Judy Murray: "L'Italtennis è un esempio per il mondo. La Scozia ha sprecato l'eredità di Andy"
La madre di Andy e Jamie, storica coach e capitano di Fed Cup britannica, promuove il modello azzurro e accusa il suo Paese: "Non abbiamo sfruttato i trionfi dei miei figli"
La madre di Andy e Jamie, storica coach e capitano di Fed Cup britannica, promuove il modello azzurro e accusa il suo Paese: "Non abbiamo sfruttato i trionfi dei miei figli"
Federica Cocchi Giornalista 8 agosto - 13:36 - MILANOLa madre di Andy e Jamie, storica coach e capitano di Fed Cup britannica, promuove il modello azzurro: "Club e allenatori sono la base di ogni sport. La Federazione italiana ha cambiato direzione, ha investito sulle persone e i risultati si vedono: da Sinner a Musetti, Cobolli e Paolini, le vostre vetrine sono piene di campioni". Poi l’accusa al suo Paese: "Non abbiamo sfruttato i trionfi dei miei figli. Oggi, se una famiglia non è ricca, per un ragazzo scozzese arrivare in alto è quasi impossibile".
VIDEO: Sinner, allenamento di fuoco a Montecarlo: Jannik prepara così CincinnatiJudy, abbiamo letto le sue invettive contro il tennis scozzese, che ha sperperato la grande eredità Murray…
"Sono molto frustrata e delusa. Sono passati circa trent’anni da quando assunsi il ruolo di responsabile tecnica nazionale. Lo feci perché volevo provare a creare un’infrastruttura che consentisse ai nostri ragazzi, ai migliori giovani scozzesi, di crescere e di vivere le stesse esperienze dei bambini degli altri Paesi. Quando iniziai non avevamo un centro nazionale. Ancora oggi non ne abbiamo uno, ma allora disponevamo anche di pochissimi campi al coperto".
Quali erano le condizioni in cui lavorava?
"C’era un solo centro indoor, all’interno di un’università, con quattro campi. Come responsabile nazionale avevo una prenotazione fissa su quei campi, ma non avevo uno staff: ero completamente sola. Sapevo in che cosa mi stavo imbarcando, perché ero cresciuta nel tennis scozzese e conoscevo la situazione. Non esisteva praticamente nulla, quindi per molti aspetti si partiva da una tela bianca. Non avendo collaboratori, capii che con il tempo avrei dovuto creare una forza lavoro. Il problema era il budget, davvero minuscolo: credo fosse di circa 90 mila sterline per l’intero Paese".
Da dove partì?
"Quello che costruimmo nacque dal lavoro mio, di alcuni allenatori sul territorio e dei genitori dei bambini che avevo individuato tra gli otto e gli undici anni. Quella era la fascia a cui davo la priorità, perché a quell’età puoi incidere di più. Quando erediti in seguito i giocatori allenati da qualcun altro, spesso devi smontare molte cose prima di riuscire a trasmettere non soltanto gli aspetti tecnici, tattici, fisici e mentali del gioco, ma anche i valori, il rispetto e l’etica del lavoro".
Quanti ragazzi aveva scelto?
"Erano venti, selezionati in tutta la Scozia. Tutti i nostri successi arrivarono da quel primo gruppo di bambini tra gli otto e gli undici anni. Andy era uno dei più giovani, Elena Baltacha una delle più grandi".
Creammo una struttura nazionale, selezionammo 20 ragazzi in tutta la Scozia. Tutti i nostri successi arrivarono da quel primo gruppo di bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Poi...
Judy MurrayDa quel gruppo nacquero carriere importanti.
"Elena, che purtroppo è morta, diventò numero uno britannica per circa undici anni e arrivò tra le prime cinquanta del mondo. C’erano Colin Fleming e Jamie Baker. Colin raggiunse i primi venti in doppio e giocò in Coppa Davis. Jamie Baker, ora direttore del torneo a Wimbledon, arrivò più o meno attorno al numero 150 in singolare e giocò anche lui la Davis. E naturalmente c’erano i miei figli Andy e Jamie".
