Conceiçao: "Il mio idolo? Papà. La Juve? Fantastica. Voglio il Mondiale: CR7 ha ancora fame..."
La Gazzetta dello Sport

Conceiçao: "Il mio idolo? Papà. La Juve? Fantastica. Voglio il Mondiale: CR7 ha ancora fame..."

Sabato 30 maggio 2026
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L'esterno portoghese della Juventus si racconta a Sportweek: "Il calcio è istinto: nel mio ruolo mi sento uno dei migliori, dribblerei chiunque, anche il difensore più forte del mondo" 

L'esterno portoghese della Juventus si racconta a Sportweek: "Il calcio è istinto: nel mio ruolo mi sento uno dei migliori, dribblerei chiunque, anche il difensore più forte del mondo" 

Fabrizio Salvio Giornalista 30 maggio 2026 (modifica alle 17:10) - MILANO English version

Manuali e saggi ponderosi ci hanno spiegato l’opportunità - meglio: la necessità - che la ragione prevalga sull’istinto, non foss’altro perché è l’elemento che distingue l’uomo dagli altri animali e lo rende superiore a essi. Poi ascolti Francisco Conceiçao descrivere se stesso e ti assale il dubbio: vuoi vedere che ha ragione lui quando ammette di assecondare il suo, di istinto, con quel gioco tutto scatti, finte e dribbling? Un modo di stare in campo - prima ancora, di interpretare il calcio - che rappresenta uno dei pochi motivi di consolazione in una stagione conclusasi per la sua Juve nel modo peggiore, con la mancata qualificazione alla prossima Champions. Lo dicono le statistiche: il ventitreenne esterno destro d’attacco portoghese è tra i migliori in Serie A per dribbling riusciti nei 90 minuti e, tra i pari ruolo, per tocchi in area, accelerazioni, occasioni da gol create, passaggi filtranti. Abbastanza per farne uno dei protagonisti del campionato e prevedere che possa vestire gli stessi panni al Mondiale.

Bruno Fernandes, trequartista del Manchester United e tuo connazionale, ti ha definito un giocatore irriverente. Ti riconosci nella definizione?

“Sì, senza dubbio. Sono uno che non ha paura di sbagliare”.

Più che altro, il termine "irriverente" indica uno che non guarda in faccia a nessuno…

(sorride) “Posso avere di fronte il difensore più forte del mondo, ma io lo punto lo stesso. Nessun difensore è mai stato dribblato finché non ci riesce il primo: questa è la mia mentalità e penso di avere la qualità per dribblare chiunque. Continuerò a provarci per dimostrarlo coi fatti. Perché oggi nel mio ruolo mi sento uno dei migliori”.

Otto gennaio 2022: cosa ti viene in mente?

“Eh, uno dei momenti più importanti della mia vita: l’esordio col Porto, per giunta al Dragao, lo stadio di casa. Mio padre Sergio era l’allenatore di quella squadra”.

Che cosa ti disse papà annunciandoti che avresti giocato?

“Sii te stesso, divertiti, fai quello che fai sempre”.

Il debutto col Porto? Mio padre allenatore mi disse: 'Sii te stesso, divertiti'

Francisco Conceiçao

E cos’è che fai sempre, in campo?

“Gioco con allegria. Con passione. Con tanta voglia di fare la differenza”.

Giocare con allegria significa…?

“Farlo come quando avevo 5 o 6 anni e sfidavo i miei fratelli, senza il pensiero e la pressione di dover vincere per forza. Oggi che il calcio è un lavoro, lo prendo certamente più sul serio e so di avere tanta responsabilità perché in un club come la Juve vincere è un obbligo, ma riuscire a divertirmi in campo è fondamentale per stare bene e aiutare la squadra a raggiungere gli obiettivi. Senza allegria non sono lo stesso”.

E la cosa che ti diverte di più qual è? Puntare il difensore e metterlo con il sedere per terra?

“Sì, in quei momenti mi esalto. Saltare l’avversario e vincere è ciò a cui tengo di più. Dopo, viene il fare gol, perché chi gioca in attacco deve segnare”.

Nel dribblare gli avversari mi esalto. Saltare l’avversario e vincere è ciò a cui tengo di più. Il gol viene dopo. 

Francisco Conceiçao

Hanno scritto di te: il calcio di Conceiçao è quasi primordiale. In definitiva: quanto di istinto e quanto invece di ragione, di cervello, c’è nel tuo gioco?

