Room: "Noi di Curaçao come gli spartani alle Termopili. Un giorno mi chiamò Kluivert e..."
La Gazzetta dello Sport

Room: "Noi di Curaçao come gli spartani alle Termopili. Un giorno mi chiamò Kluivert e..."

Giovedì 25 giugno 2026
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Il simbolo della sua nazionale racconta il primo punto conquistato: "Ho dedicato la nostra impresa a Jairzinho Pieter, un mio compagno stroncato da un infarto prima di una partita. Contro l’Ecuador, dopo la prima parata, ho percepito la sua presenza"

Il simbolo della sua nazionale racconta il primo punto conquistato: "Ho dedicato la nostra impresa a Jairzinho Pieter, un mio compagno stroncato da un infarto prima di una partita. Contro l’Ecuador, dopo la prima parata, ho percepito la sua presenza"

dal nostro inviato  Francesco Pietrella 25 giugno - 09:45 - HOUSTON English version

Il telefono squilla con un quarto d’ora di ritardo. “Mi scusi, ma ero con la Bbc. Non ho mai fatto così tante interviste prima d’ora, non sono abituato”. Eloy Room, eroe di Curaçao, se la ride felice dopo la partita della vita: 15 parate in novanta minuti nello 0-0 contro l’Ecuador. Una in meno di Tim Howard nel 2014, anche se lui giocò pure i supplementari: “Ditelo, mi raccomando”. Anni 37, difende i pali del Miami FC negli Stati Uniti e della nazionale del Mar dei Caraibi, scelta nel 2015.

Eloy, la statua è in lavorazione?
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Ride. “Direi che me la merito, eh. Scherzi a parte, non sono mai stato così felice: sono diventato una star globale”.
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​E come si ci sente? 
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“Spaesati, ma il primo punto della storia resta. Ci sentivamo come gli spartani alle Termopoli in 300, il film, ma ne siamo usciti a testa altissima. Ne faccio un discorso di resistenza, è quello che ci distingue. Dopo il 7-1 con la Germania non se l’aspettava nessuno”. 

La prima cosa a cui ha pensato? 

“Un grande sollievo e tante emozioni. La gente ci vede qui e pensa, 'wow, è il paese più piccolo del mondiale', ma dietro c’è una storia di sacrifici, di vita, di lotte e anche di persone che non ci sono più”. 

Lei ha dedicato il primo punto a Jairzinho Pieter, scomparso nel 2019 per un infarto, prima di una partita di Curaçao. 

“Una storia simile al vostro Davide Astori, purtroppo. 'Jair' non era solo un compagno, ma un fratello. Mi ha accolto in nazionale mostrandomi come funzionava tutto, mi ha fatto sentire a casa. Con lui è morta una parte di me”.

Il 7-1 con la Germania? Per mezz'ora abbiamo giocato alla pari

Orlando Room

Com’era il vostro rapporto? 

“Viveva sull’isola, io in Olanda. Mi ha sempre incoraggiato. Da anni ho la sensazione che sia sempre insieme a me. Contro l’Ecuador, dopo la prima parata, ho percepito la sua presenza. Non so come spiegarlo. Mi sono detto, 'da ora non entrerà più nulla'. Lui, in qualche modo, era lì, vicino al palo. E infatti non ha segnato nessuno". 

Se le dovesse dire qualcosa ora, cosa direbbe? 
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“Che ce l’abbiamo fatta, amico mio”. 

Cosa vi ha detto Advocaat dopo il 7-1? 

“In realtà non molto. Eravamo delusi, anche perché per mezz’ora avevamo giocato alla pari. Poi c’è stato il break ed è finita lì. Avevamo un senso di rivincita. Volevamo dimostrare che non siamo una squadra materasso”. 

Questo è il Mondiale dei portieri: lei, Vozinha, Beiranvand, Gill… 

“Quando ho visto Vozinha parare di tutto ho pensavo che avrei potuto farlo anche io. Siamo riusciti a risalire”. 

E adesso ha più di un milione di follower: chi le ha scritto? 

“Ho disattivato le notifiche. Sto cercando di restare concentrato su me stesso, ma è tutto nuovo”. 

Ha pensato a quando un anno fa era svincolato? 

“Certo. Non fu semplice, ma avevo un solo obiettivo: andare al Mondiale. Mi allenavo ogni giorno con un personal trainer e un allenatore dei portieri. Avevo un programma preciso. I miei compagni erano con le loro squadre, io in Olanda, da solo. Così mi sono detto: 'Il prezzo da pagare è questo se vuoi arrivare al Mondiale'. Non ho mai pensato di mollare”. 

VIDEO: Curaçao, festa per il primo punto negli spogliatoi con i reali olandesi

Chi la chiamò per primo da Curaçao? 
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“Patrick Kluivert. Un idolo della mia infanzia. Era il 2015, faceva l’allenatore, disse che sarebbe stato un onore avermi in squadra. All’epoca ero nel Vitesse. Aveva bisogno di giocatori pronti per il sogno Mondiale. Mio padre è originario dell’isola, mia madre è olandese ma ha vissuto a lungo a Willemstad, la capitale. Non ho mai avuto dubbi". 

Al Psv ha giocato con Malen e Gakpo, che ricordi ha? 

“Sono stato due anni, ero il secondo portiere. C’erano anche Bergwijn e tanti altri. Dopo il Vitesse, con cui ho vinto la Coppa d’Olanda nel 2017, avevo bisogno di una sfida. Malen veniva dalle giovanili dell’Arsenal ed era già fortissimo”.

 È mai stato vicino a trasferirsi in Italia?

“Una volta, in Serie B, ma non ricordo il nome della squadra. Se ci fosse stata l’occasione sarei andato volentieri”. 

Il suo idolo di sempre?

 “Dida. Tifavo Milan per lui. Ricordo le due Champions del 2003 e del 2007. Lui, Sheva, Inzaghi, Kakà...”. 

Se dovesse dire un “grazie” a chi lo direbbe? 

“Ai miei genitori. Hanno pagato i viaggi, la benzina, gli hotel. Mio padre mi accompagnava ovunque da bambino. Attraversava tutta l’Olanda per portarmi agli allenamenti e alle partite”. 

Continuerà a giocare a Miami il prossimo anno? 

“Certo, il presidente è italiano tra l’altro: Riccardo Silva. Ma non è finita. Dopo il primo punto, ora ne vogliamo tre”.

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