Fioravanti: "L'Europa dovrebbe darsi una svegliata. Il titolo? Difficile, ma io ci credo"
La Gazzetta dello Sport

Fioravanti: "L'Europa dovrebbe darsi una svegliata. Il titolo? Difficile, ma io ci credo"

Venerdì 19 giugno 2026
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Ritratto del campione azzurro, oggi al terzo posto nella classifica mondiale di surf. "Dobbiamo arrivare ai vertici". E sul prossimo talento azzurro non ha dubbi: "Rocco Rigliaco e Ale Dotti fanno cose eccezionali: farò sempre il tifo per loro"

Ritratto del campione azzurro, oggi al terzo posto nella classifica mondiale di surf. "Dobbiamo arrivare ai vertici". E sul prossimo talento azzurro non ha dubbi: "Rocco Rigliaco e Ale Dotti fanno cose eccezionali: farò sempre il tifo per loro"

Antonio Muglia 19 giugno - 12:09 - MILANO Leonardo Fioravanti festeggia la vittoria in El Salvador. Ph. Aaron Hughes/World Surf League

Leonardo Fioravanti è lassù, sulla cresta dell’onda, in tutti i sensi: è terzo nella classifica generale, stretto da una pattuglia di carioca, i componenti attualmente più in forma della brazilian storm, cioè la striscia di vittorie giallo-oro che va avanti ormai da un decennio (e che ha sconvolto il surf mondiale, relegando le nazioni come USA e Australia a ruoli spesso secondari). Manca ancora molto alla fine della stagione, ma se c’è una cosa che ha insegnato la storia di Leo – 28 anni, nato a Roma, primi passi sulle onde italiane del litorale laziale – è che a volte i sogni si avverano. Ma allora, anche se mancano ancora sette tappe alla fine, perché non continuare a sognare?

puntare in alto

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Lì davanti c’è un traguardo più grande, la vittoria del mondiale. “Io ci credo e farò di tutto per darmi questa possibilità”, dice Leo, pur consapevole delle difficoltà: “Devi averi i punti per giocartela a fine stagione, prima dell’ultima tappa, ma so quanto è complicato il mondo del surf e quante cose possono succedere, sia in positivo, sia in negativo”. Eppure, appunto, l’azzurro, che ha appena vinto la sua prima tappa della World surf league in El Salvador, è una specie di gladiatore gentile. Un lottatore dai modi educati, anche se perde sorride e, soprattutto, non si arrende. Migliora, davanti alle difficoltà. È successo dopo i tanti infortuni, tra cui quello gravissimo alle vertebre nel 2015, a Pipeline, Hawaii, e poi ancora dopo le stagioni altalenanti e il passaggio dai Challanger per la riqualificazione pochi anni fa; e anche dopo un’Olimpiade (quella di Parigi) in cui credeva ma che è finita troppo presto, e che in fondo l’ha aiutato a crescere. E oggi è lì davanti, e il merito non è solo della vittoria ma dall’inizio di stagione rampante – e di tutto ciò che c’è dietro. Quindi è lecito provarci. 

dall'italia all'oceano

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C’è qualcosa di magico in tutto questo e probabilmente l’Italia, che ha avuto un piccolo boom del surf solo nell’ultimo decennio, fatica ancora a comprenderlo appieno. Fioravanti è certamente ormai un cittadino del mondo, ma quando è sbarcato sulla terra – quasi fosse un piccolo alieno – i surfisti italiani hanno iniziato a guardarlo con speranza. Era la fine degli anni 2000, e un bambino faceva faville sulle nostre coste, accompagnato dal fratello Matteo, da tutta la famiglia a partire dalla madre Serena, supportato da una scena che era ancora molto ridotta. Chi è quello in mare che va così forte sulla tavola? Si domandavano gli atleti, da nord a sud. Il suo nome è andato presto sulla bocca di tutti, visto che nelle gare organizzate all’epoca, un Leo di neanche dieci anni si faceva notare, eccome. Flashback all’ottobre 2008, non ha ancora compiuto dieci anni: partecipa al campionato italiano organizzato a Levanto, in Liguria, il mare cresce a dismisura in serata, arriva a oltre tre metri, forse quattro, un mix di potenza e imprevedibilità che solo il Mediterraneo sa esprimere in così breve tempo, e nel quale oltre il cinquanta per cento dei presenti si guarderebbe bene dall’entrare, Leo è in acqua. Poco più avanti, nel 2009, è in Australia, insieme a Ramzi Boukhiam, ad allenarsi sotto l’occhio di Steve Bell e tutto il team Quiksilver, che all’epoca era un’incredibile cantera di talenti. L’Italia lo guardava con la speranza di riscatto, poiché il resto del mondo guardava all’Italia come una nazione con onde piccole e scarse, e con una scena considerata primitiva. E il resto del mondo era l’America, l’Australia, l’Europa con la Francia in primis: qualsiasi surfista italiano che ha pellegrinato in giro per il mondo – soprattutto anni addietro – non può non aver percepito quanto meno lo stupore negli occhi dei compagni di onde stranieri al sapere che sì, anche in Italia c’erano onde, e che sì, anche l’Italia aveva dei surfisti. Ma talvolta lo stupore si trasformava anche in spocchia. In questa prospettiva, la vittoria di Fioravanti diventa ancora più unica: è il primo italiano, ma è anche tra i pochissimi europei ad aver raggiunto questo traguardo. Prima di lui, certamente l’inglese Martin Potter, che vinse anche il mondiale nel 1989, e poi atleti col passaporto francese come Jeremy Flores e Michel Bourez, però nati e cresciuti nei territori d’oltremare. “Non ho mai pensato a queste differenze – suggerisce Leo – la loro carriera è stata incredibile. Certamente il livello europeo è alto, ma non abbastanza alto. Ci dovremmo dare una svegliata, come con il calcio, e non dobbiamo arrivare soltanto a far parte di quel mondo, ma dobbiamo arrivare al top di quel mondo”.

