Francesca Brienza: "Il mio Mondiale tra amore, workout e... un pizzico di scaramanzia"
La Gazzetta dello Sport

Francesca Brienza: "Il mio Mondiale tra amore, workout e... un pizzico di scaramanzia"

Venerdì 19 giugno 2026
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La giornalista, moglie del ct del Belgio Rudi Garcia, ci racconta i suoi primi giorni negli States

La giornalista, moglie del ct del Belgio Rudi Garcia, ci racconta i suoi primi giorni negli States

Sabrina Commis 19 giugno - 14:00 - MILANO

Da Seattle a Los Angeles, con il cuore diviso tra la tribuna stampa e la panchina del Belgio. Francesca Brienza,giornalista sportiva e moglie dell’allenatore della nazionale belgaRudi Garcia, vive un Mondiale unico, dove la professionalità si intreccia con l’emozione più profonda. In questa intervista ci racconta il viaggio, le sfide quotidiane, lo sguardo da dentro sul torneo e cosa significa seguire il proprio uomo in una delle competizioni più belle e difficili del mondo. Pragmatismo belga, equilibri familiari e la consapevolezza che nel calcio, a volte, talento e fortuna non bastano.  

Francesca, al Mondiale, com’è stato il viaggio? 

“È andato bene. Viaggiare per seguire il Mondiale è una delle parti più belle del mio lavoro: ogni aeroporto, ogni spostamento, ogni incontro ti racconta già qualcosa del torneo. Certo, qualche ora di volo si fa sentire, ma l’adrenalina dell’evento cancella rapidamente la fatica”. 

E il suo ingresso in America? Ha avuto difficoltà come è capitato a molti? 

“Ho fatto una lunga coda per il controllo del passaporto all’arrivo negli Stati Uniti, ma per il resto tutto bene. Avevo letto di controlli particolarmente rigidi e di qualche inconveniente per alcuni viaggiatori, ma nel mio caso tutto si è svolto in maniera regolare”. 

Com’è la sua sistemazione sulla costa ovest? 

“Molto piacevole. Non ero mai stata a Seattle e devo dire che mi ha colpito positivamente: l’ho trovata una città dai molti spunti culturali. Dal punto di vista dell’atmosfera mondiale, mi aspettavo forse di vedere ancora più tifosi per le strade e nelle zone centrali. Però è anche normale che l’impatto sia diverso rispetto ad altre edizioni: questo è un Mondiale distribuito su tre Paesi e su distanze enormi, la presenza dei tifosi risulta più dispersa. Nonostante questo, si percepisce comunque che si sta vivendo un evento speciale”. 

Lei è una grande sportiva, si allena con regolarità, è attenta all’alimentazione: come ha organizzato la sua dieta e i suoi workout in America, paese degli hamburger e del cibo ad alto contenuto di grassi? 

“Grande sportiva forse è un po’ troppo, non faccio mai abbastanza, ma non trascuro il mio benessere fisico. Gli stereotipi sugli Stati Uniti sono in parte veri, ma oggi qui trovi anche tantissime opzioni salutari. In linea di massima cerco dimantenere le mie abitudini scegliendo alimenti semplici, ricchi di proteine e verdure, concedendomi pochi sgarri: fanno comunque bene anche quelli ogni tanto. Per quanto riguarda gli allenamenti, mi organizzo tra palestra e lunghe passeggiate, adattandomi agli spostamenti. Quando si segue un evento così intenso, mantenere una routine aiuta anche a gestire al meglio le energie”. 

A Los Angeles farà un salto a Venice Beach, tempio del fitness e del body building? 

“Vedremo: me ne hanno parlato in molti, Venice Beach è quasi un luogo simbolico per chi ama lo sport ma dipenderà dal tempo a disposizione. Da sportiva e da giornalista sono curiosa di respirarne l’atmosfera, ma non essendo mai stata nemmeno a Los Angeles, prima ho voglia anche di scoprire i suoi famosi punti di forza” 

Francesca, lei è in America come giornalista sportiva o come tifosa? 

