Franco Baresi e Arrigo Sacchi: insieme hanno riscritto le regole del calcio italiano
La Gazzetta dello Sport

Franco Baresi e Arrigo Sacchi: insieme hanno riscritto le regole del calcio italiano

Sabato 1 agosto 2026
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A Usa ’94 Kaiser Franz si ruppe un menisco, se lo rammendò nella foresta e tornò in tempo per essere il migliore nella sfortunata finale di Pasadena prima di piangere la sua delusione abbracciando Sacchi. In quel fotogramma passa la storia del nostro calcio

A Usa ’94 Kaiser Franz si ruppe un menisco, se lo rammendò nella foresta e tornò in tempo per essere il migliore nella sfortunata finale di Pasadena prima di piangere la sua delusione abbracciando Sacchi. In quel fotogramma passa la storia del nostro calcio

Luigi Garlando Giornalista 1 agosto - 07:39 - MILANO

In una piovosa mattina di primavera, fine stagione 1996-97, quella triste del Maestro Tabarez e dell’ancor più triste ritorno di Arrigo Sacchi, il Milan si stava allenando sul campo più lontano dalla club-house di Milanello, affacciato sulla campagna di Carnago. Imboccai la stradina sterrata e mi fermai a seguire la partitella a campo ridotto. A un certo punto, la palla stava rotolando fuori. Franco Baresi, 37 anni, piazzò uno scatto imperioso e, in scivolata, riuscì a tenere la palla in gioco. D’istinto, mi chiesi: perché? Che senso aveva quello sforzo sotto la pioggia sull’ultimo campo di Milanello, in un allenamento di inizio settimana di un campionato ormai compromesso, da 11° posto, a pochi giorni dall’addio, dopo 20 stagioni? Neppure la logica minima della partitella lo giustificava: la squadra del Capitano era in vantaggio. La risposta era semplice: quella scivolata, apparentemente assurda, era ciò che di più utile potesse fare in quel momento per i suoi compagni. Non c’è fotogramma migliore per raccontare Baresi. Molto prima di essere uno dei più grandi della storia del calcio, che ha rivoluzionato il ruolo come Beckenbauer; prima di essere il Milanista del Secolo e il leggendario Capitano degli Immortali, Franco è stato l’uomo squadra che ha vissuto di servizio e sacrificio, in campo e fuori. C’era da scendere in B? Scendeva. C’era da salire in cima al mondo? Saliva. Arrigo Sacchi cercava l’uomo con il lanternino di Diogene, poi si chiedeva se sapesse anche giocare a pallone. Un uomo come Baresi non l’ha mai più ritrovato. Era il suo vanto, etico, prima ancora che tattico.

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in campo

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Franco che salpava come un veliero, con la maglietta fuori dai calzoncini, con o senza palla, era il Manifesto di Fusignano, di un calcio rivoluzionario, arrembante, così poco italiano, e lo era quando alzava il braccio, come Mosè, per separare le acque: da una parte quelli in gioco, dall’altra quelli fuori. Gli ripeteva Arrigo: "Franchino, sappi che ogni volta che lanci lungo, mi dai un dispiacere". Franchino metteva giù la palla e costruiva. È stato il Kaiser che imperava con l’esempio silenzioso e con poche parole raschiate dal fondo dell’anima, sussurrate con abilità da ventriloquo, senza quasi muovere le labbra. Ma, ancora di più, è stato il manifesto dell’etica sacchiana: generosità solidale, senso collettivo e sacrificio. A Usa ’94 si ruppe un menisco, se lo rammendò nella foresta come Rambo e tornò in tempo per essere il migliore nella sfortunata finale di Pasadena, prima di piangere la sua delusione sulla spalla di Sacchi. Anche quel fotogramma, quell’abbraccio, racconta tanto: un corpo solo a due teste. Curiosamente la carriera di Arrigo è partita proprio da una maglia numero 6. A 27 anni, tecnico del Fusignano, Seconda categoria, chiese al suo presidente: "Ci manca un libero. Dobbiamo comprarlo". Il vulcanico Alfredo Belletti, ex partigiano, prof di latino e cultore di musica corelliana, uscì dallo spogliatoio con la maglia numero 6: "Non c’è una lira in cassa. Tieni, riempila con quel che abbiamo". Arrigo si arrangiò, vinse il campionato, imparò che le idee non valgono meno degli uomini e cominciò a diventare Sacchi. Quando poi riempì la maglia rossonera numero 6 con Baresi conquistò il mondo. Franco è morto a 66 anni, doppio 6: le coincidenze sono fiori che il dio del calcio regala a chi ama di più.

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fuori

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Anche nel dopo carriera, ha praticato l’etica sacchiana. Non ha mai preteso un’operatività di primo piano, né esagerate autonomie di gestione. L’aggettivo “onorario” annacquava sufficientemente la sua qualifica di “vicepresidente”. Di fatto, al Milan, anche coi calzoni lunghi, è rimasto uomo di servizio e di silenzi. C’era da inaugurare un club, tagliare un nastro a un evento, presenziare accanto a un gonfalone rossonero, sorretto da ragazzini del vivaio in tuta, magari in una piazza arroventata dal sole estivo? In società abbassavano gli occhi, come quando il prof deve scegliere chi interrogare. "Ti va, Franco?". E Franco, in divisa sociale, salpava come un tempo verso il sole rovente, perché, in quel momento, quella era la cosa più utile che potesse fare per il suo club. È rimasto Piscinin pur essendo stato il più grande: il suo vero capolavoro. L’umiltà è una forma di coraggio poco riconosciuta ai piani alti. A quelli bassi, invece, apprezzano. In questi anni, Baresi è stato il ponte che ha collegato il palazzo Milan, a volte imbarazzante, con il popolo. Il Capitano è stato “uno di noi” non soltanto nei cori, ma anche, soprattutto, nella quotidianità dei fatti, nella generosità con cui si è speso. E oggi il popolo, il suo popolo, lo piange in modo struggente. Ma gli Immortali non muoiono. Al massimo l’anima fluidifica in cielo, con la maglietta fuori dai calzoncini, ma il suo ricordo resterà per sempre in mezzo a noi, inchiodato a terra. Per non dare un dispiacere a Sacchi. 

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