Capello: "Baresi era unico, diamogli il Pallone d'oro alla memoria. Quella volta che la Juve lo voleva e..."
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Capello: "Baresi era unico, diamogli il Pallone d'oro alla memoria. Quella volta che la Juve lo voleva e..."

Sabato 1 agosto 2026
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Il tecnico lo ha allenato dal 1991 al 1996: "Un esempio nei comportamenti. Aveva grande velocità e visione, intuizione e intelligenza: è stato il migliore. Oggi non starebbe molto sui social..."

Il tecnico lo ha allenato dal 1991 al 1996: "Un esempio nei comportamenti. Aveva grande velocità e visione, intuizione e intelligenza: è stato il migliore. Oggi non starebbe molto sui social..."

Alessandra Bocci Giornalista 1 agosto - 09:43 - MILANO English version

Finisce quasi in lacrime. "Mi viene da piangere. Diamogli un Pallone d’oro alla memoria". Fabio Capello ha vissuto quasi tutta la vita sportiva di Franco Baresi. È comprensibilmente commosso. "Franco ha esordito con Liedholm quando io giocavo nel Milan nel 1976. Dall’inizio era il Piscinin, come veniva chiamato nel settore giovanile, un soprannome che si è portato dietro". Anche vincendo e sollevando trofei da capitano rossonero. "Franco era un ragazzo fantastico. Ha lavorato tantissimo per diventare quello che è diventato, è stato il simbolo per tutti coloro che venivano a giocare nel Milan. Vedere come si allenava, come si comportava, come era sempre presente e capire tutto quello che ti dava in campo e fuori, è stato fondamentale per la crescita di altri giocatori".

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Lui simbolo del Milan, il fratello Beppe all’Inter. Situazione strana, no? 

"Strana, però ha generato anche stimoli fra di loro per essere competitivi in tutti i momenti. E i due fratelli si volevano molto bene, sono state due persone talmente brave e corrette che non potevano non volersi bene e non farsene volere dagli altri. Non c’era sintomo di invidia fra di loro". 

Anche se Franco ha vinto molto più del fratello... 

"È capitato in una squadra più vincente, ma erano bravi tutti e due, erano in Nazionale tutti e due. Credo che la gioia in famiglia sia una cosa molto importante e loro hanno avuto la fortuna di viverla". 

Qual era dal punto di vista della tecnica la caratteristica forte di Franco che magari adesso nei difensori non si trova più tanto? 

"Aveva una grande velocità, grande intuizione, intelligenza tattica. Possedeva una visione del gioco quasi unica. A livello difensivo è stato il migliore in assoluto di quel periodo, non soltanto perché giocava in un grande Milan, proprio rispetto a tutti i giocatori del mondo in quel momento". 

Ha un aneddoto speciale su Franco? 

"Quando è arrivato Arrigo Sacchi lui non si trovava molto con i nuovi metodi, c’era qualche problema e la Juve che premeva per ingaggiarlo. Io ero stato suo allenatore per poche partite. Ci siamo incontrati al ristorante con le nostre mogli e lo abbiamo convinto a rimanere. Diciamo che ha un po’ tentennato in quella occasione, ma l’attaccamento al Milan ha avuto la meglio".

Franco aveva il Milan dentro e la maglia sempre addosso, non voleva mai perdere. Se notava un calo di tensione, dava la scossa

Personaggio schivo, poco mediatico. A livello internazionale è stato un po’ sottovalutato? 

"Sì. Quando mi chiedono dei campioni più grandi che ho allenato io nomino sempre due che non hanno ricevuto i premi che meritavano: Franco Baresi e Paolo Maldini. Dove li trovano due giocatori così, di questo valore tecnico e tattico, che non sono stati premiati? Sono stati formidabili, sono quelli che hanno fatto sì che Sacchi e Capello siano stati fortunati ad allenarli". 

Che rapporto aveva Franco con Silvio Berlusconi? 

"Ottimo, di grande rispetto da parte del presidente verso un giocatore che faceva la differenza e pesava in ogni situazione. Franco era schivo, parlare non gli piaceva, viveva i momenti di gioia con la squadra. È sempre stato di compagnia con il gruppo, era aperto, scherzava. Anche se all’esterno appariva un po’ chiuso, questo lo capisco".

Com’era con i giovani, con i ragazzi che arrivavano?

"Aperto a tutto e a tutti quelli che arrivavano, però era il suo esempio a essere importante, questa è la cosa fondamentale. Quando oggi leggo che Gabbia racconta come vive uno famoso come Modric, e dice che devi imparare continuamente da lui che si comporta con umiltà ed è sempre interessato, ricordo come era Franco. Sono questi i campioni che ti danno qualcosa di diverso. L’esempio è una cosa fondamentale, ti rimane nella testa. Quando vedi giocatori importanti che sono umili e non se la tirano anche dopo aver vinto tutto, che pensano di aver fatto soltanto il loro dovere e aver fatto felice la gente, ecco, dovrebbe restarti qualcosa dentro. La cosa bella di Franco era proprio questa: pensare a fare felice la gente, la famiglia del Milan. Mi vengono i brividi a dirlo, ma è proprio così. È una parte della storia del grande Milan che finisce. Il segreto di quel Milan era nell’esempio che davano i giocatori che avevano vinto tantissimo e non si accontentavano. E Franco era unico. Aveva l’orgoglio di giocare per questa maglia, per i tifosi, da capitano trasmetteva queste sensazioni. Se succedeva che la squadra si addormentasse un po’, dava la scossa. Non voleva mai perdere, era questa la sensazione forte che arrivava". 

Qual è stata per lei la partita più bella di Franco? 

"Tutte. È stato un capitano che trasmetteva in ogni situazione la voglia, l’attaccamento alla squadra, alla società e ai tifosi. Non era mai felice quando non vinceva".

Ci sarà mai un altro così al Milan? 

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"Qui si parla come ho detto prima di gente da Pallone d’oro, giocatori che nascono ogni tanto. E sono anche altri tempi, altri atteggiamenti, purtroppo bisogna dirlo. Probabilmente con il suo carattere Franco non sarebbe stato molto sui social. Adesso è tutto diverso. Ma credo che un premio internazionale alla memoria lo meriterebbe. Per come era e per come si comportava".


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