Oliha: "Tanti pugili sui social, io parlo sul ring. Voglio il mondiale, ma a mio figlio non farei fare boxe"
"El Chapo", peso medio di Asti, combatterà per il Mondiale IBF in Irlanda contro McKenna e si racconta: "Ho fatto il meccanico e il bagnino, ma sognavo Mayweather. Sono figlio di nigeriani, diventare italiano solo dopo i 18 anni mi ha chiuso delle strade. Contro un irlandese in Irlanda? I tifosi non salgono sul ring"
"El Chapo", peso medio di Asti, combatterà per il Mondiale IBF in Irlanda contro McKenna e si racconta: "Ho fatto il meccanico e il bagnino, ma sognavo Mayweather. Sono figlio di nigeriani, diventare italiano solo dopo i 18 anni mi ha chiuso delle strade. Contro un irlandese in Irlanda? I tifosi non salgono sul ring"
Giulio Di Feo Giornalista 18 luglio - 12:23 - MILANOAppello alle mamme e ai papà: se nei vostri quartieri o nelle vostre strade vedete manifestazioni sportive o dimostrazioni per principianti portateci vostro figlio con fiducia e state a guardare. Potreste avere un potenziale campione dentro casa e magari non lo sapete. Etinosa Oliha, per esempio, ha scoperto la sua vocazione così: "Ad Asti, la mia città, c'era questo evento, 'Sport in piazza'. Io avevo 14 anni, c'erano stand dedicati a judo, karate, aikido... ma ho visto un sacco appeso ed è stato amore a prima vista. Ho chiesto di provare, mi hanno osservato mentre mollavo qualche colpo e mi hanno detto di passare in palestra il giorno dopo. L'ho fatto, e praticamente non ne sono uscito più". Oggi Etinosa di anni ne ha 28, e quei guantoni infilati per caso sono diventati i ferri del mestiere. Anzi di più: è diventato l'uomo che può riportare la boxe italiana ad altezze a cui da tempo non volteggia: peso medio, imbattuto (22 vittorie, di cui 10 per ko), l'8 agosto affronta a Dublino l'idolo di casa Aaron McKenna (imbattuto anche lui) per il titolo del mondo IBF di categoria.
Prima di innamorarti della boxe cos'altro facevi?
"Oltre ad andare a scuola? Un po' di rugby, ma non mi interessava. Giocavo anche a pallone ma nemmeno quello faceva proprio per me: finché si tratta una partitella ai giardinetti con gli amici va bene, ma per entrare in una squadra vera ti deve prendere.... e a me proprio non succedeva".
"Da domani faccio boxe": in famiglia come l'hanno presa?
"Mia mamma si è preoccupata, sapeva che era una disciplina bella impegnativa ma in fondo era felice perché mi avrebbe tenuto lontano dalla strada".
Un pugile non può non avere un idolo...
"Floyd Mayweather, lo adoro per la sua difesa, per la sua astuzia, perché sa leggere benissimo i match trovando sempre una soluzione. Ma non solo lui, anche Mike Tyson...".
Un pugile non può non avere un soprannome...
"El Chapo, mi chiamano così. Me l'hanno dato in palestra perché sembro un po' messicano per come sto sul ring: colpisco, provo a non farmi toccare, mi impongo".
Tanti pugili italiani nascono e crescono qui. Tu invece per allenarti hai girato parecchio: Stati Uniti, Germania, ora sulle montagne della Sierra Nevada...
"Mi sono voluto mettere sempre in gioco e ho fatto sparring con pugili di alto livello come Caleb Plant, Ahmed Elbiali, Badou Jack... Ognuno ha lasciato qualcosa nel mio bagaglio, e a livello fisico, mentale e tecnico con queste esperienze sento di essere cresciuto. Parliamo di mondi pugilisticamente molto più grandi del nostro".
Sei passato professionista prestissimo, a 20 anni.
"Da dilettante un po' ho combattuto, ma l'ho sempre visto come un percorso e non come un approdo. Poi quando si è fatto avanti il mio vecchio promoter mi è sembrata una buona cosa: se me lo propongono, vuol dire che posso farlo".
Vivere di boxe in Italia è molto difficile.
"Infatti prima non facevo solo questo, e anche nei primi tempi da pro' la boxe ha sempre convissuto con il lavoro: sono stato aiuto meccanico in un'officina, ho fatto l'elettricista, anche il bagnino in piscina".
Sei nato in Italia da genitori nigeriani, hai dovuto aspettare i 18 anni per ottenere la cittadinanza. Ti ha precluso delle possibilità?
"Un po' sì, all'inizio. Non potevo essere scelto per la Nazionale e credo che non sia giusto: se sei nato in Italia e sei capace in quello che fai, questa possibilità dovresti avercela. Però a dire il vero, la cosa non mi ha scalfito: sarà il destino, sarà che ci ho sempre creduto, ma sto percorrendo esattamente il percorso che volevo per me".
Sul tuo profilo linkedin scrivi: "Il pugilato è uno stile di vita". Cosa ti ha dato questo sport?
