Amori, tragedie, opportunità, simboli: tutte le storie dietro alle maglie ritirate
Campioni che ci lasciano, idoli locali, persino la curva: cosa ci dicono quei numeri che non finiranno più su nessun'altra schiena. E c'è chi chiede persino che il numero venga riassegnato, come Aldair a Roma
Ritirare una maglia significa sottrarla allo scorrere del tempo. Fissarla in un’eternità inscalfibile. Porla al di sopra di tutto, affinché sia stella polare per i viandanti. È un omaggio che si fa per riconoscenza, gratitudine, per quel sentimento variegato che chiamiamo amore. È un gesto nobile, maturato dalla profondità di un legame forte, di identità condivisa e di un’appartenenza che mai potrà essere spezzata. Quasi mai, come vedremo. Ma è anche una scelta divisiva. Nel momento stesso in cui si ritira una maglia si privano le generazioni successive del sogno che da sempre accompagna il dribbling di ogni bambino: quello di emulare un campione, diventare come lui, vestire - per l’appunto - la stessa maglia. È il Mito che vive nell’assenza. Ed è un’assenza senza rimedio. Siamo tutti d’accordo che le maglie si ritirano perché si rende onore a chi l’ha indossata. E va bene. Ma è anche un modo per decretare: come te nessuno mai (più). E questo va contro la natura più intima del calcio, che vive di rimandi e paragoni, di bagliori che arrivano dal passato, di segni che offrono un futuro.