Lei, però, non ha formato soltanto giocatori ma anche tecnici.
"Siamo riusciti a costruire anche un’ottima squadra di allenatori. Probabilmente il nome più conosciuto è Leon Smith, capitano della nostra squadra di Coppa Davis e responsabile del tennis maschile britannico da molti anni. Cominciò con me come apprendista quando aveva vent’anni. Non potevo pagarlo, ma lui voleva imparare: era giovane, entusiasta e desideroso di crescere. All’epoca assomigliava un po’ a David Beckham, con gli orecchini di diamanti e i capelli decolorati. Tutti i bambini lo consideravano molto cool. Era bravissimo e si è costruito una carriera straordinaria".
Aveva esperienza come allenatrice?
"No. Non ero particolarmente esperta e non posso dire che sapessi sempre che cosa stessi facendo. Molte decisioni nascevano semplicemente dal buon senso. Alla base di tutto, però, c’erano due convinzioni: i bambini dovevano divertirsi e bisognava investire sulle persone. Perché sono le persone che fanno succedere le cose. Gli allenatori producono i giocatori, a condizione che noi forniamo loro gli strumenti necessari. Per questo invitai persone da altri Paesi ad aiutarci, perché io non conoscevo tutte le risposte".
Come organizzavate l’attività in un Paese tanto dispersivo dal punto di vista geografico?
"Facevamo arrivare i bambini da tutta la Scozia durante i fine settimana, perché negli altri giorni le distanze erano troppo grandi. I genitori avrebbero dovuto assentarsi dal lavoro e i figli da scuola. Quando venivano nel nostro unico centro con campi indoor, incoraggiavamo chi abitava vicino a ospitarli per la notte. Organizzavamo dei pernottamenti, ci dividevamo i compiti e insegnavamo ai genitori a gestire competizioni e incontri. Sembrava una piccola impresa artigianale, ma produsse moltissimi frutti".
A un certo punto lei ha riconosciuto molti di quei principi anche nel modello italiano.
"L’anno scorso ascoltai Donato Campagnoli, spero di pronunciare correttamente il suo nome. Lo conoscevo da molti anni, anche se non in maniera molto approfondita. Quando cercavo di migliorare come allenatrice e di comprendere meglio lo sviluppo dei giocatori, partecipavo a conferenze e seminari all’estero per imparare da chi aveva già percorso quella strada. Avevo incontrato Donato in alcune di quelle occasioni. L’anno scorso andai ad ascoltarlo durante una conferenza a Roehampton e parlò dell’evoluzione del tennis italiano. Ho compreso immediatamente il messaggio, perché per me i club e gli allenatori sono le fondamenta. Sono la base di qualsiasi sport".
In Gran Bretagna è stato scelto un modello molto centralizzato.
"La Lta, includendo anche la Scozia, è passata a un sistema centralizzato. I bambini tra i dieci e i quattordici anni vengono inseriti nei programmi dei centri regionali e allontanati dagli allenatori che li hanno cresciuti, dai club che hanno creato il loro senso di appartenenza e dagli altri bambini con cui sono abituati a giocare, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno il loro stesso livello. Per avere una possibilità di portare qualcuno fino al vertice, devi partire da una base molto ampia. E i grandi numeri si trovano nei club. Quando cominci a spostare i ragazzi nei centri, i numeri diminuiscono e i bambini finiscono per allenarsi sempre con gli stessi coetanei".
Nel vostro sistema scozzese, invece, il rapporto era molto più profondo.
