Okocha, tecnica sublime e vanità infinita: la parabola di un talento incompiuto
La Gazzetta dello Sport

Okocha, tecnica sublime e vanità infinita: la parabola di un talento incompiuto

Venerdì 19 giugno 2026
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Funambolo del pallone ma innamorato di sé stesso: la carriera del nigeriano tra magie, trofei mancati e problemi con il fisco

Ve lo ricordate Jay Jay Okocha? Quelli che hanno i capelli ormai ingrigiti dal tempo che fugge, o che non li hanno per nulla, non si sono dimenticati facilmente la sua immagine e le sue evoluzioni con il pallone incollato ai piedi neanche fosse il re dei circensi. Era il Mondiale del 1994, quello negli Stati Uniti: un caldo bestiale e un’umidità che pareva di stare in mezzo alla giungla. Non un refolo d’aria. Se si metteva una bistecca cruda sopra l’asfalto, tempo cinque minuti e la si trovava cotta a puntino. L’Italia di Arrigo Sacchi boccheggiava, tra polemiche sul modulo e sui giocatori da schierare, richieste di spettacolo promesso ma di cui non vi era nemmeno l’ombra e muscoli che si afflosciavano come palloncini sgonfi. Gli azzurri avevano superato il girone non senza fatica e il percorso era proseguito tra mille perplessità. Agli ottavi di finale si trovarono di fronte la Nigeria, nazionale emergente che sapeva unire tecnica e velocità. Non si prospettava come un giorno tranquillo, martedì 5 luglio 1994. Al Foxboro Stadium di Boston il cartellone annunciava la messa in scena della verità.

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