Kerr e il record del miglio: "Sembrava tutto facile, alla fine è stato come uscire dal mio corpo"
La Gazzetta dello Sport

Kerr e il record del miglio: "Sembrava tutto facile, alla fine è stato come uscire dal mio corpo"

Giovedì 23 luglio 2026
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Il campione del mondo dei 1500 racconta al podcast Citius Mag il lavoro fisico e mentale dietro il record: dal Project 222 fino agli ultimi 150 metri. "Ho corso gare più difficili, le mie gambe conoscevano il ritmo. Quella frase del mio mental coach la svolta. 'E se alla fine fosse facile?'"

Il campione del mondo dei 1500 racconta al podcast Citius Mag il lavoro fisico e mentale dietro il record: dal Project 222 fino agli ultimi 150 metri. "Ho corso gare più difficili, le mie gambe conoscevano il ritmo. Quella frase del mio mental coach la svolta. 'E se alla fine fosse facile?'"

Giulia Arturi Giornalista 23 luglio - 18:15 - MILANO

Centinaia di chilometri per quegli ultimi 150 metri. Josh Kerr, 28enne di Edimburgo, sabato ha battuto il record del mondo del miglio di El Guerrouj, che resisteva da 27 anni, correndo in 3'42"66. Negli ultimi metri non gli arrivava più nemmeno più il boato dei 60 mila spettatori del London Stadium: come gli era già successo nella finale olimpica di Parigi 2024, a un certo punto non sentiva proprio più niente. "È una cosa più mentale, ma è una sensazione calmante. Il corpo spegne tutto ciò che non è necessario", racconta. Quegli ultimi metri sono entrati nella storia. Ma forse è ancora più interessante capire come ci è arrivato. Lo ha raccontato nelle ultime ore, tra l'intervista concessa a The Athletic e il podcast Citius Mag.

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ogni dettaglio

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Campione del mondo dei 1500 metri a Budapest nel 2023, bronzo olimpico a Tokyo e argento a Parigi sulla stessa distanza, Kerr, da sempre ambizioso nel dichiarare i propri obiettivi, aveva annunciato già mesi fa che avrebbe attaccato il record del mondo proprio a Londra. Era nato così il Project 222, dal numero di secondi necessari per fare il tempo. Non solo un obiettivo sportivo, ma un progetto costruito nei minimi dettagli: il branding, i video sui social, una vera presentazione che aveva preparato lui stesso per Brooks, lo sponsor tecnico, spiegando il piano di lavoro, le risorse necessarie e il motivo per cui quel record era davvero possibile. Brooks approvò il progetto e da quel momento ogni dettaglio fu pensato per mantenere quella promessa. Dietro quel progetto c'erano settimane da oltre 110 chilometri, decine di giri da 55 secondi e sedute costruite per trasformare il ritmo del record in qualcosa di naturale. Uno degli allenamenti chiave era un 4x800 metri, con la terza e la quarta prova chiuse in 1'50". Per mesi Kerr si è allenato in altura ad Albuquerque, in New Mexico: "Ci sono stati momenti in cui pensavo: "Ma che cosa sto facendo?". Avevo già corso 16 miglia in giornata e mi ritrovavo seduto a mangiare un'insalata con il riso. Poi però mi ricordavo quanto fosse un privilegio poter vivere il lavoro dei miei sogni e inseguire qualcosa che nessuno era mai riuscito a fare prima".

quel test diceva la verità

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"Il record era già fatto due settimane prima della gara. Insieme a José, il mio mental performance coach, e a tutto il team abbiamo passato due ore davanti a una lavagna a definire ogni passaggio della gara, dopo mesi di calcoli. Ma poi l'ho messa via. Avevo corso a quel ritmo talmente tante volte che ormai era il mio". L'obiettivo era uno: rendere tutto naturale, conosciuto e interiorizzato quando sarebbe arrivato il momento decisivo. "Dietro c'erano tantissimi calcoli. Ma durante la gara era tutto molto semplice. Uno sguardo veloce ai tempi. E subito di nuovo concentrato sulla corsa. La gara non è stata così dura, ne ho corse di peggio". Prima, però, c'erano stati dubbi e fatica. Kerr doveva convincere il suo corpo che un passo mai tenuto prima potesse diventare possibile. Aveva anche un problema preciso: intorno ai 300-400 metri delle ripetute sugli 800, appena si rilassava, i metri rimanenti gli sembravano interminabili. Ad aprile chiamò il suo mental performance coach, vagamente scoraggiato. "Josh, credo in questa impresa più di quanto ci creda tu in questo momento". La fiducia che serviva. Anche il famoso test sui 1200 metri, quello che convinse tutti che il record fosse possibile, gli lasciò una sensazione inattesa: corse in 2'42"45, oltre cinque secondi più veloce del passaggio di El Guerrouj nel suo record del 1999. "Avrei voluto che fosse stato più duro. Volevo che sembrasse reale". José gli rispose con una domanda destinata a cambiare tutto "E se invece fosse semplicemente facile?". E a Londra è andata così: "Sentivo che era tutto giusto, che era il mio ritmo".

sensazioni

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Kerr ripeté quella stessa frase anche al compagno Brannon Kidder pochi istanti prima della partenza. Kidder gli chiese se allora dovesse impostare un ritmo "facile". Un mezzo disastro: stavano per partire al ritmo più veloce mai corso nella storia. Poi il via. Kerr entra nel flusso della gara, le lepri lo portano nel punto giusto (anche se escono 200 metri prima del previsto). Quel ritmo, ormai, lo aveva interiorizzato. "Qualunque emozione arriva, la accogliamo. E poi scorre via. Ai 150 metri dall'arrivo non stavo più combattendo contro il mio corpo. È stato come uscire da me stesso, come se mi guardassi correre da fuori. Il corpo conosceva perfettamente quel ritmo. Mi stavo semplicemente divertendo". Il lavoro dell'atletica di altissimo livello è sempre più tecnologico e scientifico. Ogni dettaglio viene misurato, analizzato e ottimizzato. Ma, secondo Kerr, c'è ancora una qualità che nessun sensore o test può sostituire: le sensazioni. "Quando sei giovane, la cosa fondamentale è imparare a conoscere i propri ritmi attraverso le sensazioni, non attraverso i test del lattato. Dovresti essere capace di correre un 400 metri e sapere il tempo con uno o due secondi di margine. Interiorizzare la percezione dello sforzo è una qualità essenziale".

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ispirazione

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Ma alla fine, per chi si fa tutto questo? "Lo sto facendo per il Josh di otto o nove anni. Quello che, nelle sere buie, andava al Meadowbank Stadium con i genitori che lo accompagnavano in macchina. Quello che sedeva sugli spalti con un sogno. È per lui che l'ho fatto. Ed era questo il messaggio che volevo arrivasse. A chi oggi ha bisogno di ispirazione. Perché tutti, prima o poi, devono iniziare da qualche parte. Ed era importante che questo passasse". E quando, nell'ultimo giro, vide il passaggio ai 1500 in 3'27"7, capì che il record era ormai suo. Gli restava soltanto una cosa da fare: "Dovevo solo portare il sedere fino al traguardo".

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