"Tutti i bambini che con noi venivano seguiti e protetti. Quando non conoscevamo una risposta, andavamo a cercarla. Trascorrevamo tantissimo tempo insieme, viaggiando sui pulmini e accompagnandoli ai tornei in gruppi molto numerosi, in modo che fosse tutto divertente e piacevole. In Scozia avevamo, e abbiamo ancora oggi, una base di giocatori molto piccola. Creare molte occasioni per farli stare insieme era decisivo".
Coinvolgevate anche i loro allenatori personali?
"Sempre. Se volevano venire, cercavo di incoraggiarli a partecipare il più possibile. Non abbiamo mai provato a portare via il giocatore a qualcuno. Cercavamo semplicemente di offrire qualcosa che non avrebbe potuto ricevere vicino a casa: tennis indoor e la possibilità di allenarsi con tanti bambini motivati e di livello simile".
Ed è ciò che ha ritrovato nel racconto dell’evoluzione italiana.
"Donato spiegò che la Federazione italiana aveva abbandonato il sistema centralizzato, nel quale i bambini venivano portati nei centri nazionali o regionali, per investire in maniera molto più forte nei programmi interni ai club e nell’aggiornamento degli allenatori. In questo modo i ragazzi potevano restare più a lungo nel loro ambiente, ma con programmi migliori".
Crede che non si stata sfruttata l’eredità di Andy e Jamie?
"Sì, decisamente. Abbiamo perso il treno. Sono stata la responsabile nazionale per dieci anni e, durante quel periodo, ho faticato moltissimo a trovare qualcuno che credesse in me e in ciò che cercavo di realizzare. Ero sempre io a dover andare da Sport Scotland per presentare il budget dei quattro anni successivi e aggiornare tutti sul lavoro che stavamo svolgendo".
Quando iniziarono ad accorgersi del vostro lavoro?
"Quando i ragazzi scozzesi cominciarono a vincere tutti i titoli nazionali Under 12 e Under 14. A quel punto iniziarono a mandare delle persone da noi, per esempio i capitani delle selezioni giovanili, con l’obiettivo di dirmi che cosa avrei dovuto fare. E questo, con me, non funzionava particolarmente bene".
Per quale motivo?
"Perché non conoscevano i bambini. Arrivavano, osservavano una singola giornata e dicevano: 'Devono fare questo, devono fare quello'. Ma non li conoscevano né come persone né come giocatori, quindi quelle indicazioni non mi servivano. Non sto dicendo che io conoscessi tutto, perché non era così. Però mi importava di loro. Avrei voluto dire: perché non provate ad aiutare noi allenatori ad aiutare loro? Ed è un’altra ragione per cui apprezzo il modello italiano: la Federazione lavora fianco a fianco con i tecnici e cerca di sostenerli negli ambiti in cui possono aver bisogno di maggiore aiuto, formazione o informazione".
Quando si presentò la grande occasione per trasformare il tennis scozzese?
"Nel 2005, quando Andy apparve per la prima volta davvero nel circuito Atp e raggiunse il terzo turno di Wimbledon a diciotto anni. Forse l’entusiasmo era cominciato già poco prima, quando vinse gli US Open juniores. La stampa scozzese era entusiasta. Nessuno avrebbe potuto sapere ciò che avrebbe conquistato in seguito, ma l’opportunità esisteva già".
Che cosa si sarebbe potuto fare?
"Se la dirigenza di Tennis Scotland fosse riuscita a elaborare una strategia e a presentarla alla Lta durante quegli anni di enorme entusiasmo, sarebbe potuto cambiare tutto. Il tennis era continuamente in televisione. Avevamo giocatori scozzesi come Andy e Jamie. La Gran Bretagna vinceva la Coppa Davis, loro conquistavano ori olimpici erano su tutte le prime pagine dei giornali".
Un po’ quel che succede da noi con Sinner e gli altri azzurri.
"Si era creata una base di tifosi e un interesse enormi. Ma non si è riusciti a sfruttare l’opportunità per costruire centri indoor, ampliare in maniera importante il numero degli allenatori e creare molte più competizioni amatoriali per tutte le nuove persone che volevano provare a giocare".
