Tim Weah: "Dzeko è una leggenda, ma dobbiamo fargli male. Dopo la Turchia ho abbracciato Yildiz e..."
L'ex attaccante della Juve, ai Mondiali con gli Stati Uniti: "Stiamo lavorando duro e stiamo cercando di capire cosa fare per colpire la Bosnia. La Juve? Un onore giocarci, sento ancora tutti..."
L'ex attaccante della Juve, ai Mondiali con gli Stati Uniti: "Stiamo lavorando duro e stiamo cercando di capire cosa fare per colpire la Bosnia. La Juve? Un onore giocarci, sento ancora tutti..."
dal nostro inviato Filippo Conticello 30 giugno - 09:00 - LOS ANGELES (USA)Timothy, altissima nobiltà del calcio, della famiglia reale dei Weah, tenta un’impresa complessa nel Mondiale americano: il 26enne ex Juve vuole insidiare Pulisic e Balogun nell’attacco di Pochettino, ma il ct pensa a lui più come freccia da scoccare solo in certi momenti della partita. Papà George lo consiglia e protegge nel viaggio, mentre l’entusiasmo di tutti gli States esonda fino a qui, nel quartier generale della nazionale alle porte di Los Angeles: “Sentiamo davvero un Paese che ci spinge: finora sarebbe stato tutto perfetto senza la sconfitta contro la Turchia”.
VIDEO: Capello ai Gazzetta Talks: "Messi a 16 anni era già un fenomeno, lo chiesi a Rijkaard per la Juve"Weah, è adesso, però, che si fa sul serio…
“Sì, lo sappiamo, ci siamo preparati tutta la vita per questo momento davanti alla nostra gente. I margini si fanno più sottili e ogni episodio conta, anche un piccolo errore può rovinare tutto. Lo abbiamo imparato sulla nostra pelle nel 2022: abbiamo commesso un paio di sbagli contro l'Olanda e questo ci è costato la possibilità di restare più a lungo in Qatar. Io, personalmente, sono arrabbiato con me stesso per l’ultima partita…”.
A cosa si riferisce?
“Non ho giocato come volevo contro la Turchia, pur potendo partire dall’inizio. Ho fatto errori che bisogna correggere ed evitare, ma per fortuna accanto a me c’è sempre un compagno che ti salva: è questo il segreto degli Stati Uniti, ci guardiamo tutti le spalle l’un l’altro”.
Pensate che la fiducia che monta nel Paese possa addirittura essere controproducente?
“La fiducia e la pressione sono positive, non devono spaventarci. Io credo in questa squadra e anche la gente lo fa. Abbiamo fatto un grandissimo lavoro per arrivare fin qui, dobbiamo mantenere la mentalità delle prime due partite. Poi ci sono anche i rivali, ma noi non ci precludiamo niente…”.
A proposito di rivali, con le europee avete un problema: avete vinto solo una delle ultime 18 sfide. Preoccupati per la Bosnia in arrivo?
“In effetti, anche la Turchia era un’europea… Scherzi a parte, è stata solo più aggressiva in quella singola giornata. Non pensiamo a queste statistiche, conta solo il presente e come ci sentiamo, quindi bene. Stiamo lavorando duro e stiamo cercando di capire cosa fare per far male alla Bosnia. È una squadra per cui abbiamo un rispetto profondo: hanno mostrato così tanto orgoglio e verranno per giocarsela fino in fondo”.
C’è qualche giocatore avversario che osserva con attenzione?
“Dzeko è più di una leggenda, uno di quei giocatori magnifici che fermano il tempo. Me lo ricordo all’Inter, era ed è uno dei migliori attaccanti del mondo. Mi spiace solo non aver potuto affrontarlo in Italia perché, quando è andato via lui nel 2023, sono arrivato io alla Juve. Poi lui è tornato nell’ultima stagione e io sono andato al Marsiglia”.
A proposito, che cosa prova adesso nel sentire la parola Juventus?
“Una grande emozione, è stato un onore giocare in un club così grande e, come tutti sanno, importante anche per la mia famiglia. Continuo a sentire e seguire i miei ex compagni: il legame che costruisci fuori dal campo rimane per sempre. Nel match contro la Turchia ho riabbracciato Yildiz e abbiamo parlato un po’: con lui la Juve ha un grande futuro”.
Suo padre George non ha mai potuto giocare un Mondiale ed era in tribuna per lei al SoFi: cosa le dice di questa avventura?
“Per come ho giocato con la Turchia lasciamo perdere… Ma è bello vederlo lì per me: è il mio eroe. Mi sono accorto di quanto fosse davvero popolare proprio in un Mondiale, quando siamo andati insieme nel 2010 in Sudafrica e non riuscivamo a fare un passo. In generale, voglio la mia famiglia il più possibile vicino a me sempre. Nessuno mi toglierà mai dalla testa che la vita attorno allo sport è perfino più grande e importante della stessa competizione. E noi questo Mondiale vogliamo viverlo, non solo giocarlo”.
E per vivere il momento che, alla fine di ogni partita, vi stringete in cerchio in maniera così teatrale?
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“Quello è il nostro momento, quello in cui preghiamo insieme, nella vittoria e nella sconfitta. Credo che quando metti Dio al primo posto tutto diventi possibile: camminiamo tutti nella nostra fede anche in questa Coppa del Mondo”.
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