50 anni fa l’incidente di Lauda: i protagonisti del salvataggio
È trascorso mezzo secolo dal giorno in cui il Nürburgring si trasformò in un inferno, con la Ferrari del campione austriaco semidistrutta in un incidente: furono quattro i piloti che lo salvarono dalle fiamme, correndo enormi rischi. Ecco chi erano e che cosa fecero
È trascorso mezzo secolo dal giorno in cui il Nürburgring si trasformò in un inferno, con la Ferrari del campione austriaco semidistrutta in un incidente: furono quattro i piloti che lo salvarono dalle fiamme, correndo enormi rischi. Ecco chi erano e che cosa fecero
Emilio Deleidi 31 luglio - 08:02 - MILANO I piloti intorno alle vetture incidentate che avevano urtato la FerrariSono passati cinquant’anni da quel fatidico 1° agosto del 1976, quando, intorno alle 14.27, al secondo giro del Gran Premio di Germania disputato sulla Nordschleife del Nürburgring, la Ferrari 312 T2 di Niki Lauda si schiantava contro il guard-rail, carambolava, veniva urtata da altre monoposto e prendeva fuoco. Mezzo secolo di corse, ma le immagini di quel drammatico momento, sfocate e terribili, con la monoposto che va in pezzi, brucia e viene centrata dalle altre vetture, sono ancora tra le più viste della storia delle competizioni. A restare impresse nella memoria collettiva sono anche le figure dei piloti che, scesi dai rottami delle loro monoposto, si affannano intorno al campione austriaco per cercare di estrarlo dalle fiamme, prima ancora che i pochi commissari di percorso presenti riescano a intervenire. A salvare Lauda sono stati, infatti, quattro piloti: Arturo Merzario, cui tutti riconoscono il merito di essere stato decisivo in quei drammatici frangenti, l’inglese Guy Edwards, l’austriaco Harald Ertl e l’americano Brett Lunger. Driver non di primissimo piano, anzi forse comprimari nella Formula 1 di quel tempo che consentiva di scendere in pista anche a chi disponeva di risorse limitate, ma che in quell’occasione misero in mostra coraggio e determinazione non comuni. Edwards riuscì a evitare miracolosamente la Ferrari, si fermò a bordo pista, cercò di avvisare gli altri piloti che sopraggiungevano del pericolo e si avvicinò a Lauda, avvolto dalle fiamme; Lunger urtò la 312 T2 con la sua Surtees, ma riuscì a scenderne e si avventò a sua volta sulla Rossa per prestare soccorso; anche Ertl distrusse la sua Hesketh contro la vettura di Maranello, ma prese un estintore dei commissari e lo scaricò sulla monoposto; Merzario rimase lucido, infilò le mani nell’abitacolo della vettura e, con l’aiuto degli altri, riuscì a estrarre Niki, che frattanto aveva respirato fumi tossici e si trovava in condizioni disperate.
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Arturo Merzario, protagonista del salvataggio di Laudapoker d'assi
—Furono, dunque, quei quattro "cavalieri che fecero l’impresa", salvando la vita a Lauda intervenendo prima dei commissari di percorso; il destino, però, non è stato gentile con uno di loro. Ertl, che aveva alle spalle una discreta carriera nelle formule minori e in gare Turismo e una decina di Gran Premi di F1 (aveva debuttato in Germania esattamente un anno prima), sarebbe infatti morto il 7 aprile del 1982, all’età di soli 33 anni, nello schianto di un piccolo aereo (un Beechcraft Bonanza, pilotato dal cognato), sul quale viaggiava insieme alla sua famiglia; al disastro, che costò la vita a quattro delle sei persone a bordo, sopravvissero la moglie di Ertl, Vera, e il figlio Sebastian, all’epoca di soli tre anni. Le cose sono andate meglio agli altri salvatori di Lauda, a partire da Arturo Merzario, oggi brillante ottantatreenne, sempre sulla breccia tra presenze a eventi e partecipazioni a trasmissioni televisive, e da Guy Edwards, la cui carriera è proseguita nel mondo delle sponsorizzazioni per il motorsport fino alla recente scomparsa, avvenuta all’età di 83 anni. Meno conosciute, ma curiose, sono le vicende personali di Brett Lunger, tornato a vivere negli Stati Uniti dopo le sue esperienze in Formula 1.
