Antonelli: "Abbraccio tutti, faccio scherzi... Ecco come ho italianizzato la Mercedes"
Il campione si confessa: "Non penso al titolo. Bisogna soltanto guardare gara dopo gara"
Il campione si confessa: "Non penso al titolo. Bisogna soltanto guardare gara dopo gara"
Giulia Toninelli Giornalista 25 luglio 2026 (modifica alle 12:25) - MILANO"Ma che, secondo voi la scodata finale potevo non farla proprio a Spa?". Andrea Kimi Antonelli ride, negli occhi tutta la bellezza dei suoi 19 anni, provando a giustificare il guizzo all’ultima curva del Gran Premio del Belgio con cui è andato a festeggiare il suo sesto successo stagionale, conquistato di forza e maturità tra le insidie dell’Università della Formula 1. È un’abitudine che ha accompagnato Kimi in tutta la sua carriera, dai kart fino alla massima serie: concedersi “un traverso” di festeggiamento all’ultimo giro di una gara prima della vittoria. Antonelli ha imparato a farli quando non aveva ancora 9 anni ed era alto appena un metro e 30, piccolo, troppo piccolo per stare seduto correttamente alla guida. "Allora mettevamo sotto il sedile un po’ di giacche e cuscini", racconta Marco Baroncini, direttore dell’Università del traverso di Livigno, dove Kimi ha iniziato. "Lui si divertiva come un pazzo, non voleva più scendere e da quel momento celebra un successo in pista sempre così, con una scodata finale".
Kimi ha due lati. Lo vedete ridere e fare scherzi, ma quando lavora...
Toto Wolffha due lati
—Ed è così che in casa Mercedes, anche oggi che quell’ex bambino con la passione per la velocità guida il Mondiale di Formula 1, a Kimi è concesso il lusso di festeggiare con una ragazzata, un lampo di divertimento al centro di un lavoro duro, costante e mirato nella lunga lotta al titolo iridato che lo vede al momento favorito per il successo finale. Il team principal della Mercedes, Toto Wolff, l’uomo che ha scelto di credere nel talento di Kimi quando aveva solo 12 anni, lo sa meglio di chiunque altro: "Kimi ha due lati. Lo vedete ridere e fare scherzi a tutta la squadra, è il suo lato più giovane e fa bene allo spirito di tutti avere a che fare con lui, ma quando lavora con gli ingegneri è un vero professionista, non lascia niente al caso". Perché il talento, quello che fin dai primi anni sui kart è stato evidente in Kimi, da solo non basta. Serve dedizione e forza, carattere e resistenza, elementi che Antonelli ha acquisito negli anni, anche grazie a una prima stagione in Formula 1 che gli ha fatto capire quanto potesse essere duro l’impatto con una realtà inseguita per tutta la vita: "È come se avessi imparato quello che si impara in cinque anni in uno solo", ricorda Antonelli. "Debuttare subito in un top team non è facile, la pressione era tantissima e c’è stato un periodo dell’anno in cui le cose non sono andate bene. Ho pianto, mi sono interrogato su me stesso, sulle mie capacità, ma ho capito anche come gestire le mie emozioni e non sarei il pilota che sono oggi se non fosse stato per quello che ho attraversato".
l'ingengnere sorpreso
—Ma che pilota è, oggi, quel ragazzo arrivato dal nulla per cambiare le gerarchie della F.1? Chi c’è dietro ai record e ai numeri che sta riscrivendo di gara in gara? "Un pilota che vuole sempre essere il più veloce", rivela papà Marco Antonelli, che di Kimi è stato primo maestro e mentore. "Ama il motorsport, dalle monoposto alle categorie Gt, più di qualsiasi altra cosa. Pensa solo a quello, e non perché deve, ma perché è ciò che ama fare". È cresciuto così, correndo sotto le tende dei paddock di tutta Europa, seguendo papà Marco e mamma Veronica impegnati nella gestione del team Antonelli Motorsport, e capendo presto, prestissimo, quanta complessità risieda dietro alla velocità.
Kimi insieme al suo capotecnico Peter Bonningtoncarattere estroverso
—Non è solo questione di vincere da soli, di tagliare il traguardo per primi, è il gruppo che definisce il successo nel motorsport, ed è a quello che Kimi si è attaccato in questi due anni con Mercedes in Formula 1, sfruttando la semplicità di un carattere estroverso e caloroso, che inizialmente ha colpito gli stessi membri del team britannico: "Loro sono molto inglesi", ha spiegato ridendo il bolognese. "Non erano abituati a uno come me. Io abbraccio tutti, faccio scherzi, mi faccio notare, diciamo che sono molto molto italiano e ho italianizzato un po’ la squadra con il mio arrivo". Atteggiamento che, in breve tempo, ha conquistato anche il suo ingegnere di pista, Peter Bonnington, che nel 2025 ha accettato la sfida di seguire l’ingresso di Kimi in F.1 dopo aver lavorato con campioni del calibro di Lewis Hamilton e Michael Schumacher. "Lui ha qualcosa che mi ricorda loro", aveva confessato “Bono” al via della stagione. "Deve sicuramente ancora crescere tantissimo, ma è la sua mentalità a stupirmi, perché è quella che definisce un grande pilota".
