Wemby guida i baby Spurs: così San Antonio sogna il titolo e una nuova dinastia
Stanotte al via le Finals contro i Knicks: i texani guidati dal gigante francese sono la seconda squadra più giovane di sempre a giocarsi l'anello
Stanotte al via le Finals contro i Knicks: i texani guidati dal gigante francese sono la seconda squadra più giovane di sempre a giocarsi l'anello
Riccardo Pratesi Collaboratore 3 giugno - 15:30 - MILANOSono giovani, eppure già grandi. Di statura e per rango. A una serie playoff dal vincere il titolo Nba. Affrontano le Finals 2026 da favoriti - stanotte dalle 2.30 ora italiana Gara 1 contro New York - nonostante l’anagrafe. I San Antonio Spurs sono un gruppo di ragazzini divertenti e divertiti che hanno fretta di vincere. In anticipo sui programmi, forse. Ma non ditelo a loro, non vogliono sentire ragioni.
VIDEO: Nba Playoff highlights: Wemby segna da metà campo, San Antonio domina OkcLA MEGLIO GIOVENTÙ
—Il capoclasse è Victor Wembanyama. Segni particolari: è alto 224 centimetri, un gigante anche per valore assoluto, nonché difensore dell’anno Nba. A 22 anni è già dominante, nonostante sia ai primi playoff. “Il miglior giocatore del mondo”, così lo definisce Stephon Castle, la sua prima sponda, il secondo miglior giocatore dei texani. La guardia campione universitario per Uconn di anni ne ha 21. Il francese è stato matricola Nba dell’anno due stagioni fa, l’americano 12 mesi fa. E a Dylan Harper, il figlio d’arte - il padre aveva vinto l’anello coi Chicago Bulls di Jordan e poi con i Los Angeles Lakers di Bryant - è mancato solo il ruolo da titolare per contendere a Cooper Flagg il premio di matricola dell’anno 2026. Lui ha 20 anni, eppure già il terzo talento dei suoi, per qualità. Entra e “sposta” gli equilibri di una serie playoff. Gli Spurs sono la seconda squadra più giovane di sempre a giocare le Finals, dietro solo ai Portland Trail Blazers di Bill Walton del 1977, che l’anello poi lo vinsero, allora. I primi 9 giocatori di rotazione - ovverosia quelli che giocano - Wemby, Castle, Harper, il 24enne Julian Champagnie, il 25enne Devin Vassell, il 28enne De’Aaron Fox, insieme a Carter Bryant (20 anni), Keldon Johnson (26 anni) e Luke Kornet (30 anni) sfoggiano un’età media circa 25 anni, addirittura. Mai visto niente di simile in epoca recente. Un tempo si diceva che ai playoff l’esperienza faceva la differenza. Ma si diceva pure che ai playoff non si poteva vincere tirando da fuori sistematicamente, ma poi è arrivato Steph Curry…Ora è Wembanyama a cambiare le carte in tavola. Gli Spurs sono piccoli, ma già grandi. Forse già grandissimi. Spetterà ai New York Knicks dimostrare il contrario. Ma non sarà facile per Brunson e compagni: basta chiedere a Timberwolves e Thunder, i campioni uscenti, che ci sono già passati…
GULLIVER WEMBANYAMA
—Il centro francese pare Gulliver tra i lillipuziani. Troppo più alto per non fare quel che gli pare. In 17 partite di playoff i numeri parlano chiaro: 23.2 punti di media tirando col 51% dal campo, il 37% da 3 e l’87% dalla lunetta, con 10.8 rimbalzi e 3.5 stoppate di contorno. Dominante. Gli Spurs giocano col portiere sotto il canestro: respinge quasi tutto e quando non lo fa comunque altera i tiri avversari, è il divieto d’accesso nell’area dei texani. Grande agonista, non soltanto “scherzo della natura” per come abbina doti d’agilità impensabili per quei centimetri alla tecnica da esterno. Wemby vuole, fortissimamente vuole, vincere. Ha la mentalità europea: belle le statistiche individuali, belli i record, per carità. Ma conta vincere. Lo scopo del gioco, il sale dello sport. Così diventa spauracchio, oltre che fenomeno.
CASTLE E HARPER
—Ma non ci cascate. Non fate l’errore di pensare che San Antonio sia solo quello spilungone francese. No, proprio no. I neroargento hanno tanto talento. Castle è atleta clamoroso, un cingolato quando attacca il canestro, con un motore da pubblicità delle pile. Inesauribile, non si ferma mai. Un guerriero che non va sotto contro nessuno. Gamer, dicono in America. Giocatore che non trema sotto pressione, si nutre dell’adrenalina delle partite decise in volata. Al college giocava guardia. Difendeva forte e faceva il suo da realizzatore di complemento. Agli Spurs è diventato un regista. Passa la palla volentieri, specie a quello alto alto e lungo lungo, è intelligente, ha buoni istinti di gioco, letture di qualità. Ogni tanto si fa prendere dalla concitazione, la spia della giovane età, e pasticcia perché esagera. C’è da migliorare il trattamento di palla, ancora, ma averne di talenti così. Coach Johnson, 39 anni, giovane per il ruolo quanto i suoi ragazzi, lo dice esplicitamente: “Per trovare un esterno capace di fare la differenza quanto lui sui due lati del campo tocca scomodare paragoni impegnativi, si entra in un territorio riservato a pochi, a nomi che non vogliamo fare. Aria rarefatta”. Harper s’è trovato davanti Fox e Castle e si è dovuto accontentare del ruolo di primo cambio dalla panchina, ma nelle serie con Minnesota e Oklahoma City ha comunque fatto la differenza. Impressionando per personalità, trattamento di palla, lucidità sotto pressione, capacità di attaccare il ferro. Pare andare in discesa quando si avvicina al canestro avversario. Come Castle deve migliorare nel tiro da fuori, ma si è vista solo la punta dell’iceberg del suo talento sinora. Pensiero stupendo per chi tifa per la squadra della città dell’Alamo.
PROPOSITI DI DINASTIA
—Gli Spurs hanno sfoggiato una dinastia epocale con Tim Duncan da bussola e Manu Ginobili e Tony Parker suoi primi complici: hanno vinto cinque titoli. Ma i tempi sono cambiati. Sono otto anni ormai che ogni stagione vince una franchigia differente. Saranno i giovani Spurs a invertire la tendenza? Piano. Intanto facciamoli cominciare a vincere, vediamo se saranno già capaci di farlo. Un titolo alla volta. Ma la tentazione di parlare di dinastia in costruzione è forte. Perché l’era Wembanyama pare già cominciata, in anticipo rispetto a quanto immaginato. Se il francese, con quel fisico filiforme, peculiare, resta sano, saranno guai per tutti. Per parecchio tempo. Intanto Harper gioca, chiama Fox “zio”. Non sente la pressione, gli Spurs paiono spensierati, la forza dell’irriverenza compagna del viaggio playoff. Fox non se la prende. Ride. “Sono zio per davvero, ma mica perché sono vecchio”. No, a 28 anni proprio no. Neppure come giocatore. Eppure agli Spurs è canzonato da quei ragazzoni sfacciati che lo attorniano. Wemby riporta tutti “sul pezzo”: “Non abbiamo ancora finito il lavoro”. I giovani Spurs ridono e scherzano, ma fanno paura.
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