Leonardo Fioravanti alla gara in El Salvador. Ph. WSL/Aaron Hughes

il dominio brasiliano

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Restano comunque questi dati principali, cioè il terzo posto in classifica e una vittoria pesante. E poi chissà anche altro, magari è una suggestione, ma anche per il Brasile, con i dovuti distinguo, è andata un po’ come a noi. Per lungo tempo il paese sudamericano ha avuto uno o due atleti nel tour: erano guardati con sospetto, quasi derisi. Il gotha, l’aristocrazia delle onde, era americana, hawaiana (nel surf le Islands gareggiano con la loro bandiera), australiana e in misura minore sudafricana, e i brasiliani erano invece gli atleti un po’ sfortunati, spesso con pochi soldi, che si affacciavano nel primo mondo e lottavano spesso nelle retrovie. Fabio Gouveia, Teco e Flavio Padaratz erano i nomi in voga allora: alcuni raggiunsero comunque ottimi risultati, ma mai veramente i vertici. La strada che si aprirono con fatica fu però propizia anni dopo, a partire dal 2015 quando Adriano De Souza fu il primo brasiliano a vincere il tour, e in quell’anno non solo quello, ma anche il Pipe Masters, la gara conclusiva, battendo tra l’altro Gabriel Medina e spingendo alcuni giornali specialistici a scrivere che “aveva scioccato il mondo”. Da allora a oggi, sette titoli sono brasiliani, solo tre delle Hawaii, precisamente di Jon Jon Florence (che ha pensato bene di prendersi un lungo periodo sabbatico).

Fioravanti sventola il tricolore a un evento internazionale ISA. Ph. Jimenez/ISA

ONDE CAPRICCIOSE

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Il Brasile si affaccia sull’Atlantico e ha 7.500 chilometri di costa, ma – facendo alcune eccezioni – non è la nazione con le onde più belle, se si ascolta il sentir comune. È vero che ha frangenti incredibili e molta varietà, ma i suoi atleti si arrabattano spesso su onde piccole, sporche, capricciose: un po’ simili al Mediterraneo. Nelle loro coste non c’era il blasone, ma c’è sempre stata invece tanta fame di vittorie. È anche per questo che sono così forti nelle manovre aeree, in grado di trasformare un fattore critico in una risorsa: funamboli capaci di roteare in aria e atterrare perfettamente, come dei ginnasti, ma con la tavola. Ovviamente contano anche i numeri e in una nazione con oltre 220 milioni di abitanti, fanno la differenza. Ma qui torniamo a Leo. “È una questione di mindset, e il fatto di essere cresciuto nel Mediterraneo e aver surfato queste onde da quando sono piccolo, anche se ormai sono un cittadino del mondo, mi ha aiutato. Ho sempre una mentalità molto più positiva, sono sempre super entusiasta di surfare ed entrare in acqua, con vento e senza vento, e con le onde brutte”. Allora si può guardare davvero oltre, gettare il cuore oltre l’ostacolo? “Non mi pongo limiti”, ha detto l’azzurro, spiegando quanto stia lavorando ad alzare la sua asticella personale. Nel suo lavoro non ci sono molti segreti, c’è tanta fatica, la palestra, il mental coach, la meditazione, ma forse a guardar bene un segreto c’è, ed è racchiuso nella parola stabilità, data dagli affetti, dalla moglie Sophia sposata a giugno, da tutta la famiglia, dal calore della nonna Anna che ha salutato appena ha vinto. “Questo conta molto per me, e se mi avessero chiesto da piccolo quale sarebbe stato il giorno più bello della mia vita, avrei detto certamente vincere una gara; oggi che ho fatto tutte e due, dico che è stato il mio matrimonio, con Sophia e tutti i miei affetti vicino”.

il futuro italiano

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Ovviamente, immaginare una Mediterranean storm che emuli quella brasiliana è sostanzialmente un’utopia. Ma se c’è qualcosa a cui ci abitua il mondo dello sport, è che non ci deve essere freno alla fantasia. “L’Italia, anche con il supporto della Fissw e del Coni, sta creando una nuova generazione di surfisti, e sono sicuro che i miei traguardi possano dare una motivazione in più a questi ragazzi. Io so che ci sarò alle Olimpiadi di Los Angeles e anche Brisbane come minimo, ma voglio vedere altri italiani in questo mondo, e magari succederà come nel tennis”, conclude Fioravanti. E di azzurrini in giro per il mondo ce ne sono diversi, solo per restare nello shortboard due giovani come Rocco Rigliaco e Alessandro Dotti, di 13 e 10 anni: “Entrambi sono fortissimi, Ale è un talento incredibile, Rocco è un matto e si butta dentro onde e tubi allucinanti”, dice Leo. E aggiunge: “Io sarò lì per fare il tifo per loro dall’inizio alla fine della loro carriera”.

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