Lui ha qualcosa che mi ricorda loro
Peter Bonningtonla superstizione
—Un modo di essere che passa attraverso la caparbietà, quella che Kimi ha dimostrato quest’anno nei tre weekend di gara difficili arrivati dopo i suoi cinque successi consecutivi: due zeri in tre GP per problemi di affidabilità non hanno fermato l’entusiasmo del pilota, che per primo ha rassicurato la squadra, invitandola a non perdere l’entusiasmo davanti a un Mondiale ancora tutto da vivere. Ci ha pensato Spa-Francorchamps: il successo di Kimi di domenica scorsa, arrivato al termine di una gara in cui ancora una volta la sfortuna poteva compromettere il finale del suo Gran Premio, ha rimesso l’italiano largamente in testa al Mondiale, con un vantaggio passato dai 25 punti con cui era arrivato in Belgio ai 45 su Lewis Hamilton con cui ha lasciato il paddock al termine del decimo appuntamento stagionale. Una supremazia che gli permetterà di chiudere la prima parte della stagione da leader del Mondiale dopo l’ultimo appuntamento prima dell’estate, quello in programma questo weekend in Ungheria: "Ma io non penso al titolo", assicura in ogni occasione possibile Kimi. "Un po’ perché sono molto superstizioso, e odio quando dicono che sono il candidato più titolato a vincere, e un po’ perché semplicemente non ragiono così. Il motorsport non funziona in questo modo, bisogna pensare di gara in gara. A me piace correre e vincere, tutto qua. Penso solo a questo". Un approccio che sta pagando nel corso del lungo campionato per il talento italiano, dominante grazie ai sei successi su dieci Gran Premi disputati contro i due vinti dal compagno di squadra George Russell, e i due dalla Ferrari, uno con Lewis Hamilton e uno con Charles Leclerc.
Kimi Antonelli Quest'anno ha vinto 6 gare su 10 disputate.pelle d'oca per l'inno
—Per Kimi, però, più dei record che ogni fine settimana sta riscrivendo, da quello del più giovane pole-man della storia della Formula 1 a quello del più giovane leader del Mondiale, conta ciò che prova dal gradino più alto del podio: "L’orgoglio più grande per me è portare in alto la bandiera tricolore. Tutte le volte che sono là, con il trofeo tra le mani e sento suonare l’Inno di Mameli mi viene la pelle d’oca". Sensazioni che Kimi vive con un sentimento di gratitudine personale, consapevole di aver regalato al suo Paese un sogno che da decenni non esisteva. Grazie alla vittoria in Belgio, Antonelli è diventato infatti il secondo pilota più vincente della storia italiana, a pari merito con Riccardo Patrese e, davanti a questo diciannovenne che sembra avere ancora tutto da dire, ora resta soltanto il nome del mito, dell’uomo che per due stagioni ha fatto vincere l’Italia in Formula 1: Alberto Ascari. In un mondo diverso, senza Gran Premi in diretta e colori, Ascari era simbolo di un motorsport tricolore che non pensavamo di poter rivedere. Tredici successi, tantissimi per la Formula 1 di allora. A suggellare un mito che resiste al tempo. Lui, prima di Kimi, l’ultimo italiano a vincere il Gran Premio di Spa, tra le curve che circondano la foresta delle Ardenne conservando lo stesso fascino di allora, impermeabile al cambiare dei tempi, dei protagonisti e delle vetture che corrono sul suo asfalto. "Amo il passato della F.1, ne sono molto affascinato e appassionato, ma non voglio paragoni con altri campioni", chiarisce Antonelli. "Perché cerco solo di scrivere la mia storia, e sento di essere soltanto all’inizio". Maturità e consapevolezza, al centro di un viaggio che è appena iniziato e che già porta la firma dei successi di Kimi su piste eterne come Suzuka, Monaco e, adesso, anche Spa-Francorchamps. Imprese enormi, spaventose, infinitamente più grandi dei diciannove anni che Antonelli si porta addosso. Ma vissute così, come solo lui sembra oggi riuscire a fare: con la maturità di un veterano e la voglia di divertirsi di un bambino alto un metro e trenta che fa i traversi nella neve.
Leggi anche Airbus A350-1000 Ulr, volo da record: da Tolosa a Melbourne senza scalo in 19 oreMondiali di Hong Kong: Italia sicura di due medaglie con Macchi e Rizzi© RIPRODUZIONE RISERVATA