Ambra Sabatini: "Io, perfettamente imperfetta. Ecco, correre oggi significa questo"
La Gazzetta dello Sport

Ambra Sabatini: "Io, perfettamente imperfetta. Ecco, correre oggi significa questo"

Giovedì 30 luglio 2026
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L'atleta delle Fiamme Gialle sta lavorando al Centro di Preparazione Olimpica Aquagrande 1816 di Livigno: "Sono maniacale nel recupero post allenamento. Qui sto trovando tutto quello che mi serve"

L'atleta delle Fiamme Gialle sta lavorando al Centro di Preparazione Olimpica Aquagrande 1816 di Livigno: "Sono maniacale nel recupero post allenamento. Qui sto trovando tutto quello che mi serve"

Pietro Razzini 30 luglio 2026 (modifica alle 14:40) - LIVIGNO

La strada verso i prossimi traguardi passa da Livigno. Tra allenamenti in altura, sedute in pista e lavoro fisico, Ambra Sabatini sta preparando il suo futuro a medio e lungo termine, per essere ancora una volta tra le protagoniste dell'atletica paralimpica mondiale. Del resto, il suo palmarès parla da solo: l'oro nei 100 metri alle Paralimpiadi di Tokyo, il record del mondo nella categoria T63 e una serie di medaglie internazionali che l'hanno consacrata tra le velociste più forti di questi anni. Ma dietro quei risultati c'è molto più dei cronometri e dei podi. C'è la storia di una ragazza che, dopo il grave incidente stradale del 2019, ha scelto di ricominciare proprio dalla corsa, trasformando una delle prove più dure della sua vita nella spinta per diventare un simbolo di talento, determinazione e rinascita: “Prima correre era qualcosa 'che facevo'. Adesso è il modo in cui dico chi sono. Dopo il 2019 ho dovuto reimparare tutto: l'equilibrio, la spinta, il rapporto con il mio corpo. In questo processo ho capito che la corsa aveva solo cambiato forma. Ho un tatuaggio che dice 'perfettamente imperfetta'. Ecco, correre oggi significa questo”.

Ambra Sabatini durante un recente allenamento a Livigno

Nei 100 metri ogni dettaglio può fare la differenza: qual è il particolare tecnico che può trasformare una buona gara in una gara perfetta?

“La transizione. Nella mia categoria, la partenza e i primi metri sono la parte più complicata perché la protesi non risponde come una gamba: devo costruire l'accelerazione con una gestione degli appoggi molto precisa, senza avere fretta di alzarmi. Il momento in cui una buona gara diventa una gara giusta è quando il passaggio dalla fase di accelerazione alla fase lanciata avviene senza uno strappo, senza che io 'decida' di alzarmi ma lasciando che succeda. Con Fabrizio Mori stiamo lavorando in questa direzione: stiamo sperimentando una partenza diversa per farmi arrivare meglio nella parte centrale. Si parla di centesimi. Ma nei 100 metri i centesimi sono tutto”.

Il suo record mondiale, sotto i 14 secondi, è stato un momento storico. Quando ripensa a quel risultato, quale immagine le torna alla mente?
“Il tabellone. La prima cifra che non era il 14. Ci ho messo qualche secondo a capire che quel numero era mio. Poi mi ricordo di aver cercato le persone sempre al mio fianco in tribuna: quello è un riflesso automatico. È proprio vero: i limiti che ci poniamo su noi stessi sono spesso più bassi rispetto a ciò che realmente potremmo fare”.

Tokyo 2021 è stata una Paralimpiade indimenticabile: vincere un oro quanto ha cambiato la sua mentalità?

“Ero arrivata in Giappone due anni dopo l'incidente, con la sensazione di essere una persona che stava recuperando qualcosa. La medaglia mi ha tolto quella sensazione, facendomi sentire un’atleta. È stato un cambio di identità più che di mentalità. Nel prosieguo della mia carriera ho vissuto sulla mia pelle anche l’opposto: il rischio di costruire tutto sul raggiungimento di una medaglia che poi non si riesce a conquistare. Oggi non vivo più con l'ossessione dei metalli. Resto competitiva, resto una sportiva che vuole vincere, ma ho capito quanto sia importante godersi il percorso”.

Seguendo questa risposta, quanto è stato difficile ripartire dopo la finale di Parigi 2024?
“Sicuramente Difficile: non avrebbe senso raccontarla diversamente. Cadere a pochi metri dal traguardo, in quella gara, davanti a tutti, è stato durissimo da digerire. Ci ho messo mesi a voltare pagina. Mi hanno aiutata la mia famiglia e le persone attorno a me. E mi ha aiutata soprattutto rimettere tutto in discussione: ho cambiato allenatore (ha chiamato Fabrizio Mori subito dopo la manifestazione in Francia, ndr), mi sono trasferita a Livorno e ho aggiunto il salto in lungo. É stato ciò che mi ha ridato curiosità: una disciplina nuova, in cui sono ancora all'inizio e posso concedermi degli errori. Avevo bisogno di essere di nuovo una principiante”.

