"Era dentro di mezzo metro": così Hurst sul gol fantasma nella finale Mondiale del '66 contro la Germania
L'ex bomber inglese, ai tempi della vittoria del Mondiale in forza al West Ham, è arrivato a 85 anni ed è l'ultimo ancora in vita di quella squadra che vinse l'unico trofeo nella storia calcistica dell'Inghilterra: "Niente mi farebbe più felice di passare il testimone. Con Tuchel possiamo arrivare in finale, ha fatto capire che una squadra è più dell'unione delle sue parti"
L'ex bomber inglese, ai tempi della vittoria del Mondiale in forza al West Ham, è arrivato a 85 anni ed è l'ultimo ancora in vita di quella squadra che vinse l'unico trofeo nella storia calcistica dell'Inghilterra: "Niente mi farebbe più felice di passare il testimone. Con Tuchel possiamo arrivare in finale, ha fatto capire che una squadra è più dell'unione delle sue parti"
Dal nostro inviato Davide Chinellato 24 giugno - 19:18 - KANSAS CITY (USA) English versionSono passati sessant’anni esatti, ma il dibattito resta ancora aperto. Perché quell’azione, quel gol, resta uno degli episodi più controversi nella storia del Mondiale: il tiro di Geoff Hurst che ha dato all’Inghilterra il vantaggio nel supplementare della finale 1966 con la Germania Ovest, poi finita 4-2, era dentro o no? “Era dentro di mezzo metro, non scherziamo” scrive lui, che in quella finale fece tripletta, in un editoriale per il Times. Ha 84 anni, è l’unico giocatore ancora in vita di quell’Inghilterra che ricevette la Coppa Rimet direttamente dalla Regina Elisabetta sulle scalinate di Wembley, l’unico trionfo nella storia dei Tre Leoni in un grande torneo internazionale.
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—“Di quella finale ricordo dei flash - scrive Hurst -. L’emozione di scendere in campo a Wembley, il ruggito della folla. E poi quando seguivo Bobby Moore sulla scalinata di Wembley per andare a ricevere il trofeo. E ricordo ancora le parole prima della partita di Alf Ramsey (l’allenatore di quella Inghilterra, ndr), il modo in cui proteggeva noi giocatori, il modo in cui ci faceva sentire una squadra, una famiglia. Quando riguardo le foto di quel 1966, le nostre facce sorridenti, vorrei che almeno uno o due dei miei compagni fosse ancora qui con me oggi, a guardare le partite della nazionale. Non mi piace essere l’unico rimasto. Di quel Mondiale ricordo anche la litigata con Judith, mia moglie da quasi 62 anni. I giocatori delle quattro semifinaliste furono invitati a un banchetto: solo loro però, niente famiglie. La gente parla di WAGs adesso, ma in quei giorni medievali, come li chiamo io, le famiglie non erano coinvolte”.
tuchel
—Hurst ricorda di come il calcio è cambiato, di come ai suoi tempi il prato dell’Upton Park del suo West Ham cominciasse a diventare fango già a ottobre. “E la cosa ironica è che c’erano ovunque cartelli che dicevano di non calpestare l’erba”. Poi racconta la sua speranza per questa Inghilterra. “Tuchel ha fatto la stessa cosa che fece Ramsey: ha fatto capire ai giocatori che una squadra è molto più dell’insieme delle sue parti - scrive -. Di sicuro abbiamo giocatori che sono forti quanto le stelle degli altri paesi, ma Tuchel parla sempre di squadra ed è lo spirito giusto. La gente mi ha accusato di non volere che l’Inghilterra vinca mentre sono ancora in vita, dice che voglio essere l’unico inglese rimasto ad aver vinto il Mondiale. Non ha senso: niente mi renderebbe più felice che poter passare quel titolo a qualcun altro. Le partite le guardo in tv con mia moglie, ma se l’Inghilterra andasse in finale vorrei tanto esserci. Possiamo arrivarci, in finale. Possiamo vincere”. Magari stavolta senza gol fantasma di cui si parla anche dopo sessant’anni.
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