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Brett Lunger, 81 anni, è oggi un consulente motivazionale negli Usadal vietnam a monza
—Brett Lunger era infatti un ex marine americano, che aveva combattuto in Vietnam, cosa che, come avrebbe raccontato anni dopo, forse gli fu d’aiuto al momento dell’incidente, avendo acquisito sul campo la dote di reagire rapidamente alle situazioni impreviste, contando solo sulle proprie capacità e su quanto aveva imparato durante l’addestramento effettuato a Quantico, in Virgina. Nato nel 1945 a Wilmington, nel Delaware, Brett era, come si suol dire, di buona famiglia, appartenendo sua madre Jane du Pont alla dinastia dei Du Pont, titolari dell’omonima azienda chimica, mentre suo padre Harry W. Lunger era un importante uomo d’affari. La sua brillante carriera all’università di Princeton, però, si era interrotta nel 1965, quando Lunger aveva improvvisamente deciso di arruolarsi nei Marines per servire il proprio Paese: con il grado di tenente, guiderà un plotone di fanteria in Vietnam, trovandosi in situazioni di combattimento. Tornato in patria, Lunger cerca di coronare la sua passione per le corse d’auto, prima guidando delle Corvette e delle vetture Can-Am, poi mettendosi in mostra nella Formula A americana, infine cimentandosi con le monoposto di Formula 5000, anche in Gran Bretagna. Dopo qualche esperienza in Formula 2, arrivò la grande occasione di debuttare nel Gran Premio di Germania, nell’agosto del 1975, con una Hesketh-Ford 308; l’anno successivo, quello dell’incidente di Lauda, riuscirà a guidare una Surtees-Ford TS19 e una March-Ford 761, mentre nel 1977 e 1978 scenderà in pista con delle McLaren-Ford, prima una M23, poi una M26; finirà la carriera in F1 disputando il GP degli Stati Uniti-Est a Watkins Glen nel 1978, al volante di una Ensign-Ford N177. Nelle 34 gare di F1 alle quali prese parte, Lunger ottenne come miglior risultato un settimo posto assoluto, conquistato nel GP del Belgio del 1977 disputato a Zolder; per un certo periodo, i suoi sforzi furono sostenuti dall’azienda di sigarette Chesterfield, alla quale era arrivato grazie alle sue amicizie nel mondo industriale americano. Chiusa la parentesi sportiva, Brett si dedicherà a tutt’altro, entrando a far parte degli Angel Flight, una rete di piloti d’aereo volontari consacrati ai voli umanitari, riservati soprattutto al trasporto di bambini affetti da gravi patologie e di veterani di guerra residenti in zone rurali, lontane dai migliori ospedali. Lunger sarebbe diventato in seguito, oltre che un uomo d’affari e un esperto di marketing, un consulente motivazionale, al timone di una società chiamata Responsibility Today. In anni recenti, raggiunto dalla stampa in Arizona, dove risiede in alternanza con il Delaware, Brett ha raccontato che il giorno precedente quel fatidico incidente del Nürburgring, era stato avvisato della morte di suo padre, malato da tempo: John Surtees, che gli aveva affidato una delle sue monoposto, gli aveva suggerito di rinunciare a correre in quello stato d’animo, ma lui non volle fermarsi. Qualificatosi al 24° posto sui 26 disponibili, il pilota americano era partito per la gara con gomme da bagnato, nonostante la lunga pista (oltre 22 chilometri) fosse in parte asciutta: una decina di chilometri dopo il rettilineo della partenza, in un tratto collinare molto veloce e con una curva a "S" difficile, Lauda, che aveva già montato pneumatici slick, lo aveva superato facilmente, per poi andare poco dopo a sbattere. Lunger ricordava di aver rallentato nel punto dell’incidente, ma non abbastanza per evitare la Ferrari messa di traverso sul tracciato; saltato fuori dall’abitacolo, aveva trovato un estintore da qualche parte e lo aveva azionato. Poi, era salito sulla Ferrari e, insieme a Merzario che era riuscito in qualche modo a sganciare le cinture di Niki, aveva aiutato a estrarlo dall’abitacolo. Questione di attimi, ma decisivi, perché invece i soccorritori del circuito erano arrivati sul posto in ritardo. Un’esperienza comunque tremenda, al punto da indurre Brett ad augurare che nessuno debba mai trovarsi a viverla. Nella sua memoria è rimasto impresso anche il successivo incontro con Lauda, avvenuto a Monza per il Gran Premio d’Italia, dove il campione austriaco lo aveva toccato sulle spalle mentre camminavano lungo la pit lane in vista delle prove, e gli aveva semplicemente detto "Grazie". Nient’altro, com’era nel suo stile, ma era il gesto giusto secondo Brett, perché perfettamente coerente con il suo modo di essere.
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