Il doppio ex Mike D'Antoni: "Spurs-Knicks? Freschezza contro esperienza, io sono già gasato!"
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Il doppio ex Mike D'Antoni: "Spurs-Knicks? Freschezza contro esperienza, io sono già gasato!"

Mercoledì 3 giugno 2026
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Ha allenato New York e giocato a San Antonio: "Finale apertissima, la vincerà chi correrà di più"

Ha allenato New York e giocato a San Antonio: "Finale apertissima, la vincerà chi correrà di più"

Giusepe Nigro 3 giugno - 13:27 - MILANO

A New York ha allenato quattro stagioni, il secondo coach più longevo negli Anni Duemila. San Antonio è stata la sua ultima squadra Nba da giocatore, cinquant’anni fa, e ora vive nella vicina Austin, Texas, dove lavora il figlio Michael: "Non faccio molto, ma sono sempre impegnato", scherza Mike D’Antoni, splendido 75enne che si tiene in forma giocando a golf cinque volte a settimana. A Ferragosto vivrà l’apoteosi di una vita nel basket con l’introduzione tra i più grandi nella Hall of Fame di Springfield, due volte coach dell’anno Nba quando prima a Phoenix e poi a Houston ha cambiato il gioco. Lo ha fatto grande l’Italia, da giocatore prima ancora che da allenatore: ricordi che si sbloccano in un attimo digitando le password “schema L”, “1-3-1”, “Banda Bassotti”, “Torchietto”. "Manco dall’Italia da dieci anni forse, è l’ora di tornare", dice D’Antoni. "Cosa mi è rimasto? Il modo di mangiare! E la mentalità. Un impatto sulla mia vita che non è calcolabile. È parte della mia vita, voglio essere sempre uno di voi". Il nostro basket continua a seguirlo. "Ma non tantissimo, mi aggiorna James Laughlin, il gm di Napoli, un amico da quando lavorava a New Orleans. E leggo ogni cosa che scrive alla mattina Coach Peterson, ci sentiamo ogni tanto". E allora ci fa da Cicerone di questa finale Nba tra due realtà che conosce bene.

Com’era la San Antonio di D’Antoni? 

“A San Antonio ho giocato pochissimo: sei partite, l’unica cosa buona è stata che mi hanno tagliato e sono venuto in Italia. Da allenatore gli Spurs sono stati sempre un grande avversario e mi hanno dato un po’ di dispiaceri: in particolare coi miei Suns prima in finale di conference, a cui siamo arrivati senza Joe Johnson, e poi due anni dopo quando le squalifiche di Stoudemire e Diaw dopo un colpo di Horry su Nash in gara-4 ha girato la serie. Ma erano fortissimi”. 

Com’era la New York di D’Antoni? Son sembrati quattro anni di frullatore. 

“New York è una città e una realtà incredibile. Il Madison Square Garden lo rende un posto speciale, anche in una partita normale l’energia è alle stelle: io lì ho vissuto la stagione della Linsanity, e chissà come sarà per una finale Nba. Nei miei anni, facemmo due stagioni perdenti con l’obiettivo di poter inseguire poi le superstar che poi sono arrivate, abbiamo fatto i playoff, poi al quarto anno è finita prima”. 

Chi è favorito per la finale? 

“Chissà. Potrei dire sia San Antonio che New York, perché pur essendo molto diverse non si può dire chi gioca meglio o chi è più forte. Una è più esperta, l’altra più giovane e fresca. C’è Wembanyama, ma statisticamente il miglior difensore contro di lui è stato Anunoby dei Knicks. Poi New York ha già vinto la Nba Cup contro gli Spurs. Che però sono giovani e sono migliorati. Sono molto gasato, non vedo l’ora: si annuncia una grande finale”. 

Cosa deve cercare di fare New York? 

“Giocare in velocità. Ma vale per entrambe, perché entrambe a metà campo hanno una grande difesa. Dico che soprattutto New York deve essere veloce ad arrivare in attacco perché San Antonio in uno contro uno è molto difficile da battere, con grandi difensori. Un giocatore dei Knicks? Mi piace moltissimo Alvarado, porta grande energia”. 

Cosa deve cercare di fare San Antonio? 

“Gioca sempre meglio quando corre, ma deve evitare le palle perse che contro Oklahoma City a volte sono state troppe. E poi devono resistere sul piano nervoso alla pressione di essere per la prima volta in finale e restare calmi. Ma hanno grande spirito, e così i Knicks: si vede che sono due squadre molto unite”. 

Hai rivoluzionato la Nba prima a Phoenix con Nash e poi a Houston con Harden. Anche Wembanyama sembra una bella rivoluzione. 

“La pallacanestro è sempre cambiata e sempre cambierà perché, anche se a tutti piace pensare che ai nostri tempi era meglio, oggi i giocatori sono molto più forti di prima, fanno cose incredibili. E quando escono questi talenti capaci di fare qualcosa di nuovo, anche gli allenatori cominciano a fare cose nuove. Se giochi come gli altri non vinci, se inventi qualcosa puoi provarci: come quando noi a Milano stavamo giocando in maniera normale, poi abbiamo cambiato per sfruttare al massimo il potenziale dei giocatori. Lo studio delle cifre è sempre di grande aiuto ma non decidono tutto: ci sono relazioni tra i giocatori, cultura e mille altre variabili a cui deve pensare l’allenatore”. 

Lo dice un allenatore che sta per essere introdotto nella Hall of Fame: che effetto fa sapere di entrare tra i più grandi della storia del gioco? 

“Sono molto onorato. La prima cosa che ho pensato è quante persone mi hanno aiutato a essere oggi in questa posizione. Mille anche in Italia: in 17 anni a Milano e quattro a Treviso ognuno mi ha aiutato a essere qui: mi sento molto in debito e grato, non posso ripagare nessuno, ma sono stato molto fortunato”. 

Quanta Italia ci sarà alla cerimonia? 

“Sicuramente nei pensieri. L’Italia è il primo motivo per cui potrò essere lì, senza l’Italia non sarebbe successo niente: senza Olimpia e Benetton non ne parleremmo neanche, che… “fortuna” essere tagliato da San Antonio. E poi in persona ci sarà Bob McAdoo che mi ricorda quei tempi, se fossimo stati in Italia ci sarebbero stati tanti altri. Impossibile citare tutte le persone importanti: Peterson, Gabetti, Gilberto Benetton, Gherardini, Cappellari e potrei andare avanti all’infinito, poi tutti i compagni di squadra da Dino Meneghin in poi, e tutti i giocatori, uomini incredibili”. 

Conosce bene l’Europa, benissimo la Nba. Che ne pensa dello sbarco di Nba Europe? 

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“Senza sapere niente, penso che se la Nba vuole qualcosa poi lo fa. Ma spero che lo faccia bene, che l’Italia e l’Europa non perdano quello che hanno: per aver giocato e allenato lì penso che non ci sia un posto migliore per fare questo lavoro, e spero che resti così. Quando c’è un cambio, il rischio c’è sempre. Un accordo con Eurolega? Non conosco bene la situazione e non ho un’opinione valida, ma spero che lavorino insieme: vista da fuori sembra la cosa giusta”.

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