Merino: "Spagna, ci penso io. Mi sento come Lautaro. Finiamo il lavoro"
Il terquartista della Roja: "Fino a maggio ero ko, un miracolo essere qui. Il Mondiale lo vince anche chi inizia in panchina... A noi piace che la palla circoli velocemente e senza pause. Tocca all’arbitro controllare la frequenza dei contrasti"
Il terquartista della Roja: "Fino a maggio ero ko, un miracolo essere qui. Il Mondiale lo vince anche chi inizia in panchina... A noi piace che la palla circoli velocemente e senza pause. Tocca all’arbitro controllare la frequenza dei contrasti"
Dal nostro inviato Filippo Maria Ricci 18 luglio - 08:17 - MORRISTOWN (USA) English versionAltro che Supersub. "È un miracolo che io sia qui" dice sincero Mikel Merino. Che in condizioni normali avrebbe lottato per una maglia da titolare con la Spagna finalista, e invece una frattura nascosta e subdola gli ha quasi fatto perdere il Mondiale. De la Fuente l’ha aspettato e lui l’ha ripagato con le reti decisive contro il Portogallo negli ottavi, quando era in campo da 5 minuti, e contro il Belgio nei quarti, dopo 115 secondi dall’ingresso sul terreno di gioco, record per la nazionale spagnola. Per capirsi: il 25 gennaio Mikel Merino gioca con l’Arsenal, ma non ne può più: il piede destro fa malissimo. Si ferma, ma nessuno capisce cosa ci sia che non va. Poi finalmente viene fuori una frattura da stress, che era lì da un po’. Operazione e attesa. Lunga attesa. Tornerà in campo solo a maggio per 28 minuti. Mesi di pena e timore, la moglie incinta di 8 mesi lo aiuta a salire le scale di casa, perché non deve appoggiare il piede. Ecco. Fermiamoci qui.
VIDEO: Mondiali, scopre che sarà l'arbitro della finale da Collina: Slavko Vincic in lacrimeCosa pensava?
"Che non sarei andato al Mondiale neanche morto".
E invece?
"È un miracolo che io sia qui".
Per cui il tema di essere titolare passa in secondo piano.
"Eccome. E non lo dico tanto per dire eh? Lo penso nel profondo del cuore. Ne stavo parlando giusto un paio di giorni fa. La possibilità di vivere tutto questo è qualcosa di incredibile e la possibilità di farlo con la mia famiglia, che ha attraversato con me tutte le difficoltà dei primi 6 mesi del 2026, mi riempie di gioia. Ora bisogna finire il lavoro".
Anche l’Argentina ha il suo Supersub, 'il super sostituto', Lautaro Martinez.
"Per nessun giocatore l’idea di andare in panchina è il piano di partita ideale, però, tanto io come Lautaro, giocatore top, viviamo questa situazione perché siamo in nazionali fortissime. E tanto io come lui dobbiamo dare valore a tutto questo: il livello dei compagni e la grandezza della competizione".
E nella pratica?
"Provare a dare una mano ogni volta che si entra in campo, e se non giochi va bene anche in allenamento. Perché se vinci un titolo è di tutti, non solo degli 11 che iniziano le partite, e qui noi lo viviamo così".
Parliamo un po’ dei vostri rivali. Si sottolinea parecchio la fisicità dell’Argentina. Vi preoccupa?
"Sarà una partita intensa, come dev’essere una finale nella quale le due squadre si giocano il trofeo più importante del nostro sport, è normale che ci sia contatto, che ci siano duelli accesi perché quando ti giochi tanto è così che devi entrare. Toccherà all’arbitro controllare l’intensità e la frequenza dei contrasti. A noi piace che la palla circoli e che lo faccia rapidamente e senza pause, e se riusciamo a farlo il rivale avrà meno tempo di fare fallo".
E di Messi cosa possiamo dire ancora?
"Non lo so. Posso iniziare dicendo che è uno dei migliori della storia. Poi togliersi il cappello di fronte a quello che sta facendo in questo Mondiale, a 39 anni. Non so se sarà la sua ultima partita con la nazionale o la sua ultima finale, perché, come ci è già successo con Cristiano Ronaldo, affronti questi giocatori e pensi che siano eterni visto che continuano a giocare a un livello altissimo. Il fatto di affrontare l’Argentina che ha vinto l’ultimo Mondiale è uno stimolo in più. Sensazionale".
Torniamo un po’ indietro. Prima al 2015 e poi al 2023. Undici anni fa lei era in campo a Katerini, in Grecia, nella finale vinta contro la Russia all’Europeo U19. In panchina Luis de La Fuente, tra i compagni Rodri e Unai Simon. E di nuovo eravate tutti insieme con la nazionale maggiore nella sconfitta con la Scozia di 3 anni fa. Da lì, 37 partite senza perdere, eguagliato il record dell’Italia di Mancini.
"Diverse cose da dire. La prima è che il tempo passa, qualche capello grigio, qualche ruga, gli acciacchi, vittorie e sconfitte. La seconda è l’evoluzione: io in entrambe le partite facevo coppia come doble pivote con Rodri, e ora gioco più avanti. La terza è che a parte il fisico e nel mio caso il ruolo non siamo cambiati tanto. Luis (De la Fuente, ndr) è sempre uguale, ha mantenuto l’essenza che vedemmo in lui quando eravamo ragazzi".
Specifichiamo.
"Siamo in ritiro da 46-47 giorni, tanto tempo, tante ore insieme. La convivenza è lunga. Vincere aiuta a star bene, ma la base a livello relazionale è forte perché il mister, allora come oggi, attorno a sé vuole delle belle persone, brava gente. Perché altrimenti alla lunga il gruppo soffre".
E sulla sconfitta con la Scozia?
"Dicevano che questa generazione era da buttare, che eravamo morti... E invece abbiamo vinto la Nations, poi l’Europeo e ora siamo qui. Nel 2015 io ho iniziato a vedere il potenziale di questa squadra, e piano piano siamo cresciuti insieme".
Eccome: tra i 26 convocati ce ne sono 10 che sono stati con De la Fuente nelle giovanili.
"Sempre lì torniamo. Alla forza, alla coesione, all’unità del gruppo. Ci conosciamo e stiamo bene insieme, in campo e fuori. Per questo volevo essere qui. Titolare o in panchina non importa, penso che sia abbastanza chiaro". Assolutamente.
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