"Tra chiavi e serrature, il piccolo Ruben studiava calcio": alle origini di Amorim, lo Smiling One
Un bimbo che nascondeva i soldi nei calzini e passava le giornate nella ferramenta del padre è diventato un calciatore irascibile, che si è calmato e ha capito che avrebbe fatto più carriera da allenatore. "Studia i suoi giocatori quasi come un investigatore privato", dice chi lo conosce
Ruben Amorim è il classico personaggio uscito da un film. Da bambino nascondeva i soldi nei calzini per non farseli rubare a scuola e nel tempo libero giocava da portiere di hockey su pista con il numero 10, dividendosi tra il negozio di ferramenta di papà Virgilio ad Alverca e casa di mamma Anabela ad Almada. Chi lo conosce racconta la storia di un uomo amante delle imitazioni in spogliatoio di altri allenatori e di un giocatore che odiava perdere le partitelle in allenamento. Dietro a quel sorriso da “smiling one” c’è un mix piuttosto particolare: carattere fumantino, ossessione per il calcio, empatia da psicologo e una mania quasi scientifica per i dettagli. Uno che poteva esplodere per un fallo non dato a centrocampo ma allo stesso tempo pagare l’affitto a un giocatore in difficoltà. Uno che cambia modulo mentre sta vincendo e che rifiuta di uscire la sera per guardarsi le partite. Amorim è questo: metà stratega, metà motivatore. Una volta disse: “Forse sono nato più per fare l’allenatore”. Vedendo la discreta carriera da giocatore, aveva ragione.