Qual è la cosa che più di tutte la fa soffrire?
"Stanno deludendo i bambini. È questa la cosa peggiore: stanno abbandonando i bambini. Tutto sembra lasciato ai genitori, che devono organizzare e pagare ogni cosa. Alcuni dei nostri giovani migliori hanno scelto di allenarsi in Inghilterra. Noi dovremmo avere un grande centro, con decine e decine di ottimi bambini che arrivano durante il fine settimana. E dovremmo avere molti centri indoor regionali. In Scozia esistono nove regioni tennistiche e ciascuna dovrebbe avere il proprio centro".
Stanno deludendo i bambini. È questa la cosa peggiore. I genitori devono pagare ogni cosa. Alcuni dei nostri giovani migliori hanno scelto di allenarsi in Inghilterra
Judy MurrayQuando accettò il ruolo di responsabile nazionale, nessun altro voleva quel lavoro?
"Nessuno. Non esisteva un centro nazionale, non c’erano giocatori con risultati importanti, non avevo staff, il budget era minuscolo, non avevamo allenatori di livello internazionale né competizioni internazionali nel Paese. Non esisteva nulla che potesse attrarre qualcuno dall’esterno. Volevamo creare qualcosa che offrisse ai giovani scozzesi un percorso e le stesse opportunità dei ragazzi degli altri Paesi. Se i tuoi genitori non sono ricchi, è quasi impossibile. Ed è un’altra ragione per cui ciò che state facendo in Italia è tanto importante".
Anche il numero dei tornei organizzati in Italia l’ha impressionata?
"Ricordo quando l’Italia investì moltissimo nell’organizzazione di tornei Futures, i 10 mila e i 15 mila dollari dell’epoca. Un anno credo ne aveste circa 41. Ricordo di aver pensato: 'Quarantuno?'. I ragazzi non avevano bisogno di lasciare il Paese. Potevano costruire lì il proprio percorso. E avevate un grande numero di giocatori perché avevate investito nei club. Credo che la strategia italiana abbia prodotto risultati meravigliosi".
Andy e Jamie potrebbero avere un ruolo decisivo nella ricostruzione del movimento o è troppo tardi?
"Non lo so. Entrambi vivono a Londra e hanno figli che frequentano le scuole londinesi. Io vivo ancora in Scozia, ma non spetta ad Andy e Jamie ricostruire tutto".
I miei figli Andy e Jamie vivono a Londra e hanno figli che frequentano le scuole londinesi
Judy MurrayCampioni come Sinner aprono le porte dello sport, ma alla base servono anche persone appassionate. Lei tornerà a costruire qualcosa per il tennis scozzese?
"I grandi giocatori sono modelli e costituiscono la vetrina del movimento. E la vostra vetrina è piena. Avete tantissimi campioni ed è fantastico Una cosa a cui stiamo pensando noi tre, io, Jamie e Andy, è realizzare una specie di fattoria con all’interno un campo da tennis".
A che cosa servirebbe?
"Potremmo utilizzarlo per organizzare masterclass, raccolte fondi ed esibizioni. Potremmo far arrivare con gli autobus gruppi di bambini delle scuole e offrire loro una giornata di esperienza insieme a noi. Stiamo cercando di realizzarlo in un luogo vicino a Dunblane. Un posto in cui poter lavorare a modo nostro, anche se su piccola scala. Per me sarebbe bellissimo avere nuovamente uno spazio in cui cominciare a costruire e formare una squadra di persone. Proveremo a restituire al tennis tutto ciò che ci ha dato".
VIDEO: Sinner, che swing! Il colpo da maestro lo lascia di stuccoQuesto articolo è tratto da Smash, newsletter G+ sui segreti del grande tennis a cura di Federica Cocchi, pubblicata ogni martedì. Per iscriversi e per informazioni sulle altre newsletter della Gazzetta.clicca qui
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