Clostridium difficile: cos'è, i sintomi e quando è letale
Il Clostridium difficile è uno dei batteri più temuti in ambito ospedaliero e la sua incidenza è in aumento, soprattutto tra i pazienti anziani
Il Clostridium difficile è uno dei batteri più temuti in ambito ospedaliero e la sua incidenza è in aumento, soprattutto tra i pazienti anziani
Daniele Particelli 24 luglio - 14:09 - MILANOIl suo nome non è molto conosciuto al grande pubblico, ma il Clostridium difficile è ancora oggi uno dei batteri più temuti in ambito ospedaliero e una delle principali cause di diarrea grave nei pazienti ricoverati nei Paesi industrializzati, come l'Italia. Come spesso accade, è la cronaca nera a puntare i riflettori su questo batterio, presumibilmente legato alla morte di un bambino di 18 mesi all'ospedale di Catanzaro e al ricovero di altri quattro suoi compagni di asilo nido.
I dati, però, ci dicono che si tratta di un problema destinato a preoccupare maggiormente nei prossimi anni. Secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità, che cita uno studio pubblicato sul Journal of Global Health, l'incidenza globale delle infezioni da C. diff è di 2,2 casi ogni 1.000 ricoveri e 3,5 casi ogni 10.000 giorni-paziente. Negli ultimi decenni, però, si è registrato un aumento dei casi e, soprattutto, della loro gravità e della mortalità associata, soprattutto nei pazienti anziani. Ma cos'è il Clostridium difficile, come si trasmette e quando può diventare letale?
Cos'è e come si trasmette
—Il Clostridium difficile è un batterio anaerobio Gram-positivo, normalmente presente in piccole quantità nella flora batterica intestinale e vaginale. Il problema nasce però quando il batterio riesce a moltiplicarsi in modo incontrollato, producendo delle tossine che danneggiano la mucosa dell'intestino.
VIDEO: Malattia X, cos'è e perché è una priorità per l'OMSLa trasmissione avviene principalmente per via fecale-orale. Il batterio si può contrarre toccandosi bocca, naso o occhi dopo aver maneggiato oggetti o superfici contaminate con feci di persone infette, ma l'elemento che rende il C. diff particolarmente insidioso è la sua capacità di sopravvivere per lunghi periodi su oggetti e superfici, resistendo anche a molti comuni disinfettanti.
Come accade per altre infezioni, lo strumento più efficace che abbiamo per difendersi è la prevenzione: lavarsi accuratamente le mani dopo aver usato il bagno e prima di mangiare e assicurarsi che i servizi igienici siano igienicamente sicuri, soprattutto se sono stati usati da persone con diarrea.
I sintomi, dalla diarrea alla colite grave
—I sintomi dell'infezione da C. diff possono variare da forme lievi a quadri clinici più seri, ma il segnale più caratteristico è la diarrea acquosa, con almeno tre episodi al giorno per due o più giorni. Spesso compaiono anche febbre, perdita di appetito, nausea e dolori addominali, mentre nei casi più gravi si può sviluppare una colite, che può progredire fino alla colite pseudomembranosa, la forma più severa caratterizzata da febbre, nausea e diarrea intensa, tipicamente associata all'uso di antibiotici.
Gli esperti sottolineano che gli antibiotici, spesso grandi alleati contro le invenzioni, qui potrebbero fare peggio: alterando l'equilibrio della flora batterica intestinale, gli antibiotici possono ridurre i batteri "buoni" che normalmente tengono sotto controllo il C. diff, creando così le condizioni affinché questo si moltiplichi in modo incontrollato e produca le sue tossine necrotizzanti. Ecco perchè le persone sottoposte a un uso prolungato di antibiotici sono particolarmente a rischio.
VIDEO: Malattia X, cos'è e perché è una priorità per l'OMSCome si cura?
—Per le infezioni da C. diff esistono degli antibiotici specifici, dal metronidazolo per i casi lievi alla vancomicina o la fidaxomicina per i casi più gravi. Il trattamento deve essere assunto per via orale per un minimo di dieci giorni e, quando possibile, altri antibiotici in corso dovrebbero essere sospesi per favorire il ripristino della flora intestinale. La terapia, però, non è sempre risolutiva: l'infezione può essere recidiva in circa il 20% dei pazienti, e per questo in alcuni casi possono essere necessari dei cicli terapeutici ripetuti.
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