“Il mio calcio è tanto istinto. Oggi si gioca in maniera molto veloce, non hai neanche così tanto tempo per pensare a quello che vai a fare. Dunque, nel momento in cui ho l’opportunità di provare qualcosa di diverso, la provo. Però sono consapevole che, per prendere la migliore decisione in campo, devo anche saper ragionare. Istinto e ragione devono sempre stare insieme”.

Papà ti disse di divertirti. Spalletti, invece, cosa ti chiede?

“Lo stesso: giocare come so fare, però sempre pensando al meglio per la squadra. Prima il collettivo e poi le individualità, dice. Io sono tranquillo, perché con le qualità che ho posso fare tante, tante cose, e non soltanto in attacco. Mi piace difendere, vincere un contrasto. Sono cose che mio padre mi ha insegnato quando ero bambino: rubare palla è come fare un dribbling o un gol, perché è proprio quel contrasto vinto che può darti la possibilità di segnare”.

E infatti, tra gli attaccanti della Juventus, sei il primo per tackle e contrasti vinti e palle recuperate: è la dimostrazione che non serve essere dei colossi per farsi rispettare.

“Sì. Penso che sia più che altro una questione di mentalità. Quando hai la mentalità vincente e ti senti il più forte, non c’è taglia che tenga”.

Essere allenato da tuo padre cosa ti ha dato, e cosa tolto? Per esempio, gli altri ti hanno mai fatto sentire un raccomandato? E, se sì, ne hai sofferto?

“Penso che stare alle dipendenze di mio padre mi abbia dato più di quello che mi ha tolto, perché è un grande allenatore e da lui ho imparato tanto. Mi ha fatto vedere in cosa dovevo migliorare e se oggi sono alla Juve è proprio grazie al fatto di essere stato allenato da lui. Però, sì, ho sofferto. È inevitabile, quando a 18 anni le persone che non ti vogliono bene dicono di te che giochi solo perché sei il figlio di Conceiçao. A quell’età è difficile che non ti importi ciò che ascolti, ma quelle parole mi hanno reso più forte mentalmente, mi hanno fatto maturare più velocemente. Mi hanno reso uomo”.

C’è stato un momento preciso in cui hai detto a te stesso: ‘Oggi sono Francisco e non più soltanto il figlio di Sergio’

“Sì, quando sono arrivato nella prima squadra del Porto e ho subito mostrato le mie doti. Ho dimostrato che giocavo perché meritavo, e non perché fossi il figlio dell’allenatore”.

Prima che nascesse l’ultimo dei tuoi fratelli, in casa eri il più piccolo di quattro figli. Eri anche il più coccolato?

“Sì, anche dai miei fratelli più grandi. Anche se a volte li ho fatti arrabbiare perché, giocando contro di loro, qualche volta il più piccolo vinceva”. 

Rispetto a Sergio, Rodrigo e Moises, pure calciatori, hai fatto una carriera migliore: questione di testa, di piedi, o solo di fortuna? 

“Nel calcio e nella vita hai sempre bisogno di un po’ di fortuna, ma testa e piedi contano più di tutto e nella stessa maniera: se un giocatore ha talento, ma non la testa focalizzata sulle cose più importanti, non riesce ad arrivare a un livello alto. Io ho provato a mettere insieme la qualità che Dio mi ha dato e la mentalità che mi ha trasmesso mio padre”. 

Che differenza c’è stata tra il Conceiçao padre e il Conceiçao allenatore? 

“Quando ho iniziato a lavorare con lui, abbiamo chiarito insieme che i due ruoli sarebbero stati diversi. Sono orgoglioso di mio padre, come genitore e come allenatore. Per me è un esempio da seguire nella vita privata e professionale”. 

Ma il genitore è più severo dell’allenatore o viceversa? 

“Lui è molto severo in casa come sul campo, forse sul campo di più… in casa un abbraccio ogni tanto te lo dà” (sorride). 

Il complimento e il cazziatone più grosso che ti ha fatto, da papà e da allenatore? 

“Prendo come un complimento tutte quelle volte che mi sorride o mi dice ‘Bravo, continua così’. Mi basta un suo sguardo per capire che è molto felice di quello che faccio. Quando ero più giovane e non mi comportavo ancora al cento per cento da professionista, era il primo a dirmi che dovevo fare meglio perché la carriera di un calciatore dura 15-20 anni e per arrivare al livello a cui potevo aspirare dovevo dare di più. Papà è anche molto esigente con il peso. Agli inizi, al Porto, non ci badavo tanto, ma tutti i giorni lui ci faceva salire sulla bilancia e bastava che superassi il mio peso forma di cento o duecento grammi, che lui mi dicesse: ‘Oggi mangi meno’”. 

