Juantorena jr: "Il soprannome, due ori impossibili, la malattia e le scarpe regalate. Ecco chi è mio padre"
A 50 anni dalla doppietta ai Giochi di Montreal il figlio del "Caballo" racconta: "Da tre anni mio padre non sta bene, vorrebbe raccontare le sue imprese ma non ci riesce. A Montreal nel 1976 non doveva correre gli 800, l’allenatore decise 3 mesi prima, poi fece una doppietta storica. E pensare che all'inizio voleva giocare a basket..."
A 50 anni dalla doppietta ai Giochi di Montreal il figlio del "Caballo" racconta: "Da tre anni mio padre non sta bene, vorrebbe raccontare le sue imprese ma non ci riesce. A Montreal nel 1976 non doveva correre gli 800, l’allenatore decise 3 mesi prima, poi fece una doppietta storica. E pensare che all'inizio voleva giocare a basket..."
Sergio Arcobelli Giornalista 25 luglio - 09:36 - MILANOQuando El Caballo si fece leggenda. Cinquant’anni fa, ai Giochi di Montreal, Alberto Juantorena conquistò l’oro nei 400 e negli 800, una doppietta mai riuscita alle Olimpiadi. Oggi Juantorena convive con una malattia degenerativa che gli impedisce di raccontare quei ricordi. A custodirli è il figlio Alberto Juantorena Jr, ex decatleta di buon livello, che da Miami ripercorre l’impresa che cambiò per sempre la storia dello sport.
Alberto Juantorena Ex atleta Nato il 21 novembre 1950 a Santiago di Cuba, ha vinto l’oro olimpico nei 400 e 800 a Montreal 1976, impresa mai realizzataAlberto, come sta oggi suo padre?
"Purtroppo non bene. Ha 75 anni e dal 2023 è malato. Vorrebbe raccontare quello che ha vissuto, ma ormai non ci riesce più".
Eppure quella storia continua a emozionare. La doppietta di Montreal è diventata iconica.
"Sì, anche perché c’è un dettaglio che pochi conoscono: mio padre non avrebbe dovuto correre gli 800 a quell’Olimpiade".
Davvero? Perché?
"Perché lui era un quattrocentista. Nel triennio precedente, dal 1973 al 1975, aveva corso esclusivamente i 400. Gli 800 non erano nei programmi".
Chi cambiò il destino?
"Il suo allenatore, il polacco Zygmunt Zabierzowski. In allenamento faceva correre mio padre anche con i mezzofondisti e intuì che poteva vincere pure gli 800".
Quando glielo rivelò?
"Tre mesi prima dell’Olimpiade. Mio padre rimase senza parole. La sua risposta fu immediata: 'Che cosa? No, è una pazzia'".
Aveva ragione a dubitare.
"Eccome. Gli 800 erano addirittura prima dei 400. Continuava a ripetere che era una follia. L’allenatore però gli disse una frase decisiva: 'Se ti fidi di me, vinceremo'. Alla fine accettò".
Perché quella doppietta sembrava impossibile?
"Perché i 400 e gli 800 sono due mondi diversi: la velocità e il mezzofondo. Nessuno pensava che si potessero vincere entrambe le gare".
E invece, sul doppio giro, arrivò addirittura il record del mondo.
"Negli 800 corse batteria, semifinale e finale in tre giorni di fila. In finale, il 25 luglio (oggi 50 anni fa; ndr), batté Ivo Van Damme e Rick Wohlhuter, che erano i favoriti. Vinse in 1’43”50 facendo il record mondiale e togliendolo al vostro Marcello Fiasconaro".
Dopo uno sforzo del genere tutti pensarono che fosse finita.
"I giornali nordamericani scrissero: 'The horse must be tired'. Il Cavallo sarà stanco".
Non lo era.
"No, vinse anche i 400 in 44”26. Quel 29 luglio superò due americani (Newhouse e Frazier; ndr) dopo aver disputato altri tre turni di gara in tre giorni. E non era ancora finita".
Cos’altro fece?
"Corse anche la frazione conclusiva della 4x400. Cuba arrivò settima, ma lui scese in pista sette volte in quei Giochi. Oggi sembra quasi impossibile immaginare un programma del genere".
Che cosa trovò al ritorno a Cuba?
"Un Paese intero ad aspettarlo. Abitava ancora con mia madre e con i miei nonni. Davanti a casa c’era una folla enorme. Tutti volevano conoscerlo".
Era diventato un eroe nazionale.
"Dopo la Rivoluzione era stato il primo campione dello sport cubano insieme al pugile Teófilo Stevenson. Ha trasmesso l’idea del 'Sí se puede'".
Qual è l’eredità più grande che ha lasciato?
"Ancora oggi, quando un bimbo corre forte, a Cuba si dice: 'Guarda come corre... sembra Juantorena'. Non c’è riconoscimento più bello".
Lei ha scelto di seguire le sue orme.
"Inevitabile. Ho iniziato con il salto in alto insieme a Javier Sotomayor, poi sono passato al decathlon".
È arrivato fino ai Mondiali.
"Per una ragione molto precisa".
Quale?
"Nel 1983, a Helsinki, mio padre era tra i favoriti degli 800 ai primi Mondiali della storia. Dopo la batteria inciampò sul cordolo, si lesionò una caviglia e fu portato via in barella. La sua carriera finì lì".
Ha cercato di completare quella storia?
"Sì, ci sono riuscito a Osaka nel 2007 (chiuse 18°; ndr). Ci abbracciammo forte alla fine".
Che padre è stato Alberto Juantorena?
"Un uomo semplice. A Cuba era famoso come Bolt in Giamaica, ma si sedeva a giocare a domino con chiunque. Se vedeva qualcuno scalzo, si toglieva le scarpe e gliele regalava. Era cresciuto nella povertà e non l’ha mai dimenticato".
Per tutti era El Caballo. Lei come lo ricorda?
"Io ricordo soprattutto il suo stile: sembrava che non facesse fatica. Era l’elegante della pista".
Fuori dagli stadi, la sua vita è stata intensa.
"Dopo la separazione da mia madre nel 1996, papà si è risposato e ha avuto altri figli. In totale ne ha sette. Il più piccolo ha dodici anni".
Nella vostra famiglia lo sport è una tradizione.
"Sì, c’è anche mio cugino Osmany Juantorena, il pallavolista che è diventato italiano e ha giocato nella vostra Nazionale. Siamo molto legati".
E pensare che nel caso di suo padre tutto iniziò quasi per caso.
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"Già. Lui voleva giocare a basket. Poi Zabierzowski lo vide correre con le scarpe da cestista e capì subito di avere davanti un fenomeno. In sei mesi lo portò fino all’Olimpiade del 1972, dove mancò la finale per 5 centesimi. Quattro anni dopo, a Montreal, fece il botto".
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