Ranucci: "Quel mio abbraccio a Baresi era di tutta l'Italia"
La Gazzetta dello Sport

Ranucci: "Quel mio abbraccio a Baresi era di tutta l'Italia"

Sabato 1 agosto 2026
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Il capodelegazione di Usa ‘94 che consolò il capitano dopo il rigore sbagliato e il ko con il Brasile: "Se siamo arrivati in finale molto è merito suo. Iniziò a ragionare su come dovesse essere messa la difesa, su quello che andava cambiato e lo trasmise a Sacchi"

Il capodelegazione di Usa ‘94 che consolò il capitano dopo il rigore sbagliato e il ko con il Brasile: "Se siamo arrivati in finale molto è merito suo. Iniziò a ragionare su come dovesse essere messa la difesa, su quello che andava cambiato e lo trasmise a Sacchi"

Elisabetta Esposito Giornalista 1 agosto - 10:37 - MILANO

Ieri ha osservato più volte quella foto. “E ho pensato che una metà di quella immagine, diventata iconica, non c’era più. Ho pianto. È come se si fosse spezzato un filo, una storia, un ricordo”. Da una parte Franco Baresi in lacrime per la sconfitta nella finale mondiale di Usa ’94, dall’altra lui, Raffaele Ranucci, allora capodelegazione della spedizione azzurra in America e presidente del settore tecnico, oggi a.d. dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. 

Che cosa ha rappresentato Baresi per il calcio italiano? 

“Il calcio stesso, la Nazionale, la maglia, il rispetto per compagni, avversari e tifosi, la professionalità. È stato un uomo sempre misurato, ma con i suoi silenzi faceva capire tutto e anche fuori dal campo sapeva essere un pilastro. A quel Mondiale c’erano due allenatori straordinari come Sacchi e il suo vice, un certo Ancelotti, c’era un team manager come Gigi Riva, ma Baresi era per tutti un punto di riferimento e se siamo arrivati a quella finale molto del merito è suo”. 

Ce lo spieghi meglio. 

“Dopo la prima partita, persa, fu estratto per l’antidoping e io lo aspettai. Cenammo insieme e io ero preoccupatissimo per quell’inizio poco convincente. Gli chiesi: “Franco, che ne pensi?”. Lui, mentre tagliava il filetto che aveva ordinato, piano piano iniziò a ragionare su come dovesse essere messa la difesa, su quello che andava cambiato... Tutte cose che ha poi trasmesso a Sacchi, che lo ascoltava veramente, e grazie alle quali la squadra è stata tornata sulla strada giusta. Ma soprattutto è stato Franco a dare forza a tutti. Bastava il suo sguardo a trascinare il gruppo”.

Torniamo a quel 17 luglio 1994 a Pasadena. Italia-Brasile.

“Franco era reduce da un’operazione al ginocchio, nessuno si aspettava potesse recuperare, ma lui si allenò sempre come se dovesse giocare quella finale. Quel giorno scese in campo e andò alla grandissima, ricordo bene l’eleganza e la forza con cui usciva dalla difesa palla al piede... Fece una partita incredibile, poi i rigori, si sa, sono una lotteria. Sbagliò il primo e alla fine sprofondò nello sconforto, lo vidi con le mani sul volto, lo presi stringendolo e gli dissi: “Soltanto grandi campioni si assumono grandi responsabilità”. Dopo la gara mi chiamò l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e mi disse: Grazie, hai dato l’abbraccio che avremmo voluto dare tutti noi italiani”. 

Che cosa c’era in quelle lacrime? 

“Sapeva che sarebbe stato il suo ultimo Mondiale e in quel momento credo sia prevalso il rammarico di aver negato alla Nazionale la possibilità di vincere. Un pensiero sbagliatissimo, un po’ perché il suo non fu l’unico errore dal dischetto, molto perché sono sicuro che senza di lui a quella gara non saremmo mai arrivati”. 

Com’era Baresi oltre il campo? 

“Era famiglia, figli, mai sopra le righe, sempre un grandissimo signore. Ho il ricordo di un uomo tutto di un pezzo, che però sapeva anche ridere. Non lasciatevi tradire dal suo aspetto austero”. 

In questo mondo che è soprattutto apparenza, ostentazione, lui era l’opposto, era sostanza.

Raffaele Ranucci

Come si sarebbe trovato nel calcio di oggi? 

“Ve lo immaginate Franco Baresi dopo una partita che corre a controllare Instagram o TikTok per vedere cosa dicono i tifosi? Si sarebbe trovato certamente malissimo. In questo mondo che è soprattutto apparenza, ostentazione, lui era l’opposto, era sostanza. L’unico in cui rivedo l’atteggiamento di Franco, per il modo di porsi e il rispetto di certi valori, è Modric. Che guarda caso sta al Milan”.

Però tutti sanno chi è stato Franco Baresi, anche i giovani che non lo hanno visto giocare. 

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“È insolito per questo ambiente e dà la misura della sua grandezza, visto che di certo non è mai stato sovraesposto. I ragazzi riconoscono in lui valori diversi, è un messaggio, fatto di rispetto e attenzione. Nessuno si ricorderà certi calciatori che oggi hanno un milione di follower. Baresi resterà sempre Baresi”.

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