“Quest’anno per me il Mondiale ha un sapore diverso. Sono qui anche per una ragione personale molto importante, perché sulla panchina del Belgio c’è mio marito. È una situazione che mi coinvolge emotivamente più di qualsiasi altro evento che abbia seguito in passato. Detto questo, il lavoro resta parte integrante dell'esperienza. Anche se il motivo principale è personale, finisco naturalmente per viverlo anche da giornalista:osservo, raccolgo storie, realizzo reportage e rilascio interviste come questa. Credo sia impossibile per chi fa il mio mestiere spegnere completamente quello sguardo professionale. Diciamo chesto vivendo il Mondiale da una prospettiva privilegiata e unica, in cui si intrecciano emozioni personali e passione per il racconto sportivo”. 

Nella prima partita contro l’Egitto come ha visto il Belgio? Se può rispondere da giornalista. 

“Ho visto una squadra pragmatica. Non ancora brillante sotto tutti gli aspetti, ma molto matura nella gestione dei momenti della partita. In queste competizioni spesso conta più l’equilibrio che lo spettacolo e il Belgio ha dato l’impressione di sapere reagire. Poi c’è stato l’autogol provocato da Lukaku, che secondo me merita una riflessione che va oltre l’aspetto tecnico. Se fosse arrivato in un altro momento della partita probabilmente non avrebbe avuto lo stesso impatto. Invece è arrivato in quella situazione precisa, in quel minuto, con tutto il carico emotivo che il match si portava dietro, e per questo ha assunto un significato quasi romantico. È uno di quegli episodi che ricordano perché il calcio sia anche una grande storia da raccontare: a volte non conta solo il gol in sé, ma il momento in cui arriva. Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi fa amare la narrazione sportiva”. 

Cosa si aspetta dalla partita di domenica contro l’Iran, complicata anche dalle note questioni politiche? 

“Da amante dello sport, spero soprattutto di assistere a una partita intensa e ricca di emozioni, una di quelle che rendono speciale un Mondiale”. 

Lei è tifosa romanista dichiarata: quale giocatore di questo inizio Mondiale vorrebbe portare alla Roma? 

“Probabilmente un giocatore di esperienza con l’animo da leader sia dentro che fuori dal campo”.

Questa probabilmente è l’ultima grande occasione mondiale, The Last Dance, per la Golden Generation del Belgio, i vari Lukaku, De Bruyne, Courtois, Trossard e altri. Hanno segnato un’epoca, ma non hanno ancora vinto un trofeo con la nazionale. Come se lo spiega? 

“È una delle grandi contraddizioni del calcio. Questa generazione belga ha avuto talento, continuità e campioni in ogni reparto, ma vincere un torneo internazionale richiede qualcosa che va oltre la qualità: servono episodi favorevoli, tempismo e anche una certa dose di fortuna. Non sarebbe nemmeno un caso isolato. Penso, ad esempio, ai Paesi Bassi di Sneijder, Robben e Van Persie,una nazionale straordinaria che ha sfiorato il successo più volte senza riuscire a conquistare un titolo mondiale. Oppure al Portogallo prima dell’Europeo del 2016,che per anni ha avuto grandi campioni senza riuscire a trasformare quel talento in una vittoria. Credo che il Belgio vada ricordato comunque come una delle nazionali più forti della sua epoca. Certo, un trofeo cambierebbe la percezione esterna, ma il valore di questa generazione non può essere misurato soltanto da quello che c’è scritto nell’albo d’oro”. 

Il Belgio come ha regolamentato i contatti con i familiari? La Germania per esempio è open per mogli, fidanzate e figli.

“Come è emerso, il Belgio ha scelto una linea equilibrata: apertura ai contatti con i familiari ma con regole precise e momenti programmati. Personalmente ho sempre pensato che, soprattutto in competizioni lunghe e intense come un Mondiale, sia molto importante per gli atleti poter contare anche sull’affetto e sulla vicinanza della propria famiglia. Avere accanto le persone più care può aiutare a gestire pressione, aspettative e momenti difficili. Per questo credo che un’organizzazione equilibrata sia la soluzione migliore: mantenere il giusto focus sul lavoro senza rinunciare a un sostegno umano che può fare la differenza”. 

Qual è la sua favorita per la vittoria finale in questo Mondiale? 

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“Per una volta la giornalista lascia spazio alla scaramanzia: niente pronostici, almeno fino alla fine del Mondiale”.

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