Hai mai avuto l’impressione che con te fosse addirittura più duro che con gli altri tuoi compagni di squadra?

 “Sì. Ai suoi occhi io dovevo dare l’esempio. È stata una pressione forte, ma mi ha aiutato a crescere in fretta e a diventare un giocatore migliore”.

Sei cresciuto in una famiglia di calciatori: era destino che lo diventassi pure tu e avevi un piano B nel caso non avessi sfondato?

“Ah, non so cosa avrei fatto in alternativa… La scuola non è che mi piacesse tanto, ma ero un buon studente, perché in tutto quello che faccio voglio essere il migliore. Mio padre non mi ha forzato perché mi dedicassi al pallone, e lo stesso ha fatto coi miei fratelli: ‘Fate ciò che vi rende felici’, ci ha sempre detto”. 

Sei un esterno d’attacco in una Serie A dove sulle fasce spesso giocano terzini adattati. Ti senti l’esemplare di una specie in via di estinzione e pensi che nel calcio di 20-30 anni fa per te sarebbe stato meglio? 

“È così. Prima molti più giocatori avevano le mie caratteristiche, adesso ce ne sono pochi e in Italia ancora di meno. D’altra parte, questa situazione mi rende diverso dagli altri”. 

Idolo da bambino? 

“Mio padre”. 

Oggi chi è il più forte nel tuo ruolo? 

“Yamal, Olise, Raphinha: in questo momento per me sono loro i migliori”.

Se fossi stato alto un metro e ottanta per 75 chili di peso, saresti andato via in dribbling allo stesso modo? 

“No, ma grazie a Dio sono fatto così e sono proprio queste caratteristiche fisiche che mi hanno fatto arrivare fin qua”. 

A 19 anni ti paragonavano a Messi: era motivo di orgoglio o di pressione? 

“Era un orgoglio, anche se certi paragoni non mi sono mai piaciuti”. 

Difetto uno: Conceiçao deve imparare a tirare… 

“Non penso di tirare male, qualche volta dovrei essere un po’ più calmo, ragionare un po’ di più. Ma ho le qualità per fare tanti gol e li farò, sono sicuro”. 

Difetto due: Conceiçao dribbla da dio, ma ogni tanto dovrebbe passare la palla... 

“Non è che io non voglia fare un passaggio a un compagno perché mi diverto a dribblare. Penso soltanto che in quel momento sono più utile alla squadra se provo a saltare l’uomo. Gioco sempre per la squadra, mai per me stesso”.

Cosa fa il Portogallo al Mondiale?

“Io penso che vinciamo. Il Portogallo deve vincere. Siamo convinti di potercela fare. Abbiamo la qualità per farlo, tanto individualmente quanto come collettivo, però dobbiamo provare a noi stessi e agli altri che siamo forti, che siamo la squadra più in forma”. 

Il vostro punto di forza? 

“Il collettivo. Se il singolo è forte, il collettivo è ancora più forte. Abbiamo vinto l’ultima Nations League battendo Germania e Spagna: significa che siamo pronti per questo Mondiale. Per noi è un’opportunità unica”. 

Cosa può darvi ancora Cristiano Ronaldo? 

“Tanto. Indipendentemente dall’età fa sempre tanti gol, è un leader e ha ancora tanta fame, lo dimostra ogni giorno”. 

E a Rafa Leao, reduce da una stagione con più ombre che luci, cosa dirai per tirarlo su? 

“Un Mondiale azzera tutto, difficoltà comprese”. 

La tua serata ideale? 

“Stare a cena con la famiglia: genitori, fratelli, fidanzata”. 

Vivi in centro a Torino? 

“Sì. Mi piace tutto della città. È tranquilla, comoda, come posso dire, familiare come Oporto. Mi sento a casa pur vivendo lontano da casa”. 

Quale parola ti viene in mente per definire la Juventus?

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 “Fantastica. È un club fantastico che vuole tornare a vincere e io voglio vincere qua. È da troppi anni che non succede, quando ricapiterà sarà bellissimo. E io voglio esserci”.

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