Parigi 2024 le ha regalato, però, anche il ruolo di portabandiera: che emozione è stata rappresentare tutta l'Italia?

“Ho ricevuto il tricolore dal Presidente Mattarella: ho capito subito che non riguardava solo me. Per qualche minuto, non sono stata un'atleta con la sua gara e i suoi obiettivi ma parte di un Paese intero. Ho pensato ai ragazzi e alle ragazze che vivono in uno stato fisico simile al mio e che in quel momento erano davanti alla televisione. È il tipo di responsabilità che ti fa sentire piccola e grande insieme. Un’emozione difficile da raccontare in tutte le sue sfaccettature”.

Come si costruisce la concentrazione prima di una gara importante?
“Ho una routine, sempre uguale: stessi tempi di riscaldamento, stessa sequenza, cuffie fino all'ultimo momento utile. E poi ci sono le trecce. Ormai sono il mio marchio di fabbrica, la gente mi riconosce per quelle, ma non è una scelta estetica: con quella preparazione arrivano calma e concentrazione. Sono gesti ripetitivi, meccanici: la testa trova equilibrio. L'altro momento importante è quando sistemo la protesi prima di andare in pedana di chiamata: è un gesto tecnico ma è anche il segnale che, da lì in poi, si fa sul serio. Poi cerco sempre di isolarmi per un paio di minuti. Ho imparato che la concentrazione non si costruisce negli istanti precedenti la gara ma negli allenamenti”.

"In questo periodo è a Livigno per un raduno: come sta organizzando il lavoro in altura?

“Siamo ad AQ1816, il centro di preparazione olimpica a 1.816 metri di quota. Attenzione, però: per una velocista l'altura ha un valore diverso rispetto ai fondisti. Io non vengo qui a cercare adattamenti da mezzofondo. Vengo a cercare qualità. L'aria più rarefatta offre meno resistenza e sulle andature veloci è una sensazione che gli atleti che fanno la mia disciplina riconoscono subito. E poi c'è il clima: a luglio permette di lavorare in maniera intensa senza il caldo della Toscana”.

Qual è il valore aggiunto?
“C'è una pista nuova a sei corsie: posso fare velocità e lungo senza spostarmi. C'è la palestra, c'è la piscina olimpica, c'è tutta l'area wellness per il recupero. Finisco la seduta e nel giro di pochi minuti sono già nella fase di scarico. Per chi come me deve stare molto attenta a come gestisce il corpo, è un vantaggio enorme. Inoltre qui sono in una bolla, non ho distrazioni: incrocio atleti e squadre che arrivano da altre zone del mondo: l'attenzione mentale si alza automaticamente. Con Fabrizio abbiamo strutturato il raduno mettendo più volume nella prima parte e, a seguire, la ricerca di ritmo gara”.

Quali sono gli obiettivi attuali?

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“Il 2026 per me è un anno di costruzione: non c'è il grande appuntamento. É l'anno giusto per cambiare pelle. Sui 100 metri l'obiettivo è validare la nuova partenza in gara, non solo in allenamento. Nel lungo abbiamo costruito una base con salti oltre i cinque metri, che a livello internazionale sarebbe già una misura da podio. La tecnica di rincorsa, tuttavia, è tutta da sistemare: ogni gara è un test. Mi piacerebbe chiudere la stagione con qualche misura che mi dica che la strada è giusta. Poi il vero orizzonte sono i Mondiali 2027 in Uzbekistan e, da lì, Los Angeles 2028”.

Alimentazione e recupero sono diventati aspetti fondamentali nello sport moderno: come gestisce questi elementi nella sua routine?
“Cerco regolarità: mangio in modo equilibrato, seguita da professionisti, senza ossessioni e senza rinunciare a vivere. Sono livornese d'adozione: il '5 e 5', il panino con la torta di ceci, resta una delle gioie della vita e non ho nessuna intenzione di negarmelo. Sul recupero, invece, sono maniacale. Il sonno prima di tutto. Poi fisioterapia costante, lavoro in acqua e mobilità. Qui a Livigno ho a disposizione piscina e area wellness a pochi passi dalla pista. Recuperare bene permette di allenarmi al massimo il giorno dopo: solo così si può fare la differenza. Ho imparato che il recupero non è il tempo in cui non ci si allena. È allenamento anche quello”.

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