Borja Valero: "Al Real era come a X Factor, avevo l'ansia. Con Conte mi ha aiutato la terapia"
La Gazzetta dello Sport

Borja Valero: "Al Real era come a X Factor, avevo l'ansia. Con Conte mi ha aiutato la terapia"

Giovedì 4 giugno 2026
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L’ex centrocampista di Fiorentina e Inter si racconta: "A fine stagione a Madrid c’era una selezione durissima. Ho chiuso in Promozione per ritrovare il calcio senza stress"

L’ex centrocampista di Fiorentina e Inter si racconta: "A fine stagione a Madrid c’era una selezione durissima. Ho chiuso in Promozione per ritrovare il calcio senza stress"

Fabiana Della Valle Giornalista 4 giugno 2026 (modifica alle 09:36) - MILANO English version

Dalla periferia di Madrid a Firenze, dove è diventato “sindaco” per acclamazione della gente. Dalla cantera del Real al Centro Storico Lebowski, la squadra di Promozione dove ha chiuso la carriera. Borja Valero, ex centrocampista intelligente e dai piedi dolci, è cresciuto col pallone come unico compagno di giochi e i racconti di nonno Paulino, combattente per la Repubblica in epoca franchista, catturato e torturato. "Abitavo fuori da tutto, non avevo vicini della mia età e passavo il tempo correndo dietro al pallone. A 6 anni il maestro di educazione fisica chiamò mia madre e le disse: “Suo figlio ha talento”. Così mi portarono alla scuola calcio di mio zio, la Torrejon Athletic". 

A 11 anni il grande salto: come arrivò nelle giovanili del Real? 

"Mi notò un tecnico quando giocammo contro di loro. Con la nascita di mia sorella mia madre non poteva più farsi 40 km per accompagnarmi, così mi spostarono in una scuola calcio più vicina. All’inizio m’allenavo col Real solo una volta a settimana, poi mi presero e nel 2006 esordii in prima squadra. Per me era un sogno. I miei genitori lavoravano nel ristorante di mio zio, dove venivano spesso i giocatori. Ricordo Hugo Sanchez, spettacolare in campo e carismatico dal vivo. A 4 anni mio padre mi portò al Bernabeu: rimasi a bocca aperta". 

È vero che la selezione è spietata e ci si sente come a X Factor? 

"All’inizio la vivi con spensieratezza, poi subentrano ansia e stress. Ogni anno a fine stagione c’era la riunione in cui ti dicevano se ti confermavano o no. Ho visto tanti miei amici andare via, tristi e con i sogni in frantumi. Io ho capito di avercela fatta quando mi sono ritrovato nello spogliatoio con Zidane, Guti e altri campioni che avevo visto solo alla Playstayion. Zizou l’ho vissuto poco, è alla mano e di poche parole. Guti arrivava dalla cantera e capiva i giovani, ho un grande ricordo di Raul ma quello che interagiva di più con noi era Van Nistelrooy. Mi resta il dispiacere di non aver esordito al Bernabeu, dove ho avuto la fortuna di giocare solo con la squadra B, e la soddisfazione di aver segnato un gran gol da ex quando ero al Maiorca". 

Guti è stato il suo modello? 

"Come riferimento in campo sì, stessa posizione, stesso percorso. Però il mio idolo è stato Redondo, mi faceva impazzire come stava in campo". 

Nel 2004 segnò la rete decisiva nella finale dell’Europeo Under 19, però con la nazionale maggiore solo una presenza. Troppa concorrenza? 

"Credo che in qualsiasi altra nazionale avrei giocato di più ma in Spagna il livello era altissimo, abbiamo vissuto un periodo incredibile. L’Italia mi chiamò prima del Mondiale in Brasile ma non c’erano i presupposti giuridici per naturalizzarmi. Sarebbe stata una tentazione forte, ma credo che avrei comunque scelto la Spagna: in nazionale va chi merita". 

Al Villarreal ha vissuto la retrocessione e uno dei momenti più difficili dal punto di vista personale. 

"È stata una batosta incredibile, giocavamo la Champions ed eravamo partiti con altre ambizioni, non ce l’aspettavamo. A questo s’è aggiunta la malattia di mia madre. Sono andato in crisi e ne sono uscito con l’aiuto di professionisti. Lì ho cambiato il modo di vedere la vita: le botte forti ti svegliano". 

A Firenze sbarcò nel 2012, ma non fu un colpo di fulmine: chi la convinse? 

"Eduardo Macia, il dt spagnolo che lavorava con Pradé. Venivo da due anni molto buoni a livello personale e non volevo lasciare il Villarreal. Avevo un’offerta dal Fenerbahçe che faceva la Champions e puntava allo scudetto, la Fiorentina invece lottava per la salvezza. Mi convinse il progetto e quella scelta mi ha cambiato la vita. Il 4-2 sulla Juventus resta un momento indimenticabile. A Sassuolo un tifoso mise uno striscione con la mia faccia e la fascia tricolore: così sono diventato “sindaco”. Chi viene eletto sa che deve condividere la carica con me. In tanti mi chiedono di candidarmi... Per la Fiorentina ho detto no alla Cina, ma non giudico nessuno. In Inghilterra da giovane andai per soldi e non mi vergogno a dirlo". 

Come convinse Conte, che all’Inter non la voleva? 

"Mi ha aiutato la terapia. Prima ero insicuro, negativo e non credevo in me. Il mister mi invitò a trovarmi squadra, io risposi che gli avrei fatto cambiare idea. Tempo dopo mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: “Ti stai allenando bene, arriverà la tua occasione”. Così è stato. Antonio ha un’ossessione maniacale per la vittoria ma non guarda in faccia a nessuno, decide solo in base alla meritocrazia. Tra i tecnici più importanti della mia carriera metto pure Montella, che mi ha permesso di esprimermi come volevo, Paulo Sousa, allenatore diverso come idee, e Spalletti che mi ha sorpreso in positivo". 

Nainggolan il compagno più casinista che ha avuto? 

"No, solo uno dei tanti. Radja sapeva vivere e divertirsi ed è stato un giocatore fantastico: è unico, se fosse stato diverso non sarebbe stato così forte. E in campo era un gran professionista". 

Gli ultimi anni in Promozione hanno chiuso il cerchio? 

"In un certo senso sì. Sono cresciuto in una famiglia che faticava ad arrivare a fine mese, ho detto sì al Lebowski perché mi piaceva l’idea di calcio popolare, ho dato loro visibilità e mi sono divertito. Sono tornato al calcio senza pressioni come quando ero bambino. Ora mi godo i miei figli, Alvaro di 16 anni, centrocampista come me, e Lucia di 12, e faccio sport: palestra, padel e golf, che già quando giocavo mi aiutava a liberare la mente". 

Sua moglie Rocio, giornalista sportiva, quando giocava le faceva le pagelle? 

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"No perché le ho sempre odiate, ma quando tornavo dalle partite lei parlava di calcio e io a volte le dicevo “basta, ho bisogno di staccare...”. Rocio ha sempre vissuto di pallone, giocava ed è grande tifosa del Real. Lavorava ad As, ha smesso per me, per evitare il conflitto d’interessi. Ha lasciato il suo sogno per il mio, ora ha ricominciato a Firenze, si toglie le sue soddisfazioni e io sono molto orgoglioso".

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