"Disciplina, metodo, e la giusta mentalità per affrontare qualsiasi problema possa capitare nella vita".
Hai sacrificato molto?
"Non parlerei di sacrificio ma di scelta: questo volevo fare e questo ho fatto, e se guardo ai pugili a cui mi sono ispirato anche per loro è stato lo stesso. Potevo trovarmi il classico lavoro sicuro, invece ho deciso di fare una vita in cui mi alleno e combatto. Ed è una vita molto dura, soprattutto quando c'è da rispettare una dieta ferrea, però ho sempre gli occhi sull'obiettivo finale e mi aiuta. Allenamenti e regimi alimentari si sopportano volentieri se servono a combattere bene e a vincere".
Se un giorno avessi un figlio e ti dicesse che vuole fare il tuo stesso percorso?
"Sincero? Non sarei contento. Ovvio, se fosse una sua scelta lo appoggerei con tutte le mie forze com'è giusto che sia, però conosco bene cosa devi mettere sul piatto per arrivare a fare il pugile. E se scegliesse un altro sport sarei più felice"
Com'è messo oggi il pugilato in Italia?
"Posso parlare per me: ho sempre cercato di uscire dalla comfort zone, andando all'estero anche in macchina se necessario e cercando allenamenti di alto livello, e credo che sia una cosa che tanti pugili italiani dovrebbero cominciare a fare. Però dai, vedo un livello di boxe in crescita da noi soprattutto a livello mediatico, se ne parla di più rispetto a qualche anno fa".
Da questo punto di vista tanti pugili si danno parecchio da fare su Instagram, TikTok...
"A me piace far parlare i fatti. Ne vedo tanti di pugili molto attivi sui social, ma a mio parere quella è un tipo di notorietà che alla lunga viene a scemare, se non è supportata dalle prestazioni vieni dimenticato. Fai tanto rumore, ok, va bene, ma se poi non vinci..."
Fuori dal ring sembri l'opposto di come appari lassù: aggressivo e spregiudicato coi guantoni, riflessivo e posato senza.
"Io quella che metto sul ring la chiamo cattiveria agonistica, che comunque cerco di tenere sempre ben controllata. Quando combatti è importante anche essere il più freddo possibile perché il nostro è uno sport in cui può accadere qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Sono cattivo ma concentrato, e appena vedo che c'è un'opportunità di finalizzare l'incontro l'altro provo a non farmela sfuggire".
Hai mai avuto paura?
"Sinceramente, no. La paura ti può venire quando sei alle prime armi e ti ritrovi ad allenarti contro gente molto più esperta di te, lì ci può stare. Ma se poi fai strada non è che sali sul ring, guardi l'avversario e dici 'Oh dio, adesso mi fa male'. No, pensi solo a vincere"
Però il tuo resta uno sport di contatto, non vi scambiate carezze ma pugni.
"Può capitare che uno si fa male, certo, fa parte del gioco. Ma con la paura secondo me vieni a patti già nello sparring: se non riesci a superare quello, è difficile che arrivi poi a disputare un incontro vero".
In cosa pensi di poter ancora migliorare?
"In tutto: attacco, difesa, conduzione del match. Ma questo è uno sport in cui si migliora solo combattendo. E credo che ognuno degli avversari affrontati finora mi abbia dato qualcosa per consentirmi man mano di affrontarne sempre di più tosti".
Etinosa in nigeriano vuol dire "La forza di dio". Qual è la tua forza?
"La mentalità vincente. Pare una cosa scontata, però me ne accorgo anche quando metto i guanti solo per allenarmi: voglio sempre vincere, battere chi ho di fronte, che sia uno sparring o un match importante. Ed è questo che ti porta poi a voler migliorare costantemente".
Il giorno dopo aver scoperto il pugilato a "Sport in piazza" sei andato in palestra e hai trovato Davide Greguoldo. Nonostante tu oggi sia sotto contratto con una promotion tedesca, quattordici anni dopo al tuo angolo c'è ancora lui.
"Tra noi c'è un rapporto chiaro, trasparente, fatto anche di 'cazziate' se serve. Ci siamo trovati perché avevamo la stessa voglia di arrivare in alto, raggiungere degli obiettivi non solo a parole. Questa forza che ci ha portati dove siamo adesso".
Combatti per il titolo mondiale a Dublino contro un irlandese. La 3Arena di Dublino sarà tutta per McKenna. Per te è un problema o uno stimolo?
"Uno stimolo. La gente sarà tutta per lui e lo metto in conto, ma non salirà mica lassù a combattere. E io sono uno che difficilmente si fa influenzare dall'ambiente, ascolto il mio angolo e basta. No, io e lui sul ring saremo soli...".
Se vinci questa, si vola. Qualche anno fa Chris Eubank twittò una cosa tipo "Mi hanno proposto di combattere tal Oliha, chi l'ha mai sentito...".
"Ecco, contro di lui sarebbe davvero un bell'incontro. Ma se mi chiedi chi mi piacerebbe affrontare dopo, la risposta non può che essere chiunque abbia le altre cinture mondiali. Punto a conquistarle una per una e a riunificare il titolo dei pesi medi".
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