Cina, presentato un nuovo modello di auto al giorno. È guerra dei prezzi
La Gazzetta dello Sport

Cina, presentato un nuovo modello di auto al giorno. È guerra dei prezzi

Lunedì 20 luglio 2026
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Le vendite interne calano drasticamente e le aziende puntano tutto sull’esportazione e sul lancio a ritmo esasperato di novità con motore ibrido o elettrico: sono state 180 nei primi sei mesi 

Le vendite interne calano drasticamente e le aziende puntano tutto sull’esportazione e sul lancio a ritmo esasperato di novità con motore ibrido o elettrico: sono state 180 nei primi sei mesi 

Gianluigi Giannetti 20 luglio 2026 (modifica alle 08:47) - MILANO Dongfeng Box, elettrica da città in Italia a partire da 23.300 euro

"Tutto quello che nessuno vi ha detto" non è l’inizio dell’articolo che vogliamo. Sull’auto cinese le informazioni casomai sono fin troppo abbondanti, anche se non messe spesso in relazione tra loro. Usando le statistiche e collegandole tra loro ne esce invece un ritratto oggettivo che non capita di leggere, soprattutto perché severo. Nei primi sei mesi del 2026 in Cina sono stati presentati un totale di 650 tra nuovi modelli e aggiornamenti di vetture precedenti. Negli Stati Uniti il numero si ferma 159, considerando però l’intero arco degli ultimi 4 anni. In molti raccontano del tasso di crescita entusiasmante dell'industria automobilistica cinese, ma è un punto di vista parziale diventato anche un problema consistente. Analizzando nel dettaglio i dati della China’s Passenger Car Association scopriamo che le vetture del tutto nuove che hanno debuttato sul mercato di Pechino nel 2026 sono 180, più di una per ciascun giorno lavorativo. Sono invece 156 i modelli attesi entro il secondo semestre dell’anno, consolidando una media che non è affatto segnale di grande reattività industriale, ma invece il sintomo di una guerra commerciale ormai senza precedenti tra i più di cento marchi automobilistici attivi nel Paese. A giugno, le vendite di auto sono calate per il nono mese consecutivo, incassando un -23,4% rispetto allo stesso mese del 2025 e attestandosi a 1,62 milioni di unità, tutto questo dopo la discesa del 22,3% registrata a maggio. Guardando alle vendite interne, l’industria automobilistica cinese è virtualmente a crescita zero, con un risultato di immatricolazioni nell’intero 2026 che ci si aspetta in aumento dell’ 0,2% rispetto al 2025 secondo gli analisti di S&P Global Mobility.

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Effetto cerino

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Negli ultimi anni in Europa si è presa ad esempio l’estrema velocità cinese nei cicli di sviluppo di una nuova auto, un tempo compresso anche al di sotto dei 24 mesi, proprio mentre nel vecchio continente si perdeva competitività, rimanendo ancorati al più classico periodo di permanenza sul mercato di 7 anni per ogni modello. Questa velocità, con l’indubbio merito di aver permesso salti tecnologici in rapida sequenza, mostra però oggi sul mercato cinese il suo lato oscuro, come sottolineano proprio molti analisti. L’entusiasmo dei consumatori attorno a una nuova auto non riesce a durare nemmeno tre mesi prima di svanire. Le aziende si inseguono su ritmi ormai insostenibili, tanto da sollecitare un intervento del governo di Pechino non più soltanto sulla politica degli sconti, ma su fondamentali industriali ben più critici. Il 17 luglio scorso il ministero dell'Industria cinese ha esortato le case automobilistiche a evitare una "concorrenza irrazionale". Nel corso di un incontro con i principali produttori del settore, il ministero ha chiesto alle aziende di individuare eventuali criticità legate alla costanza produttiva, all'affidabilità e alla durata dei veicoli, nonché di valutare accuratamente i rischi per la sicurezza in fase di lancio di nuovi modelli e prodotti. Il ministero dell'Industria lo considera un problema solo potenziale e non generalizzato, ma in Cina ogni valutazione è anche politica. Accelerare in modo esponenziale la velocità di sviluppo e poi il volume di produzione di ogni nuova auto può esporre il Paese ad una crisi di credibilità economica senza precedenti.

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troppo in vista

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"Tutto quello che nessuno vi ha detto" è precisamente l’espressione che nessuno ha il diritto di usare, almeno guardando ai dati sulle esportazioni di auto cinesi negli ultimi mesi. Il fenomeno è fin troppo chiaro, perfino le cause. Sono le conseguenze che vanno spiegate, guardando però agli equilibri generali. Nel primo semestre del 2026, le esportazioni totali di veicoli dalla Cina hanno raggiunto i 5,096 milioni di unità, registrando una crescita su base annua del +65,3%. Lo scorso giugno hanno superato addirittura il milione di unità in un solo mese, raggiungendo quota 1,06 milioni e con un incremento del +71,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Se questo ritmo dovesse consolidarsi, la Cina è destinata a superare i 10 milioni di automobili esportate nel 2026, dopo aver chiuso il 2025 a 7,1 milioni di unità. I numeri sembrano sorridere, ma Pechino cresce la preoccupazione. L’esigenza chiara di vendere all’estero le auto prodotte, e che non si riesce a collocare in patria, sta accendendo fin troppo i riflettori su una bilancia commerciale diventata fin troppo vistosa. Il totale dell’export verso l'Unione Europea a giugno è aumentato del 18,5%, con un surplus a favore della Cina salito dai 26,83 miliardi di euro di maggio fino a 28,76 miliardi, ovvero circa 900 milioni di euro al giorno. Il quadro generale non può che aumentare le tensioni commerciali tra la Pechino e Bruxelles, che non a caso hanno istituito un meccanismo di consultazione su commercio e investimenti per riequilibrare gli scambi bilaterali, con l'obiettivo di ottenere "risultati concreti" entro ottobre. Come noto, i dazi Ue differenziati a seconda del costruttore pesano sulle auto elettriche cinesi dal 17% al 35,3%, a cui va comunque aggiunto un dazio generale del 10%. Pechino guarda ora con estrema attenzione alle indiscrezioni raccolte lo scorso giugno dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt, secondo cui la Commissione europea avrebbe già predisposto il percorso per avviare un'indagine sulle auto cinesi ibride plug-in, con l’orizzonte di introdurre dazi una volta ottenuto il via libera della maggioranza degli Stati membri. La mancanza di conferme o smentite non tranquillizza nessuno, soprattutto considerando come la quota di mercato europeo dei marchi cinesi nelle ibride plug-in superi ormai il 13%. In attesa che i produttori cinesi spostino in massa la produzione di vetture destinate all’Europa direttamente in stabilimenti creati o acquisiti proprio sul territorio dell’Unione, il problema di certi risultati sta nell’essere fin troppo vistosamente brillanti. e non pare affatto un problema piccolo.

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