Anni di studi, scienziati e università per il prato perfetto: ma i big bocciano i campi del Mondiale
Gli specialisti americani hanno cercato la soluzione per avere un terreno di gioco uguale in tutte le sedi del torneo. Eppure le critiche non sono mancate
Gli specialisti americani hanno cercato la soluzione per avere un terreno di gioco uguale in tutte le sedi del torneo. Eppure le critiche non sono mancate
dal nostro inviato Filippo Conticello 29 giugno - 20:47 - LOS ANGELES (USA) English versionIl Mondiale è sotto ai tacchi. Tra virtù e contraddizioni, poggia proprio lì, sull’erba di Stati Uniti, Canada e Messico: non farà saltare di gioia tutti, ma è figlia di uno dei più grandi esperimenti agronomici e logistici mai tentati nello sport professionistico. La Fifa lavora, infatti, da anni all’impresa in stile Jurassic Park, ma era ardito poter pensare, come da proposito iniziale, che il pallone rimbalzasse davvero nella stessa identica maniera a Seattle, Los Angeles, Dallas, Città del Messico o Vancouver nonostante altitudini, temperature, umidità e stadi completamente diversi tra loro. Lo hanno notato alcuni big, che non si sono morsi la lingua sul tema, Rabiot e Vinicius su tutti. Ma adesso, mentre si fa sul serio in campo, l’erba dei tre vicini americani dovrà essere più verde.
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—Lo hanno chiamato "Pitch Project", è stato sviluppato assieme ai ricercatori della University of Tennessee e della Michigan State University, due dei principali centri mondiali di ricerca sui tappeti erbosi sportivi. Per anni gli specialisti americani hanno studiato miscele di sementi, drenaggio, umidità e coltivazione per creare un prato che potesse offrire caratteristiche il più possibile uguale in tutte le sedici sedi del torneo. E il viaggio dell'erba è quasi più complicato di quello delle nazionali, nel tempo dei visti negati e delle frontiere chiuse: i rotoli sono stati coltivati su basi speciali che hanno consentito di mantenerli intatti durante il trasporto. Poi sono stati caricati su decine di camion refrigerati e hanno percorso anche oltre 1.200 miglia prima di arrivare negli stadi. Quello destinato qui per l’immaginifico SoFi di Los Angeles, sede di solito di due squadre di NFL, i Rams e i Chargers, parte dallo Stato di Washington, mentre altri impianti ricevono il prato dal Colorado o dalla Carolina del Nord. Una volta arrivato a destinazione, è stato installato circa un mese prima della prima partita per permettere alle radici di attecchire.
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scienziati
—Negli impianti coperti la sfida diventa ancora più delicata: niente sole naturale, continuano a entrare in funzione illuminazione artificiale, sensori di umidità, sistemi di ventilazione e sofisticati impianti di drenaggio. Servono a mantenere viva l’erba, li usano quelli della NFL anche perché abituati alle superficie sintetiche. In alcuni casi estremi vengono usati anche rinforzi con fibre sintetiche invisibili, che aumentano la stabilità senza modificare la sensazione del prato naturale. Eppure, nonostante la tecnologia futurista, non poteva mancare le polemiche: il povero terreno del MetLife Stadium, quello della finale davanti a Trump, è finito nel tagliaerba più degli altri. Adrien Rabiot lo ha definito “troppo duro e rigido, quasi artificiale”, mentre Vinicius Junior ha lamentato un'erba troppo secca che rallentava il pallone e cambiava il ritmo della partita. Anche il commissario tecnico francese, Didier Deschamps, non era poi così entusiasta. Sentendoli, gli organizzatori hanno continuato a intervenire tra una partita e l'altra, correggendo irrigazione, compattezza e umidità: uniformare le prestazioni non è possibile, ma avvicinarsi di più forse sì. In fondo, è semplicemente il prezzo da pagare per un torneo che attraversa tre Paesi, quattro fasce climatiche con caratteristiche completamente differenti. Tra tutte le partite mondiali, questa sta risultando una delle più complesse da vincere: la giocano in tanti, tra agronomi, ingegneri, botanici, più quelli che chiamano “groundsmen”. Non sono semplici giardinieri, ma scienziati del tappeto verde.
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