palma 30 maggio - 11:50 - MILANO

Juan Josè Morillas, responsabile dell’alimentazione dei parigini, ha raccontato all’International Summit on Sports and Longevity del Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano come mangiare bene faccia la differenza anche dal punto di vista fisico

Sette, otto, nove mesi per tornare in campo, magari dieci per ritrovare davvero la prestazione. Il recupero da un infortunio al legamento crociato anteriore è uno dei percorsi più delicati per un calciatore, e nonostante la prima chiave sia ovviamente il recupero fisico la dieta non è mai un fattore secondario. Anzi, l’alimentazione è un fattore fondamentale per riuscire a tornare ai livelli pre-infortunio, come ha spiegato il dottor Juan José Morillas, nutrizionista e responsabile dell’alimentazione del Paris Saint-Germain, che è intervenuto all’International Summit on Sports and Longevity tenutosi all’IRCSS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano: “Voglio partire da un caso reale di due anni fa: un esterno di 20 anni che si è infortunato al legamento crociato. Giocando in quella posizione si copre una distanza molto elevata, tra 10 e 12 chilometri a partita, con molte accelerazioni e decelerazioni. La nostra sfida non era soltanto permettere al giocatore di tornare in campo, ma farlo tornare allo stesso livello di performance che aveva prima dell’infortunio. È tornato a giocare dopo 8 mesi, anche se non ancora ai livelli precedenti, che ha ritrovato 2 mesi dopo. In totale sono stati 10 mesi di lavoro, durante i quali avevamo tre obiettivi: prima di tutto proteggere la massa magra, minimizzando la perdita di massa muscolare e controllando l’aumento della massa grassa; il secondo era adattare l’apporto calorico alla richiesta energetica del giocatore, che chiaramente cambiava non giocando; il terzo era combattere l’infiammazione che può crearsi dopo un intervento e durante un infortunio lungo”.

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